Matteo Renzi è un recidivo. Non riesce proprio a tenere nascosta la sua simpatia per gli autocrati. Per chi ammanetta polsi e pensieri. Non ricerca neppure tartufesche equidistanze da loro. Lo rivela la recente scoperta della sua partecipazione al board del think tank dell’Arabia Saudita per la modica cifra di 80 mila dollari annui. Uno dei regimi, quello di Riyadh, tra i più repressivi e retrogradi del pianeta secondo le classifiche di Amnesty International e di Freedom House, organizzazione Usa che monitora le libertà civili e politiche.

Ma la disinvolta politica estera del senatore di Italia Viva si è manifestata ancora più platealmente nel 2014, a pochi mesi dal suo insediamento a Palazzo Chigi (febbraio 2014). Renzi, infatti, ha la responsabilità di essere stato il primo leader occidentale ad aver sdoganato il federmaresciallo golpista egiziano Abdel Fattah al-Sisi.

Il 2 agosto, l’allora presidente del consiglio italiano volò entusiasta a Il Cairo ad abbracciare e a stringere le mani a quello che poi definirà «il leader emergente del Medioriente», accreditandolo come eroe della «lotta al terrorismo». Un riconoscimento che mise una pietra sopra alla prudenza della diplomazia italiana nel riconoscere le istituzioni ad interim volute dall’esercito egiziano.

La scalata di al-Sisi

Dopo il colpo di stato del luglio 2013, che mise fine alla breve esperienza del presidente eletto Mohamed Morsi, al-Sisi il 26 marzo 2014 annunciò dagli schermi televisivi la sua futura candidatura alle “presidenziali”. E si presentò in tv in modo del tutto non convenzionale: un candidato civile in uniforme militare. Stravinse poi il voto del 26 maggio partecipato dal 47% della popolazione.

Ma il suo golpe significò massacri in piazza, torture, sentenze di morte, arresti di migliaia di oppositori. Una strage di sangue e di diritti che sembrò essere cancellata in fretta dalle elezioni. Soprattutto per chi scambia democrazia con stabilità. Uno di questi è Renzi, che condonò e mise tra parentesi ogni repressione e violazione.

Il suo entusiasmo per gli autocrati mediorientali, quelli con le mani sporche di sangue, è sempre stato giustificato con la medesima motivazione: al-Sisi come il principe saudita Mohammed bin Salman rappresentano dei bastioni contro il terrorismo. Al Corriere della Sera, pochi giorni fa, Renzi ha avuto l’ardire di affermare (senza essere contraddetto) che «è grazie a Riyadh che il mondo islamico non è dominato dagli estremismi».

Eppure, oggi, che pur festeggiamo i 10 anni dalle Primavere arabe, sappiamo che tutti gli autocrati abbattuti dai moti di piazza erano appoggiati dall’Occidente, proprio perché si proponevano come baluardo contro l’islamismo. Almeno si cambiasse versione, ora.

Lo sberleffo a Human right watch

Le stesse parole osannanti Renzi le ribadì ad al-Sisi anche nel novembre del 2014, quando, a soli 3 mesi dal suo viaggio al Cairo, l’ex presidente del consiglio italiano invitò il faraone a Roma. Con tutti gli onori del caso. Il senatore di Italia Viva era in piena “Sisimania”, mentre il paese nordafricano già soffriva di “Sisifobia”.

Renzi non arrossì per l’imbarazzo (e men che meno chiese spiegazioni) neppure quando venne a conoscenza – proprio alla vigilia dell’arrivo nella capitale, il 24 novembre, del presidente egiziano – dello sberleffo che il regime riservò alla richiesta di Human right watch di aprire un’inchiesta ufficiale sul massacro di oltre 2mila manifestanti islamisti a Rabaa al-Adaweya, il 14 agosto 2013.

L’ong definì il massacro un attacco premeditato e «il peggiore omicidio di massa della storia moderna dell’Egitto». Chiese che al-Sisi, allora a capo delle forze armate, venisse processato per crimini contro l’umanità. Nel rapporto della commissione governativa — presentato, appunto, pochi giorni prima che il despota atterrasse a Roma – la colpa venne fatta ricadere sulle stesse vittime.

Una passione collettiva

L’infatuazione per il federmaresciallo durò a lungo. Renzi dal 13 al 15 marzo 2015 accompagnò sorridente una trentina di imprese italiane a Sharm el-Sheick per un evento legato al raddoppio del Canale di Suez. Business as usual.

Un entusiasmo per quel regime che coinvolse molti politici di primo piano di allora come di oggi. L’attuale commissario europeo Paolo Gentiloni, da ministro degli esteri del governo Renzi, definì «l’Egitto paese chiave nella sfida al fondamentalismo».

Carlo Calenda, oggi a capo del movimento “Azione”, nel luglio del 2015, nei panni di vice ministro dell’esecutivo Renzi, disse: «Dall’arrivo di al-Sisi al governo l’interscambio italiano ha avuto un enorme impulso. Piaccia o no, i processi di stabilizzazione politica rafforzano i rapporti economici». Un maestro del fallimento, nella parodia di Crozza.

Tutti portaborse degli interessi economici. Con il paraocchi sulle libertà e i diritti violati. E quando qualche osservatore avvertito, come lo storico e intellettuale Gian Paolo Calchi Novati, dalle pagine del Manifesto sostenne, già nel 2015, che «il governo deve dire al parlamento e all’opinione pubblica perché ha scelto come suo (nostro) principale alleato nel Medioriente un dittatore», nessuno gli rispose ufficialmente.

Un abbraccio così intenso tra Roma e Il Cairo che quando il terrorismo islamico dovette individuare un obiettivo da colpire nella capitale egiziana, sempre nel 2015, puntò dritto al consolato italiano. Fonti ufficiali attribuirono la causa del tremendo boato, sentito in tutta la città alle prime ore di quell’11 luglio, a un’autobomba esplosa mentre il palazzo era ancora chiuso. L’attentato provocò un morto e una decina di feriti. Fu la prima sede straniera colpita nell’Egitto post golpe. Una vicenda la cui verità, poi, è stata velocemente messa sotto il tappeto. E archiviata.

I dubbi sulla vicenda Regeni

Una relazione di amorosi sensi tra Italia ed Egitto che ha inevitabilmente condizionato, negativamente, anche la vicenda di Giulio Regeni, il ricercatore curioso del mondo, rapito, torturato e ucciso al Cairo esattamente 5 anni fa. Renzi ha dichiarato il 24 novembre 2020 presso la Commissione parlamentare che indaga sulla morte del giovane friulano, di avere un rimpianto: aver saputo solo il 31 gennaio della sua scomparsa.

Affermazione smentita subito dopo dalla Farnesina, che ha ricordato come i servizi di sicurezza fossero informati di quel che accadde poche ore dopo la scomparsa, il 25 gennaio 2016. Anche in quella occasione Renzi difese, a suo modo, al-Sisi: «La non collaborazione egiziana è un falso. Non è stata sufficiente ma c’è stata».

A intossicare questa storia, increspando la credibilità dell’ex premier, rimane così quel rapporto “di stima” reciproca con il despota egiziano. Lo stesso dittatore che baratta la verginità del suo regime con commesse militari faraoniche con Roma.

Sono le commesse che piacciono a Renzi. Sono le sue “scommesse” su un futuro che guarda al passato.