Da sinistra: il vicepresidente William Ruto, il presidente Uhuru Kenyatta e l'oppositore Raila Odinga (Credit: africaintelligence.com)

Da oltre tre anni in Kenya si discute di una riforma costituzionale conosciuta come BBI (Building Bridges Initiative – Iniziativa per la costruzione di ponti). Si tratta di una proposta che ha l’obiettivo di rendere coeso un paese profondamente diviso su linee etniche, dove la politica esprime ancora per lo più interessi territoriali e di gruppo, piuttosto che diverse visioni dello sviluppo economico e sociale.

L’idea che fosse opportuna una riforma della nuova Costituzione, entrata in vigore nel 2010, era emersa dalla necessità di ripensare la governance, alla luce dei profondi contrasti post elettorali del 2017 che avevano bloccato il paese per mesi e avrebbero potuto facilmente sfociare in gravi violenze.

La ripartenza era stata segnata da un accordo, in gran parte personale o almeno percepito come tale, fra il presidente eletto, Uhuru Kenyatta, e il leader dell’opposizione, Raila Odinga, che a lungo aveva denunciato brogli elettorali che gli avevano scippato la vittoria. La loro “stretta di mano”, così è popolarmente conosciuta la loro alleanza, prevedeva una gestione concordata dei più importanti affari del paese, compresi quelli riguardanti la coesione nazionale.

Presto si è cominciato a discutere di una riforma della Costituzione. La decisione dei due leader provocò ampie discussioni nei due schieramenti. Se ne sentì particolarmente toccato il vicepresidente, William Ruto, che, per la “stretta di mano”, vedeva messi in questione sia il proprio ruolo nel governo sia le ambizioni alla presidenza nelle elezioni del 9 agosto 2022, come erede “legittimo” dell’attuale presidente, e come prevedevano, con ogni probabilità, anche accordi politici stringenti, precedenti alle elezioni del 2017.

Il percorso verso la riforma costituzionale era cominciato con la nomina di una task force, che doveva individuarne i punti critici, e di un comitato direttivo, che aveva il compito di elaborare i disegni di legge attraverso cui emendare la costituzione stessa. I due enti erano stati istituzionalizzati con la pubblicazione sulla gazzetta ufficiale, rispettivamente il 31 maggio 2018 e il 10 gennaio 2020.

Numerosi e scottanti i temi discussi con lo scopo di elaborare proposte migliorative della legge base del paese: corruzione, elezioni, sicurezza, responsabilità e diritti, decentramento, antagonismo e competizione etnica, etica nazionale, inclusività e prosperità condivisa fra tutti i gruppi etnici e sociali che formano la popolazione.

La proposta di riforma più importante riguarda il potere esecutivo, con l’introduzione della figura del primo ministro, che forma il governo, affiancato da due vice. Ora il potere esecutivo è esercitato dal presidente, che nomina i ministri, affiancato dal vicepresidente.

Le riforme proposte riguardano 78 argomenti e vanno a modificare 13 dei 18 capitoli della Costituzione. Si tratta dunque di un rimaneggiamento significativo, che deve essere sottoposto al giudizio di un referendum da tenere almeno un anno prima della prossima tornata elettorale, come stabilisce la Costituzione, cioè entro l’inizio di agosto di quest’anno.

Il rapporto dello steering committee dal titolo Building bridges to a united Kenya: from a nation of blood ties to a nation of ideals (Costruire ponti verso un Kenya unito: da una nazione di legami di sangue a una nazione di ideali) è stato inviato al presidente il 16 ottobre 2019 e presentato ufficialmente al paese il 27 novembre. Contestualmente, si è aperta la discussione.

Gli schieramenti sono subito risultati chiari: a favore il presidente Uhuru Kenyatta e Raila Odinga, le forze politiche, i gruppi etnici e le contee, cioè le amministrazioni decentrate, che a loro fanno riferimento; contrario, seppur non in modo aperto, il vicepresidente William Ruto e i suoi sostenitori politici e nel decentramento amministrativo.

I favorevoli alla proposta sono risultati essere la grande maggioranza. Il 23 febbraio scorso si erano già espresse quasi tutte le assemblee amministrative delle contee: 43 favorevoli, 1 (Baringo) contraria. Nei giorni successivi anche le restanti 3 si sono dette contrarie. Comunque largamente raggiunto il quorum di 23, necessario per passare la proposta alla discussione del parlamento. L’assemblea nazionale ha votato il 6 maggio. La mozione di approvazione è passata con il voto favorevole di 235 parlamentari, 83 contrari e 2 astenuti. L’11 maggio ha votato il senato: 52 favorevoli, 12 contrari e 1 astenuto.

Tutto sembrava procedere come previsto. Restava solo da decidere la data della consultazione popolare, tra giugno e luglio, con ampio margine rispetto alla scadenza di agosto.

Ma il 13 maggio la Corte suprema (Alta corte) giudicava, all’unanimità, il percorso referendario “illegale e nullo”, mettendo a soqquadro il mondo politico keniano. BBI bombshell (BBI esplosivo) titolava il 14 maggio a tutta pagina il Daily Nation, il quotidiano più diffuso del paese.

I giudici, in una sentenza articolata e complessa, contestano soprattutto la metodologia con cui è stato condotto finora il processo. Affermano che il presidente non può proporre una riforma costituzionale come se fosse un’iniziativa popolare e metterla ai voti senza una reale partecipazione dei cittadini alla sua discussione.

Giudicano illegali la task force e il comitato delegati a preparare la riforma, e ritengono che la commissione elettorale (IEBC, Independent Electoral and Boundaries Commission) non abbia competenze specifiche in materia referendaria. Per quanto riguarda gli emendamenti proposti, particolarmente criticata la decisione di aumentare i collegi elettorali, per cui la decisione spetta alla IEBC e non alla Costituzione.

La sentenza ha provocato grande soddisfazione nel campo dei contrari e un sollevamento di scudi dei favorevoli alla riforma che hanno già presentato ricorso alla Corte d’appello, contestando in numerosi punti il giudizio della Corte suprema. Nelle accalorate prese di posizione delle amministrazioni decentrate e delle forze politiche favorevoli, si sottolinea in particolare come non abbia tenuto in nessun conto i 5 milioni di cittadini che hanno firmato la proposta e il sostegno della grande maggioranza delle istituzioni del paese.

Alcuni osservatori fanno notare, malignamente, che tra il presidente e i giudici da tempo non corre buon sangue, suggerendo che ci sia un certo malanimo alla base di un giudizio tanto negativo di un atto considerato tra le più importanti eredità politiche che Uhuru Kenyatta vorrebbe lasciare al paese.

Comunque vada ora il giudizio della Corte d’appello, sembra infatti difficile che possa emettere la sentenza in tempo utile per organizzare la consultazione referendaria prima di agosto, rispettando i termini stabiliti dalla Costituzione, ed entro la fine del secondo, e ultimo, mandato del presidente.