La diga di Mohale, in Lesotho (Credit: Ihwp)

Non accennano a placarsi le polemiche attorno ai lavori per il completamento del sistema di dighe Lesotho Highlands Water Project (Lhwp). La prima pietra per la realizzazione del progetto di approvvigionamento idrico, sviluppato dai governi del Lesotho e del Sudafrica, è stata posta nel lontano 1986. All’epoca l’investimento iniziale fu di oltre 2 miliardi di dollari, di cui 1,87 stanziati dal Sudafrica.

Obiettivo del sistema di dighe e condotte sotterranee era quello di trasferire l’acqua proveniente dalle sorgenti d’alta quota nelle montagne del Lesotho fino alla regione sudafricana del Gauteng, e garantirne così l’arrivo fino alle vaste aree urbane di Johannesburg e Pretoria. Un sistema che negli anni da un lato ha risolto in parte i problemi di approvvigionamento idrico del Sudafrica, dall’altro ha rimpinguato le casse del Lesotho, che vende l’elettricità in eccesso generata dagli impianti idroelettrici alla società elettrica sudafricana Eskom.

Sembrerebbe tutto in ordine se non fosse che la realizzazione dell’ultima delle tre dighe del progetto idroelettrico, la diga di Polihali, continua a essere posticipata di anno in anno. Inizialmente programmato per il 2020, il completamento dell’infrastruttura è stato prima spostato al 2026 e, nel mese scorso, addirittura al 2028. L’11 ottobre l’African Development Bank (AfDB) ha provato a dare uno scossone ai lavori, approvando un finanziamento di 86,72 milioni di dollari per accelerare i tempi.

Il problema non sono però tanto i soldi, né il Covid-19 – seppure la pandemia abbia indubbiamente ingolfato i lavori -, quanto piuttosto la lentezza della Lesotho Highlands Water Commission (Lhwc), la commissione binazionale incaricata di supervisionare l’operato della Lesotho Highlands Development Agency (Lhda), responsabile della realizzazione del progetto, e l’assegnazione degli appalti per portare a termine l’opera.

Negli ultimi anni l’operato della commissione è stato frenato dal giro di poltrone al suo interno. Per ciò che concerne il Lesotho, da qualche mese a questa parte Tumisang Mosotho ha assunto il ruolo di capo delegazione, sostituendo Mzamo Lephoma, il quale era stato licenziato a fine febbraio dopo uno scontro con il ministro delle risorse idriche Nkaku Kabi. Le cose vanno peggio nella delegazione sudafricana, rimasta senza un capo dopo l’uscita di scena di Bekizwe Nkosi nel maggio del 2019. Da allora il governo è finito più volte nel mirino delle critiche del partito di opposizione Alleanza democratica (Ad), per l’incapacità di individuare un suo successore.

C’è poi un altro elemento ancora più importante da tenere in considerazione, ovvero la ricerca di un dialogo con le comunità che vivono nei territori interessati dalla costruzione della diga di Polihali. Come era prevedibile, per la sua invasività il progetto sta andando incontro a numerose lamentele e richieste di risarcimento da parte degli abitanti della valle che presto saranno costretti a sgomberare per l’avanzamento dei lavori.

Secondo Amnesty International la costruzione della diga porterà allo sfollamento quasi 8mila persone residenti in 35 villaggi nel distretto di Mokhotlong, nella parte nord-orientale del paese. La ong ha denunciato che ad alcuni degli sfollati è stato dato poco più di 1 dollaro come risarcimento per convincerli ad accettare il reinsediamento in aree limitrofe al distretto. Uno schiaffo alla dignità di queste persone, alla luce dei miliardi spesi finora per la realizzazione di questo sistema di dighe.

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