È un Sudafrica ferito e traumatizzato quello che si prepara a celebrare il 18 luglio il Mandela Day. La “nazione arcobaleno” sta emergendo dall’incubo di giornate di proteste violente che, iniziate il 9 luglio nella Provincia del KwaZulu-Natal, si sono propagate in quella di Gauteng, la provincia più popolosa, dove sorgono le metropoli di Pretoria e Johannesburg.

Migliaia di persone hanno preso d’assalto negozi e centri commerciali. Li hanno svaligiati e dati alle fiamme. Hanno preso di mira anche aziende e le hanno bruciate. Rivoltosi hanno incendiato camion e bloccato importanti vie di comunicazione come l’autostrada che collega la città portuale di Durban a Johannesburg e altre città dell’interno. Il blocco ha impedito il rifornimento di beni essenziali, tra cui la benzina e l’esportazione di produzione agricola e industriale via mare.

Si stima che soltanto a Durban e periferia siano stati distrutti 45mila tra negozi, centri commerciali, magazzini per lo stoccaggio delle merci e aziende. Anche centri per la vaccinazione contro il Covid sono stati vandalizzati, mentre altri sono stati costretti a chiudere per ragioni di sicurezza. Decine di migliaia di persone impiegate nella filiera commerciale e non solo, hanno così perso il posto di lavoro. 

Pesante il bilancio delle vittime: i morti sono 337 (79 nella provincia di Gauteng e 258 nel KwaZulu-Natal), un numero che è andato crescendo di giorno in giorno. Tra le vittime ci sono anche varie persone rimaste schiacciate nella calca durante l’assalto a centri commerciali. La polizia sta indagando su 168 casi di omicidio.

I disordini sono stati innescati dalla protesta dei sostenitori dell’ex presidente sudafricano Jacob Zuma contro la sua incarcerazione avvenuta il 7 luglio scorso. Zuma è stato condannato dalla Corte costituzionale a 15 mesi di carcere per oltraggio alla corte dopo essersi ripetutamente rifiutato di presentarsi davanti alla commissione di inchiesta che sta indagando sulla sistematica corruzione avvenuta durante gli oltre nove anni della sua presidenza.

La protesta, iniziata nella provincia del KwaZulu-Natal, da cui proviene l’ex presidente e abitata prevalentemente dalla popolazione di lingua zulu, è presto degenerata in una insurrezione popolare che ha interessato soprattutto le zone più emarginate, le township dei neri attorno alle città di Durban e Johannesburg, Soweto e altre township delle due province colpite.

Non si può dire tuttavia che sia stata semplicemente una “rivolta del pane” di manzoniana memoria. Sempre più chiaramente, appare che dietro la rivolta della gente più colpita dalla crisi economica e aggravata dagli effetti della pandemia, ci siano stati organizzatori che hanno agito in modo strategico con l’intento di destabilizzare il paese e probabilmente fare cadere il governo.

Pare che il loro piano prevedesse anche il sabotaggio delle centrali per la produzione dell’energia elettrica e i centri per la distribuzione dell’acqua. Tramite i social media, sono riusciti a diffondere di volta in volta informazioni su luoghi e punti da attaccare.    

Molti ora puntano il dito verso i servizi di sicurezza dello stato sudafricano che non potevano non essere al corrente delle comunicazioni eversive diffuse via social e che non hanno fatto nulla per fare arrestare organizzatori e quanti soffiavano sul fuoco della rivolta violenta.

A istigare la gente alle rivolte hanno contribuito anche discussi personaggi politici come Julius Malema, leader del partito dei Combattenti per la libertà economica, come pure alcuni membri della famiglia di Zuma, sempre attraverso l’utilizzo dei social media.

Molti le critiche anche nei confronti della polizia sudafricana. Incaricata di impedire l’assalto a centri di distribuzione di beni essenziali e prevenire la distruzione di strutture economiche, si è dimostrata impreparata a fronteggiare i rivoltosi, rimanendo spesso inerme di fronte ad azioni di saccheggio e distruzione.

A poco è servito il dispiegamento, tardivo e limitato, dell’esercito nelle due province in rivolta. Prima soltanto 2.500 soldati e, dopo forti critiche, il governo alla fine ha promesso di aumentare il contingente militare a 25mila unità.

Di fronte all’incapacità delle forze dell’ordine e delle agenzie di sicurezza dello stato di fermare la rivolta violenta, la gente di tante township ha cominciato ad organizzarsi per difendersi dalla furia devastatrice dei rivoltosi. Giorno e notte gruppi di persone con il sostegno delle associazioni dei taxi collettivi (il mezzo più comune di trasporto della gente nelle township) hanno formato uno scudo umano per proteggere i centri commerciali e stazioni di benzina.

La drammatica crisi di questi giorni obbliga ad una analisi più profonda per capirne le ragioni alla base. I gesuiti del Sudafrica nel loro recente comunicato avvertono che l’esplosione della rivolta violenta è sintomatica di una serie di problemi che vanno affrontati con urgenza.

Tra questi ci sono gli alti livelli di povertà, le disuguaglianze sociali, la dilagante disoccupazione (quasi un giovane su due non ha un lavoro oggi), e la corruzione. «I sudafricani – mettono in guardia i gesuiti – sono stanchi di promesse vuote. La corruzione deve essere debellata perché questo è un forte elemento nella crisi attuale».

Si stima che nei nove anni di presidenza di Jacob Zuma siano stati sottratti alle casse dello stato l’equivalente di 39 miliardi di dollari. Ma ancora oggi, come è dimostrato dai bilanci di diversi comuni, il denaro pubblico destinato all’erogazione di servizi di base per la comunità, finisce nelle tasche di politici e amministratori. È il saccheggio della corruzione a danno soprattutto dei più poveri.

Nel Mandela Day celebriamo i 103 anni dalla nascita del primo presidente del Sudafrica democratico. Se Nelson Mandela – ci si può chiedere – fosse presente oggi, che messaggio avrebbe per noi in Sudafrica dopo quanto è successo in questi ultimi giorni?

Ne siamo certi, non invocherebbe certo la violenza per cambiare lo stato delle cose. Al contrario, alzerebbe la sua voce in favore della mobilitazione nonviolenta delle forze sane del paese per affrontare e trovare soluzioni concrete alle ingiustizie sociali, all’emarginazione di una fetta grande di cittadini e per sconfiggere la corruzione.

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