GIUFA' – GENNAIO 2019
Gad Lerner

Tra le grossolanità più abusate per liquidare i migranti africani come furbacchioni che vogliono solo vivere alle nostre spalle, spicca l’accusa relativa agli smartphone: «Non vedete? Hanno il telefonino ultimo modello, noi poveri italiani ce lo sogniamo!».

Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Dunque, sarà inutile spiegare ai denigratori il motivo per cui conservare attraverso i social networks un’esile connessione a familiari e amici lontani, rappresenti un bisogno vitale prioritario.

Più utile sarebbe riflettere sulle ripercussioni che l’exploit delle telecom e l’ormai capillare interconnessione web, fin nelle regioni più povere e isolate del continente, delineano per l’Africa del futuro. Se ha ragione Yuval Noah Harari preconizzando che le nuove tecnologie legate all’intelligenza artificiale faranno emergere entro il 2050 una enorme «classe inutile», formata da persone non solo disoccupate, ma economicamente superflue, provo a immaginare quanti saranno (o sono già) gli “inutili” africani: una moltitudine, di certo una grossa percentuale della “classe inutile” descritta da Harari.

Ebbene. Se sfamare e vestire tutta questa gente appare difficile ma non impossibile, grazie alla rivoluzione tecnologica, più arduo è risolvere il problema del loro tempo vuoto. Come e dove, in quale mondo reale e virtuale, trascorreranno le loro giornate e troveranno l’appagamento emotivo a cui ogni essere umano aspira?

Harari sostiene che le realtà virtuali saranno la chiave della motivazione della “classe inutile” del post-lavoro a ogni latitudine, cominciando dalle nostra società anziane e opulente. Prevede un boom dei videogiochi unitamente al revival di pratiche religiose che, a loro volta, spalancano agli adepti le prospettiva di un mondo a venire nel quale saranno premiati.

Si tratta di tendenze che in Africa già proliferano, dalle megalopoli ai villaggi più sperduti: intrattenimento standard a buon mercato; un tempio evangelico, una moschea e (più di rado) una chiesa a ogni angolo di strada. Questi mondi virtuali già trattengono dall’emigrazione una grande maggioranza di africani figli del boom della riproduttività e del calo della mortalità infantile.

Mi chiedo se le potenze mondiali, che guardano con preoccupazione al futuro dell’Africa, calcolino davvero che basterà qualche sacco di riso, una play station, la parabola satellitare e un pastore d’anime con la voce melodiosa a plasmare una nuova forma di sottomissione coloniale.

L’assenza alla recente conferenza di Marrakech sul “global compact” di nazioni-chiave come Stati Uniti e Australia, ma anche di nazioni-simbolo come Israele, per non parlare dei sovranisti europei tra cui l’Italia, induce a pensare che il calcolo sia di nuovo quello non dichiarabile: depredare finché possibile l’Africa, tenendo a bada le sue popolazioni. Incrociando le dita nella speranza che la separazione regga. E che, nel frattempo, non si ribelli la “classe inutile” di casa nostra, già oggi assai più multicolore di quanto non ce la raccontano.

Yuval Noah Harari è uno storico, saggista e professore universitario nato a Haifa, in Israele, nel 1976. Ha ottenuto un dottorato presso l’Università di Oxford nel 2002 e, attualmente, è docente del dipartimento di storia dell’Università ebraica di Gerusalemme, specializzato in storia del mondo, storia medievale e storia militare. È autore di diversi saggi tra cui i più famosi sono Sapiens. Da animali a dèi. Breve storia dell’umanità, (Bompiani editore, 2014); Homo Deus. Breve storia del futuro, (Bompiani editore, 2017); 21 lezioni per il XXI secolo, (Bompiani editore, 2018).