Rd Congo
Dopo le violenze del 31 dicembre delle forze dell’ordine nella capitale Kinshasa e in altre città contro manifestazioni organizzate da laici cattolici, Jean-Pierre Lacroix, responsabile delle missioni di pace Onu, chiede che si individuino i responsabili. Critiche al regime anche dai vescovi.

Il regime congolese rivela ogni giorno più il suo vero volto: ha paura dei propri cittadini. La prova? La brutale repressione di ogni manifestazione anche la più pacifica, come avvenuto domenica 31 dicembre, all’uscita da messa. Ma la cosa non è passata inosservata, anzi.

È così che il capo delle operazioni di mantenimento della pace dell’Onu, Jean-Pierre Lacroix, martedì 9 gennaio, di fronte al Consiglio di sicurezza, ha accusato le forze di polizia congolesi di aver impedito agli uomini della Monusco (la forza Onu in Rd Congo composta da 20mila soldati) di effettuare il pattugliamento delle manifestazioni dei civili del 31 dicembre, contro cui si sono scagliate, con violenza, le forze di sicurezza del regime di Kabila. Per l’Onu è essenziale che le autorità congolesi favoriscano le inchieste in corso, così da colpire i responsabili e portare in tribunale gli autori delle violazioni dei diritti dell’uomo.

Secondo l’Onu e il nunzio apostolico a Kinshasa, almeno 5 persone sono morte dopo che le forze dell’ordine hanno disperso le manifestazioni organizzate il 31 dicembre, in seguito all’appello dei laici cattolici che chiedevano al presidente Joseph Kabila di dichiarare pubblicamente che lascerebbe il potere e non si ripresenterebbe come candidato.

Secondo la nunziatura, 134 delle 150 parrocchie della capitale Kinshasa sono state accerchiate dalle forze di sicurezza e 5 messe sono state interrotte, domenica 31 dicembre. Anche l’ambasciatore di Francia all’Onu, François Delattre, ha «con fermezza condannato le violenze» perpetrate dalle forze di sicurezza e ha lanciato un appello a «un’applicazione effettiva» del calendario elettorale che fissa a fine anno le elezioni.

I vescovi cattolici della Rd Congo, mediatori ufficiali nella crisi politica, sono pure loro al lavoro. Martedì 9 gennaio, una loro delegazione ha attraversato il fiume Congo per incontrare a Brazzaville, il presidente Denis Sassou-Nguesso, alla testa della Cirgl (Conferenza internazionale della regione dei Grandi Laghi) e responsabile dell’applicazione dell’accordo quadro per la pace e la sicurezza in Rd Congo.

I vescovi, criticati dal governo per il loro sostegno ai manifestanti, prendono molto seriamente la situazione che sta vivendo il paese. È la terza volta che i vescovi congolesi incontrano il presidente del vicino Congo-Brazza e questa volta su loro esplicita richiesta. Il loro portavoce, don Donatien Nshole, al termine dell’incontro ha detto che la situazione è seria e che in questo contesto di crisi, i vicini della Rd Congo hanno un ruolo da svolgere per «soddisfare le aspirazioni del popolo congolese» ed evitare, così, il peggio: «Se non si fa attenzione, se si prende la situazione alla leggera – ha detto don Nshole ?, si rischia di andare incontro al peggio».

Calendario elettorale

Per i vescovi, il nuovo calendario elettorale che prevede il voto nel dicembre 2018, è «sostenibile». Da parte sua, il presidente Sassous-Nguesso si dice pronto a fare quello che potrà per il bene del popolo della Rd Congo. Perché sia Brazza (che Luanda, il vicino del sud), temono le conseguenze che avrebbe in casa loro la destabilizzazione dell’immenso vicino congolese.

Si apprende, intanto, che la manifestazione organizzata a Kinshasa il 31 dicembre ha avuto degli emuli in altre parti del paese. E che di fronte alle violenze gratuite della sicurezza nazionale, la gente non si è data per vinta. Ed ecco allora gruppi di cittadini sporgere querela contro agenti dello stato e della polizia per tortura, sequestro e crimini contro l’umanità in diverse città della Rd Congo: Beni nel Nord Kivu, Bukavu nel Sud Kivu e Kananga nel Kasai centrale.

Questi gruppi ritengono che i loro diritti fondamentali di cittadini sono stati violati durante la repressione delle recenti manifestazioni e hanno deciso di fare appello alla giustizia. Denunciano spesso il non funzionamento della giustizia, ma questa volta intendono dimostrare che «credono alla Costituzione» e «ai diritti che garantisce loro». Con filmati alla mano, il movimento civile Lucha, per non portare che un esempio, accusa ufficiali della polizia a Beni di aver torturato il 31 dicembre una quindicina di suoi militanti.

Jean-Pierre Lacroix, responsabile delle operazioni di mantenimento della pace dell’Onu.

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