Verso Malta
L’Unione europea e l’Africa provano ad affrontare assieme la crisi migratoria. Lo faranno a La Valletta il prossimo novembre. Molti gli ostacoli da superare. Intanto non dimentichiamo l’annegamento di 367 cittadini eritrei, avvenuto al largo di Lampedusa il 3 ottobre 2013.

L’obiettivo europeo al summit di Malta (11-12 novembre) è di trovare un ragionevole consensus tra Europa e Africa intorno a un piano d’azione che sarà preceduto da una dichiarazione politica. Dichiarazione che sottolinei l’impegno delle parti a rafforzare il partenariato a livello regionale e nazionale, associando i paesi coinvolti e riconoscendo il principio di una responsabilità condivisa e di uno spirito di cooperazione per far fronte alle sfide.

Le azioni prioritarie riguardano l’immigrazione legale, la protezione dei migranti lungo alcuni assi migratori e la lotta al traffico di esseri umani. Ciò comprende un rafforzamento della cooperazione operativa nei settori delle indagini di polizia, dei procedimenti giudiziari a carico dei trafficanti, della gestione delle frontiere e della lotta alla corruzione.

Gli europei sperano anche di sfociare in un accordo di riammissione dei candidati all’asilo respinti. Ma su questo punto gli africani faranno rimarcare ai loro partner una mancanza di coerenza. I criteri infatti variano da un paese all’altro. La Bulgaria ritiene che l’Etiopia e la Nigeria siano dei «paesi sicuri», liberi da persecuzioni e da conflitti armati. La Germania ha incluso nella sua lista il Ghana e il Senegal, mentre l’Irlanda menziona il Sudafrica. Il Belgio e la Danimarca non citano nessun paese africano.

Molte della azioni proposte puntano ad agire sulle cause delle migrazioni. Azioni che consistono nel finanziamento di progetti dei sviluppo, nel rafforzamento dello stato di diritto e nel rispetto dei diritti umani. Azioni di natura diplomatica contemplano la lotta ai conflitti e il rafforzamento dei meccanismi di cooperazione.

Si tratta anche di riattivare il “processo di Rabat” che ha l’obiettivo di creare un quadro di dialogo e di consultazione tra l’Ue e i paesi africani per prevenire e ridurre le migrazioni irregolari e per migliorare la gestione della migrazione legale.

L’Ue si appoggerà anche del “processo di Khartoum” (lanciato da Gibuti, Egitto, Eritrea, Etiopia, Kenya, Somalia, Sud Sudan, Sudan e Tunisia, a cui si sono aggiunti Norvegia e Svizzera) che ha lo scopo di far fronte al fenomeno migratorio sulla rotta Corno d’Africa-Ue.

Fondo di 1,8 miliardi
Il principale strumento di questa politica è il fondo fiduciario di 1,8 miliardi di dollari, annunciato lo scorso 14 settembre dal presidente della commissione europea, Jean-Claude Juncker. Tali risorse saranno così allocate: 750 milioni ai paesi del Sahel, 750 ai paesi del Corno d’Africa e 300 ai paesi del Nordafrica. Oltre che alla gestione delle migrazioni, questi soldi saranno usati per rafforzare i dispositivi di sicurezza. La commissione europea esorta gli stati ad alimentare questo fondo.

Lo sforzo della diplomazia europea – cosciente che spesso in Africa è il capo a prendere le decisioni – sarà di fare in modo che siano presenti a Malta il maggior numero possibile di presidenti dei paesi d’origine e di transito dei migranti. Contano in particolare sulla presenza del leader eritreo Isaias Afwerki: vogliono tentare di persuaderlo a ridurre la durata del servizio militare obbligatorio (e praticamente “a vita”), motivo addotto da molti migranti come giustificazione delle loro domanda d’asilo. È il caso di ricordare che proprio domani 3 ottobre è il secondo anniversario del naufragio del battello carico di migranti al largo delle coste di Lampedusa: morirono 367 eritrei.

Di certo i diplomatici europei temono che il dossier della Corte penale internazionale (Cpi) a carico del presidente sudanese Omar El-Bashir, accusato di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, privi il summit di un attore importante. Dopo che il procuratore della Cpi, Fatou Bensouda, il 14 giugno scorso, ha chiesto al Sudafrica l’estradizione di el-Bashir che partecipava al vertice dell’Unione africana a Pretoria, ci sono poche possibilità che il Sudan sia rappresentato a La Valletta.