Arte contemporanea / Dak'Art 2014
Dopo 25 anni di “onorato servizio”, la manifestazione chiede di sganciarsi dal ministero della cultura e di avere un proprio museo. Per acquisire maggior indipendenza nelle scelte e più peso in Senegal e sulla scena internazionale.

Da ormai quasi un quarto di secolo Dakar ospita una biennale che è di riferimento a livello internazionale per l’arte contemporanea africana, l’unica del continente a non essere durata lo spazio di un mattino. Ma malgrado questo primato, la capitale senegalese continua a non disporre di un museo che possa rendere organico il rapporto della città con l’arte contemporanea, e fare di Dakar un richiamo in questo campo non solo per un mese ogni due anni.
Paradosso che, edizione dopo edizione, la longevità della manifestazione ha reso sempre più stridente, ma che Dak’Art 2014 (9 maggio-8 giugno) ha volutamente enfatizzato. Con una raffica di sostanziose retrospettive dedicate a importanti artisti senegalesi, il nuovo segretario generale della Biennale, Babacar Mbaye Diop, non ha infatti solo puntato a dare consistenza a un’edizione che, dopo la Dak’Art forzatamente in tono minore del 2012 (appena dopo i drammatici mesi delle elezioni presidenziali), doveva necessariamente presentarsi all’insegna del rilancio: ha anche voluto alludere appunto all’esigenza di rendere permanenti a Dakar la presenza dell’arte contemporanea e la valorizzazione di tutta una grande storia di arte moderna-contemporanea senegalese. Le stesse operazioni che hanno reso possibili diverse retrospettive hanno indicato con decisione questo orizzonte.
Tra i pezzi forti del programma ufficiale, il folgorante omaggio a Moustapha Dimé, ospitato dalla Galerie Nationale, è stato consentito dal rimpatrio di un rilevante florilegio di opere, fra le quali diversi suoi capolavori. Pioniere, con i suoi assemblaggi di materiale di recupero, della scultura contemporanea africana, e da annoverare tra i più importanti scultori a livello internazionale degli ultimi decenni del Novecento, Dimé è mancato prematuramente nel 1998. Esposte nel ’99 in una mostra dedicata a Dimé all’Hôtel de Ville a Parigi, le opere erano poi rimaste nella capitale francese, custodite alla Villette, che col 2008 non era però più nelle condizioni di conservarle. Su richiesta della famiglia Dimé, la Fondation Blachère, specializzata nell’arte contemporanea africana, ha accettato allora di prenderle in deposito della sua sede di Apt e di sostenere le spese per il loro rientro a Dakar: che, d’accordo con il ministero della cultura del Senegal, si è realizzato in occasione della Biennale.

Musée Dynamique. Organizzato a Saint-Louis nell’ambito delle proposte Off di Dak’Art, l’omaggio ad Iba N’Diaye ha valorizzato invece una importante donazione allo stato senegalese. Esponente di primo piano del modernismo della “scuola di Dakar” patrocinata da Senghor, ma in dissenso con la politica, conseguente all’idea della negritudine, portata avanti nel campo delle arti figurative dal padre dell’indipendenza senegalese, nel ’67 N’Diaye scelse di trasferirsi in Francia. Prima di morire (nel 2008 a Parigi) lasciò al Senegal circa centocinquanta sue opere.
D’altro canto è sconcertante che le spettacolari figure di africani create da Ousmane Sow, che nel ’99 hanno avuto l’onore del Pont des Arts accanto al Louvre, non abbiano una adeguata vetrina a Dakar, dove il decano della scultura contemporanea del continente, recentemente nominato accademico della francese Académie des Beaux-Arts, abita e produce dopo una vita di lavoro come fisioterapista in Francia. È lo stesso Sow ad aver cominciato a riportare a casa, in Africa, i suoi masai, nuba, zulu: pure nell’ambito dell’Off, la mostra di alcune sue opere nella sede di Dakar della società Eiffage ha messo in evidenza, oltre all’impatto della sua arte, anche l’urgenza di renderle un tributo stabile in patria, dove Ousmane Sow non veniva esposto da quindici anni.
A mettere i piedi nel piatto, già durante la cerimonia inaugurale, è stata la presidente del Comité d’orientation di Dak’Art. Thérèse Turpin Diatta ha sollecitato il presidente della repubblica Macky Sall a mantenere la promessa di riaprire il Musée Dynamique creato nel ’66 da Senghor in occasione del Festival mondial des arts nègres, e nel ’90 divenuto sede della Corte suprema; ma ha anche chiesto che il Musée Dynamique venga restituito alla sua vocazione originaria di sede di grandi mostre (basti citare Chagall nel ’71, Picasso nel ’72, Iba N’Diaye nel ’77), e che lo stato si faccia carico della costruzione ex novo di un museo dedicato all’arte contemporanea.
Ma perché Dakar si inserisca nel grande circuito dell’arte contemporanea, approfittando di tutte le ricadute materiali e simboliche che ne possono conseguire, lo stato senegalese dovrà affrontare in maniera matura problemi meno materialmente onerosi ma anche più delicati. Uno è quello – richiesta pure avanzata con decisione da Thérèse Turpin – di assicurare l’indipendenza della Biennale, consentendone già per l’edizione 2016 lo sganciamento, nella forma di ente autonomo, dal ministero della cultura.

Gay out. Ma un altro problema, inedito e inatteso, è emerso clamorosamente nel corso di questa edizione, estremamente ricca di proposte, dinamica e che ha registrato una vivace e numerosa partecipazione internazionale di addetti ai lavori: quella della libertà di espressione. Rea di ospitare una esposizione sulla (sottotitolo della mostra) “visibilità gay in Africa”, nella notte fra l’11 e il 12 maggio Raw Material Company, galleria di punta, interessata a far interagire le arti con le questioni sociali e politiche, è stata minacciosamente assediata da estremisti, con vandalismi alla recinzione e all’illuminazione della palazzina che la ospita. Per niente scandalosa, la mostra di Raw Material Company ha suggerito pacatamente – fra l’altro con gli ormai famosi ritratti di donne sudafricane della fotografa Zanele Muholi (presentati anche al padiglione sudafricano della Biennale di Venezia 2013) – che le persone omosessuali sono uomini e donne come gli altri, che è assurdo siano denigrate, discriminate o addirittura uccise.
Dopo un articolo di Le Monde che segnalava la presenza a Dak’Art di opere antiomofobe in un paese dove l’omosessualità rimane fuori legge, e una trasmissione televisiva senegalese, le autorità, sollecitate da alcuni esponenti religiosi islamici, hanno chiuso con alcuni giorni di anticipo sulla fine di Dak’Art sia Raw Material Company sia un’altra esposizione privata dove un’opera faceva riferimento a un triste episodio di negazione della sepoltura per presunta omosessualità.
Per il franco-algerino Kader Attia, uno degli artisti esposti a Raw Material Company, lo stato ha avvallato l’isteria degli integralisti. Il segretario generale della Biennale, Babacar M. Diop, si è limitato a dire che Dak’Art non è responsabile delle proposte dell’Off, ma solo delle esposizioni ufficiali: ma, se davvero Dak’Art vuole crescere e aprirsi, questa comoda linea di difesa non è certo idonea a gestire nelle prossime edizioni un’arte contemporanea dove è diffusa l’esigenza di prendere posizione.