Il generale Khalifa Haftar

Il 27 aprile il 76enne uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar, si è autoproclamato capo della Libia. In una dichiarazione tv ad al-Hadath ha detto di «accettare il mandato del popolo libico per occuparsi del paese». E ha nuovamente dichiarato non valido l’accordo di Skhirat che nel 2015 stabilì la creazione di un governo di accordo nazionale con sede a Tripoli e guidato da Fayez al-Serraj.

Una mossa strategica, oppure dettata dalla convinzione di non avere più niente da perdere? Una decina di giorni fa, il generale, dopo una serie di sconfitte militari che avevano permesso al governo di Tripoli di riconquistare alcune città della costa verso il confine con la Tunisia, era tornato ad attaccare la capitale. Nei giorni precedenti, aveva tagliato le forniture di acqua rendendo ancora più critica la situazione, mentre anche la Libia sta combattendo contro la diffusione del coronavirus, con tutte le preoccupazioni legate alla forte presenza di migranti in campi dalle condizioni igieniche pessime.

In un’audizione al Parlamento europeo, esponenti dell’Unhcr hanno affermato che attualmente in Libia  si trovano 650mila stranieri, di cui oltre 48mila richiedenti asilo registrati dall’Onu. Inoltre ci sono più di 370mila libici sfollati internamente, e 450mila tornati in patria di recente. L’agenzia delle Nazioni Unite stima in «aumento le partenze dal paese a causa del Covid-19 e del coprifuoco, che riducono la possibilità» per le persone di trovare il modo per sopravvivere. Nonostante la situazione bellica, la Libia continua a rimanere un paese di destinazione dei migranti, e secondo l’Oim ci sono circa 650mila lavoratori stranieri che devono aiutare l’economia locale.

L’annuncio di Haftar sembra non essere stato accolto, almeno ufficialmente, in modo positivo neppure dai suoi più stretti alleati. La Russia, che pure ha inviato mercenari e aiuti ad Haftar, da qualche tempo nutre su di lui seri dubbi. Putin non l’ha mollato ma sia lui che il primo ministro Lavrov si sono legati al dito lo sgarbo clamoroso del gennaio scorso quando venne invitato a Mosca e rifiutò di firmare la tregua. E anche l’Egitto del generale Al-Sisi sembra aver accolto flebilmente l’annuncio del presunto golpe dell’ex uomo forte di Gheddafi. Ma la sua fuga in avanti ha trovato scarso sostegno pure tra le tribù e i politici della stessa Cirenaica.

A questo punto c’è da chiedersi cosa sta accadendo in quel buco nero che è la crisi libica, che si sta srotolando a poche miglia dalle nostre coste.

Abbiamo interpellato il professor Antonio Morone, docente di africanistica all’Università di Pavia ed esperto di Nordafrica, in particolare delle vicende libiche, affinchè ci illuminasse su alcune questioni chiave:

1)      Che significato politico dà al gesto del generale Haftar di autoproclamarsi il capo unico della Libia, disconoscendo l’accordo di Skhirat del 2015 e di conseguenza anche il Parlamento;

2)      L’annuncio mostra la volontà di Haftar di voler accelerare il percorso verso la conquista di Tripoli? O dimostra la sua fragilità del momento e il fallimento della sua offensiva?

3)      È pura fantasia un disconoscimento di Haftar da parte del parlamento di Tobruk che l’ha sempre legittimato?

4)      Come leggere le prese di distanza di molti paesi arabi (tranne Arabia Saudita) che lo hanno sempre sostenuto? Anche della Russia.

5)      Al di là delle dichiarazioni ufficiali del ministro degli esteri italiano Di Maio, il ruolo dell’Europa è sempre più marginale nella vicenda libica?

6)      Infine la questione petrolio: il calo del prezzo del greggio mette in ginocchio molti paesi produttori. Compresa la Libia. Ma in questo caso, essendo i proventi petroliferi l’unica forma di entrata lecita per la Libia e ridistribuita tra i contendenti in campo, che cosa comporta il tracollo del prezzo?

Questo l’intervento del professor Morone: