I negoziati di pace
Sono ripartiti lunedì i negoziati di pace ad Algeri per risolvere la crisi maliana dopo i tentativi falliti per la quarta volta a fine novembre. Ieri la firma dell'ennesimo cessate-il-fuoco tra il governo e sei gruppi armati attivi nel nord del paese. Nonostante la pressione internazionale per la firma di una pace, si teme la ripresa del conflitto.

«I negoziati sono un disco rotto, ormai ci siamo abituati: le settimane precedenti i gruppi armati del nord intensificano i combattimenti, poi cessano di colpo per andare ad Algeri. Là si siedono allo stesso tavolo, bevono del buon tè, si stringono le mani, fanno le foto, si alzano e tornano in Mali a spararsi. E la pace non arriva mai». Mohamed parcheggia il taxi all’ombra. Negli ultimi giorni a Bamako la temperatura ha raggiunto i 46 gradi e la sua vecchia Mercedes sembra un forno. «Chissà come staranno al fresco, nei salotti d’Algeri» ironizza sorridendo. Come lui molti maliani, di questi giorni, non hanno grandi aspettative nei negoziati in corso. La gente comune è troppo impegnata nella quotidiana lotta per la sopravvivenza per credere ancora alle promesse di pace che continuano ad arrivare dall’Algeria.

Mentre a Bamako la vita scorre accaldata, lunedì sono ripresi ad Algeri i negoziati di pace fra il governo di Bamako e i gruppi armati del nord, dopo che a fine novembre erano naufragati per la quarta volta. «Speriamo che la quinta fase appena iniziata sia anche l’ultima» ha dichiarato Mohamed Usmane ag Mohamedoun, portavoce del Coordinamento dei movimenti dell’Azawad. Cavilli terminologici e questioni sostanziali si sono sempre frapposti fra le parti e il raggiungimento di una pace condivisa e duratura. L’utilizzo o meno del termine “Azawad” (“terra del pascolo” in lingua tamashek, denominazione della regione rivendicata dagli indipendentisti tuareg del nord Mali) è stato al centro del contendere per mesi, così come lo statuto particolare da garantire alle tre regioni settentrionali del Paese. In quest’ultima tornata di dialogo pare che i gruppi indipendentisti abbiano accantonato le proprie velleità eponime, acconsentendo all’eliminazione di tale termine a fronte, però, della richiesta reiterata di una reale autonomia.

La firma della tanto attesa pace non c’è stata, ma ieri pomeriggio sei gruppi armati del nord hanno firmato una tregua, l’ennesima, con il governo di Bamako in attesa di nuovi negoziati e di “una pace globale e definitiva”, come recita il documento (vedi foto nella gallery in alto a destra). Per dovere di cronaca, i sei gruppi armati che hanno firmato la tregua sono il Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad (Mnla), l’Alto Consiglio per l’Unità dell’Azawad (Hcua), il Movimento degli arabi dell’Azawad (Maa), il Movimento degli arabi dell’Azawad dissidenti (Maa-bis), il Coordinamento per il popolo dell’Azawad (Cpa) e il Coordinamento dei movimenti e fronti patriotici di resistenza (Cm-Fpr). Dietro alcune di queste sigle si sono riciclati jihadisti vicini ad Aqmi (Al Qaeda nel Maghreb Islamico), narcotrafficanti e signori della guerra. Dietro altre mercenari pro-governativi e milizie etniche di autodifesa. Fino ad oggi ogni cessate-il-fuoco firmato ad Algeri (e, prima, a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso) è sempre stato interrotto poco dopo dal brusco stridere delle armi.

La Minusma, missione dell’Onu di stabilizzazione del Mali, nonostante stia vivendo il momento più critico della propria presenza nel Paese a seguito dei fatti di Gao di fine gennaio, ha cercato di assolvere i propri compiti di mediazione facendo incontrare i rappresentati di diversi gruppi qualche giorno prima dei negoziati, non ottenendo però l’attesa promessa di accordo. Da qualche settimana, ogni venerdì una piccola folla si ritrova in piazza dell’Indipendenza, a Bamako, chiedendo le dimissioni del capo della Minusma, Mongi Hamdi. Lo stesso che era presente ad Algeri a fianco al Ministro degli esteri e mediatore algerino Ramtane Lamamra alla firma del cessate-il-fuoco, giovedì.

Secondo fonti diplomatiche presenti ad Algeri «ora Ibk (Ibrahim Bubakar Keita, Presidente del Mali, ndr) si trova fra l’incudine e il martello. La Francia e l’Algeria premono per la firma di una pace a breve scadenza, anche a costo di forti concessioni amministrative e politiche agli indipendentisti, cosa che non è vista di buon occhio né dall’opinione pubblica né dalla classe dirigente maliana».

Comprensibile, dunque, che Mohamed e i suoi connazionali non si ritengano soddisfatti e temano la ripresa e il radicamento di un conflitto che appare sempre più insolubile. Nel nord Mali, mentre nuovi gruppi armati nascono come funghi cercando di affermarsi come attori da prendere in considerazione nei negoziati, le popolazioni civili vivono da oltre tre anni una quotidianità sempre più insostenibile, fatta di siccità, razzie, attentati e disperazione. Come recita il famoso adagio africano: “quando gli elefanti litigano è l’erba a soffrire”.

Nella foto in alto due guerriglieri Azawad a Kidal in Mali. (Fonte: lindro.it). Nella gallery sopra il documento di cessate-il-fuoco firmato ieri ad Algeri e un momento dei negoziati ad Algeri (Fonte: EPA). Sopra una cartina del Mali con in evidenza la regione contesa dal conflitto.