Scioglimento dell’Assemblea nazionale, rimpasto di governo (il quarto in un anno) e grazia presidenziale concessa a una trentina di detenuti del movimento Hirak. Le tre scelte del presidente della Repubblica algerino, Abdelmadjid Tebboune, dopo il suo rientro dalla Germania, dove ha subito un’operazione e dopo essersi consultato con alcuni partiti politici.

Ma soprattutto in occasione della celebrazione del secondo anniversario di Hirak, la rivolta popolare senza precedenti del 22 febbraio 2019, che costrinse Abdelaziz Bouteflika a rinunciare al suo quinto mandato presidenziale e a dimettersi.

In particolare, la scelta del presidente di concedere la grazia a una trentina di attivisti dell’Hirak stata letta come «una decisione che riconosce l’importanza della libertà di espressione e del pluralismo nel processo democratico». Lo ha scritto l’Alto rappresentante dell’Unione europea, Josep Borrell, su Twitter, definendo la liberazione dei detenuti «un’ottima notizia».

Ma è davvero un passo verso il riconoscimento del pluralismo e del processo democratico in Algeria? E lo scioglimento del Parlamento è una manovra che va sinceramente incontro alle esigenze del popolo? Mohammed Benaissa – militante politico algerino laureato in Scienze Politiche, membro dell’Hirak, da anni emigrato in Francia – non la pensa così. «È solo una manovra politica per distogliere l’attenzione della gente dai veri problemi».

Lo scioglimento dell’Assemblea popolare nazionale e il nuovo rimpasto governativo erano scelte attese?

Sì, visto il contesto in cui il regime algerino si trova attualmente. Tutti aspettavamo il ritorno di Tebboune dal suo viaggio in Germania per ragioni sanitarie e ci attendevamo che facesse un gesto come questo perché sa bene che il movimento popolare di Hirak è sempre in agitazione. Le tensioni sono vive e il popolo non accetta il programma e le manovre del regime.

Quindi la sua è la solita tattica messa in atto per placare il malumore dei movimenti di contestazione: elezioni anticipate, la dissoluzione del parlamento e il rimpasto ministeriale. Ma se queste azioni politiche possono avere un senso in un paese democratico, in un ambiente dove si vive, più o meno, in condizioni di libertà, hanno scarso valore in Algeria. Sono scelte che non cambiano nulla nell’attualità politica. È solo una manovra che il popolo rigetta perché non risponde ai veri problemi della gente.

Quali sono i principali problemi che vive il popolo?

Beh il principale è il tema della legittimità politica, perché in Algeria i rappresentanti del popolo non sono veri rappresentanti, ma solo dei fantocci. Ci sono delle gang e gruppi di potere che gestiscono il bene pubblico al di là dei rappresentanti. Il potere politico non è nelle mani di questi ultimi.

È il sistema militare che governa in nome del popolo. Tutti i ministri e i politici sono la vetrina di uno stato molto chiuso con a capo i quadri militari che gestiscono la giustizia, le banche e la ricchezza algerina. Tutto è nelle loro mani: hanno costruito un sistema politico di cui fanno parte il presidente, il governo, ma anche oppositori e sindacati.  

Il popolo, quindi, vuole essere lui a decidere il suo destino, costruendo le basi della democrazia. Non chiede la luna, solo di fondare uno stato democratico basato sulla separazione dei poteri, con la giustizia indipendente e con elezioni trasparenti. Una prospettiva che non può essere accettata dal regime, che fa di tutto per evitare questi temi, dicendo alla gente che non ci sono problemi e che tutto va bene.

Il referendum del 1° novembre non ha cambiato nulla a livello politico e nella vita della gente?

Assolutamente no, perché in Algeria il problema non sono le leggi e le Costituzioni, che non sono mai applicate. In quella precedente all’attuale, si tutelava la libertà d’espressione, di manifestare, la libertà di religione. Diritti scritti, ma mai garantiti. Nella vecchia Costituzione non c’era la separazione dei poteri e tutto si concentrava nelle mani del presidente.

Così come nella nuova, dove troviamo un presidente iperpotente, che detiene tutti i poteri (giudiziario, esecutivo e legislativo) e può sciogliere l’assemblea in ogni momento. Anche il nuovo testo fondamentale è stato scritto dall’alto, senza una vero dibattito in un’assemblea costituente. Nulla nasce dal basso. Tutto viene sempre calato dall’alto, dal sistema.

È il presidente a scegliere la commissione, che decide gli articoli e i cambiamenti da adottare nel testo. All’ultimo voto referendario c’è stato un tasso di affluenza pari al 23,7%. E questo ha un significato politico: il rifiuto dell’attuale quadro politico. Con una percentuale così bassa che legittimità ha il voto?

 Il 20 febbraio, il presidente ha amnistiato e liberato una trentina di prigionieri dell’Hirak. Tra loro anche il giornalista Khaled Drareni, il cui arresto aveva suscitato molte reazioni, trasformandolo in un’icona della libertà di espressione. Si tratta solo di un gesto politico in occasione dei due anni dalla nascita del movimento oppure di altro?

L’intento del regime era di dare un segnale a ridosso del 22 febbraio, giorno celebrativo dei due anni del movimento. Per noi è ritornare alla normalità: non si tratta di un privilegio e neppure di un atto politico di grande coraggio. Sulla carta c’è libertà di espressione in Algeria, quindi non si capisce perché li abbiano arrestati.

Il fatto di liberarli non cambia niente nel panorama politico visto che lo stesso giorno ne hanno messo altri in prigione. Per noi non si tratta solo di liberare i prigionieri ma qualcosa di molto più profondo: vogliamo lo smantellamento di un regime mediocre, mafioso, che non rispetta le leggi e che ha portato il paese nel caos.

Parliamo del movimento Hirak: è sempre lo stesso o è cambiato in questi due anni?

È sempre lo stesso perché la sua causa e le sue rivendicazioni rimangono le medesime. Certo, dopo la fatica c’è più maturità. Ha resistito alle manovre per fondare un movimento su basi ideologiche; a manovre politiche per far aderire i membri dell’Hirak al programma governativo.

Tutto è stato rigettato e, anzi, gli ideali dell’Hirak per un cambiamento radicale si stanno radicando sul terreno, tra la gente che ha capito che non vogliamo un cambiamento di facciata, ma in profondità. Da quando le marce di sono arrestate, a causa del Covid, il sistema ha fatto tutto il contrario di ciò che avrebbe dovuto fare: ha continuato ad arrestare attivisti e giornalisti, ha continuato a dare credito a gente corrotta, continua a relazionarsi con il popolo con disprezzo e senza trasparenza, bloccando la libertà dei media spesso ostruiti nel loro lavoro.

Ad esempio, nessun attore dell’Hirak può intervenire nei media pubblici o privati. Quindi, la giustizia è sempre agli ordini del regime. La chiamiamo «la giustizia del telefono» perché basta ricevere una chiamata per imprigionare una persona e i giudici eseguono. In definitiva, niente è cambiato e l’Hirak continua allo stesso modo, anzi ora in un modo ancora più accentuato perché vediamo il pericolo: le promesse di Tabboune sono andate in fumo una dietro l’altra.

Il presidente non ha portato alcuna novità. Anzi, è peggio di Bouteflika. Abbiamo assistito a crisi enormi in quest’ultimo anno come quelle dell’elettricità e della scarsità di beni primari. Il popolo è stanco di un regime con la parvenza di essere civile, mentre è militare. È pericoloso toccare questo tasto. Ci sono perquisizioni continue nelle case e un controllo serrato sui social.

Abbiamo circa una settantina di membri dell’Hirak in prigione per aver postato su Facebook contenuti ostili al regime. Basta criticare il presidente, un ministro o qualche membro affiliato al clan di potere che ti attaccano con accuse gravissime come quella di attentato alla sicurezza dello stato. Ma il regime non può resistere di fronte a un popolo ben determinato a prendere il suo destino in mano e che ha deciso di non fare passi indietro per non lasciare la rivoluzione a metà del guado.