GIUFA' – SETTEMBRE 2018
Gad Lerner

Diminuire la quota di spesa pubblica destinata all’accoglienza e all’integrazione dei migranti è davvero un obiettivo perseguibile, sul lungo periodo, soprattutto in un paese dalla collocazione “di frontiera” come l’Italia?
Dopo il quasi totale smantellamento della rete di salvataggi in mare, perseguita descrivendo i volontari delle ong alla stregua di affaristi, ora la propaganda xenofoba in cui si è specializzato il nostro governo ha preso di mira i costi delle strutture allestite per ospitare i richiedenti asilo, presentate dispregiativamente come “business dei migranti”.

L’opinione pubblica non chiede di meglio che un buon rifornimento di alibi morale: chi si preoccupa degli stranieri anziché dei poveri italiani agisce per secondi fini, in realtà mira al guadagno. Fingono di essere buoni, perché gli conviene, ma intanto si arricchiscono alle nostre spalle.
A riprova vengono portati singoli episodi di appropriazione indebita e malversazioni in cui sono coinvolti imprenditori disonesti e false cooperative che si sono fatti largo, spesso grazie a protezioni politiche, attraverso bandi di gara e appalti che utilizzano i fondi europei e dello stato italiano, nonché il ricavato di sottoscrizioni private. Non c’è dubbio che si tratti di una piaga tipica di un sistema come il nostro, cavilloso nell’assegnazione di fondi pubblici e incline alla corruzione. Tanto più quando il tutto avviene con procedure d’urgenza.

Ma la questione di fondo, resta: è davvero pensabile un taglio delle risorse destinate a fronteggiare un fenomeno strutturale qual è l’immigrazione dalle zone di guerra e dai paesi poveri? La componente più estremista dei nostri governanti si accontenta di fornire una risposta tanto radicale quanto velleitaria.

Secondo loro l’immigrazione si può semplicemente bloccare con la forza. E pazienza se ciò prefigura scenari futuri dirompenti di guerra, nuove forme di colonizzazione, l’acuirsi degli squilibri economici fra aree geografiche limitrofe.
Chi, invece, ha un approccio più realistico alle dinamiche in atto nel mondo contemporaneo deve a sua volta porsi interrogativi inediti sulla gestione dei flussi migratori, come già si fece in Europa subito dopo la seconda guerra mondiale.

Concedetemi un paragone ardito: così come nessuno più ha da eccepire se per la cura della nostra salute si favorisce anche il ricorso a strutture private che hanno arricchito imprenditori del settore, nel rispetto (almeno teorico) di parametri regolati dalle pubbliche autorità, non vedo ostacoli di natura morale alla crescita di un settore economico specializzato nell’inserimento degli immigrati, purché in osservanza di normative prestabilite.

Oggi sarebbe illusorio pensare che ciò possa avvenire senza il ricorso a una quota programmata di spesa pubblica, nell’interesse di tutta la comunità nazionale a cominciare dalle sue componenti più svantaggiate. E altrettanto illusorio sarebbe rinunciare all’impegno profuso gratuitamente dai cittadini impegnati nel volontariato sociale.

Denigrare i “buoni” per nobilitare l’alito di cattiveria che aleggia fetido in giro per la penisola, riscuotere applausi tagliando i 35 euro al giorno stanziati per la sistemazione provvisoria dei richiedenti asilo, fingere stupore per il fatto che numerosi italiani si occupano professionalmente di immigrazione, oltre che cinico è terribilmente miope.

35 euro
È il costo medio per l’accoglienza al giorno dei richiedenti asilo nel sistema di protezione gestito dagli enti locali (Sprar). Il sistema Sprar è finanziato dal Viminale, che attinge le risorse dal Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo. Come sono spesi questi soldi? I servizi offerti variano a seconda dei bandi, ma sono in genere essenziali: pulizia, vitto, beni di prima necessità (lenzuola, vestiti ecc.); servizi di mediazione linguistica e culturale, una tessera di ricarica telefonica all’arrivo. Ai migranti spetta solo un pocket money di 2,50 euro al giorno. Il resto serve a pagare strutture, operatori, costi indiretti.