GIUFA' – DICEMBRE 2017
Gad Lerner

Si è fatto un gran parlare delle ascendenze politico-culturali di Marco Minniti, il ministro dell’interno del governo Gentiloni, che si è intestato la politica dei due tempi in materia di immigrazione: prima li stoppo in Africa, finanziando i notabili delle regioni che attraversano; sottraggo ai richiedenti asilo un grado di giudizio; raddoppio le espulsioni.  Dopo vedremo se sarà possibile, una volta tranquillizzata l’opinione pubblica, incrementare le buone pratiche di integrazione e addirittura ripristinare quelle vie d’accesso legali al nostro paese che la legge Bossi-Fini ha di fatto cancellato.

La politica dei due tempi, in effetti, fu una metafora di scarso successo propagandistico con la quale il Partito comunista italiano chiedeva ai lavoratori di farsi carico della crisi economica che affliggeva il paese intorno al 1977. Il messaggio era: oggi il partito vi chiede rinunce e sacrifici, ma grazie a essi guadagneremo in credibilità e, giunti al governo del paese, ne sarete ripagati con gli interessi. Le cose, si sa, andarono poi diversamente.

Fu allora che si cominciò a parlare di politiche di destra fatte proprie da uomini della sinistra, vuoi per prevenire le mosse dell’avversario, vuoi per legittimarsi come abilitati a governare.

Sul fronte dell’ordine pubblico, funestato in quell’epoca dal terrorismo di sinistra e dallo stragismo di destra, oltre che dalla morsa territoriale della criminalità organizzata al Sud, la scuola di partito da cui discende Minniti puntava tutto sull’identificazione fra gruppo dirigente comunista e istituzioni dello stato democratico post-fascista.

I più vecchi tra i lettori ricorderanno una personalità alla quale molto probabilmente Minniti guarda come a un modello: sto parlando del torinese Ugo Pecchioli, stretto collaboratore di Enrico Berlinguer e a lungo responsabile della sezione Problemi dello stato del Pci. Pecchioli era stato militare durante la seconda guerra mondiale, divenuto comandante partigiano. Mantenne il profilo di riservatezza e confidenza con gli apparati dello Stato. Divenne il tramite anche di rassicurazioni destinate dal Pci a esponenti dei corpi di polizia e dei servizi segreti. Pecchioli amava presentarsi come il braccio destro di un’azione volta a stroncare eversione e illegalità, contrastando le tendenze estremiste all’interno e all’esterno del partito.

Figura integerrima e piuttosto ombrosa, favorì la carriera interna al Pci del magistrato Luciano Violante, sulla medesima linea mirata all’egemonia nelle istituzioni. Peccato che una vera e propria deformazione poliziesca, irrigidita nell’assegnare priorità a quel che si decideva nelle segrete stanze degli apparati, provocò esiti di incomprensione e aspra contrapposizione con i movimenti giovanili e le altre turbolenze sociali dell’epoca. La sinistra ne uscì lacerata e indebolita.

Credo che il Minniti di oggi, come il Pecchioli di allora, soffra una deprivazione della sensibilità che dovrebbe connettere l’agire politico alla complessità del sociale. Me ne rammarico per lui.   

Enrico Berlinguer
Nato a Sassari nel 1922, attivo nell’antifascismo sardo, entrò nel 1962 nella segreteria del Pci e divenne responsabile della sezione esteri. Eletto segretario generale del partito nel 1972, mantenne tale ruolo fino alla prematura scomparsa, avvenuta dopo un malore sopraggiunto durante un comizio a Padova nel 1984.

Nello scenario nazionale, teorizzò e tentò di realizzare, collaborando con Aldo Moro, il compromesso storico. È ricordato anche per aver sollevato la questione morale relativamente alle modalità di gestione del potere da parte dei partiti politici italiani.

Nella foto, l’incontro tra Marco Minniti e il generale libico Khalifa Haftar