L’associazione dei martiri e dei feriti della rivoluzione chiede al governo la pubblicazione della lista definitiva dei nomi delle vittime. Ma riconoscere il ruolo dell’apparato di repressione resta una questione politica.

Tra coperte, materassi e striscioni, accanto alle foto di fratelli, figli, amici persi durante la rivoluzione, un gruppo di uomini e donne attende. C’è chi porta le stampelle, chi è in sedia a rotelle. Sono i feriti della rivoluzione e le famiglie delle vittime del 2011, che regolarmente si ritrovano per protestare di fronte alla Kasbah nel tentativo di attirare l’attenzione del governo.

Alcuni di loro hanno perfino iniziato uno sciopero della fame questo gennaio. Il 14 e il 18 gennaio, in un contesto di forte tensione dopo tre notti di scontri tra giovani manifestanti e polizia nelle banlieues della capitale come nel resto del paese, anche i feriti hanno sfilato verso Avenue Bourguiba per poi esser respinti dalla polizia.

Dal 17 dicembre, occupano giorno e notte la sede dell’Autorità generale per i resistenti, martiri e feriti della rivoluzione e del terrorismo di Avenue de la Liberté. La porta è sempre aperta per chi attraversa questa trafficata via del centro: il sit-in accoglie regolarmente giornalisti e concittadini solidali. Eppure, malgrado le numerose azioni dell’Associazione dei martiri e dei feriti, il governo tunisino rimane sordo di fronte alle richieste di pieno riconoscimento dei loro diritti.

Un riconoscimento che manca

Da dieci anni, i martiri e i feriti della rivoluzione attendono un riconoscimento simbolico del proprio sacrificio: chiedono al governo di pubblicare la lista delle vittime sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica. Questo permetterebbe loro di ottenere delle cure mediche, un indennizzo ma soprattutto giustizia e riparazione. «È una questione di diritto alla memoria: il popolo tunisino ha diritto di conoscere i nomi di chi ha perso o rischiato la vita durante i giorni della rivoluzione. Le nuove generazioni devono poterlo studiare sui libri di storia», sostiene Adel Ben Ghazi, portavoce del sit-in.

Ma le raccomandazioni pubblicate dal Comitato superiore per i diritti umani e le libertà fondamentali sono rimaste ignorate dalle autorità tunisine. «I governi che si sono succeduti non sono riusciti a mettere al primo posto l’accertamento delle responsabilità delle violazioni dei diritti umani commesse dalle forze di sicurezza. L’impunità del passato nei confronti di atti di tortura e altri maltrattamenti o dell’uso eccessivo della forza ha contribuito a un ciclo di violazioni che non è ancora finito», avverte Amnesty International in un comunicato.

Una lista frutto di 5 anni di lavoro

La lista dei martiri e dei feriti della rivoluzione è stata resa pubblica da una commissione creata ad hoc, dipendente dal Comitato superiore per i diritti umani e le libertà fondamentali. Dopo cinque anni di lavoro, dal 2013 al 2018, la commissione ha reso pubblici i nomi di 634 feriti e 123 morti. Proprio nel 2018 questa lista è stata trasmessa alla presidenza della Repubblica e a quella del governo, che avrebbe dovuto automaticamente pubblicarla sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica.

Così non è stato: «Non ci è nemmeno mai stata data una motivazione. Siamo consapevoli che le nostre richieste rimangono una questione politica», spiega Adel Ben Ghazi. A partire da maggio 2018, sono dieci i processi che hanno preso avvio in camere penali speciali grazie al prezioso lavoro portato avanti dall’Istanza Verità e Dignità (IDV). Il paese attende ancora le prime sentenze. Come ricorda Amnesty International, diversi i funzionari del ministero dell’Interno attuale e passato «si sono rifiutati di rispondere a mandati di comparizione del tribunale».

I responsabili, infatti, non solo non hanno ancora risposto dei reati commessi, ma spesso non compaiono come imputati, sfidando la giustizia.

Repressione poliziesca

Nominare, riconoscere, puntare il dito contro la repressione di stato rimane complicato in un paese in cui l’apparato di polizia resta influente. Ancora ad ottobre 2020, le organizzazioni della società civile tunisina si sono fortemente mobilitate per bloccare un contestato progetto di legge che avrebbe dovuto garantire l’immunità alle forze di sicurezza statali.

Una proposta sostenuta proprio dal partito vicino al regime di Ben Ali (Partito desturiano libero, PDL), rappresentato dalla deputata Abir Moussi, in rimonta nei sondaggi man mano che la crisi economica si aggrava (35% delle intenzioni di voto secondo Sigma Conseil). Per Moussi la rivoluzione non è altro che un complotto o un colpo di stato, ha spesso qualificato le vittime del 2011 come “criminali”.

Durante una conferenza stampa organizzata lunedì 11 gennaio dall’Associazione dei martiri e dei feriti, la presidente Lamia Farhani ha annunciato la sua intenzione di denunciare Abir Moussi per incitamento all’odio. Ad arginare le forze della controrivoluzione c’è oggi il corpo nuovo della società civile tunisina, impegnata da anni in un braccio di ferro costante con le autorità. Proprio in questi giorni un’ondata di proteste attraversa il paese, caratterizzata da violenti scontri con le forze di polizia. Più di 630 manifestanti sono stati arrestati in 48 ore.

La battaglia dei martiri e dei feriti della rivoluzione assume così un importante significato per l’elaborazione di una memoria collettiva in vista del futuro della Tunisia.