AL-KANTARA – MARZO 2020
Mostafa El Ayoubi

 Da qualche mese, le relazioni diplomatiche tra la Turchia e la Russia stanno attraversando un periodo difficile. A far precipitare la situazione, l’offensiva militare delle truppe governative siriane, con il sostegno aereo dei russi, nella provincia di Idlib, che ha portato alla liberazione di diverse città e villaggi, e provocato la morte di una decina di soldati turchi.

Idlib è sotto controllo della Turchia. Lo hanno sancito gli accordi di Sochi stipulati tra Russia, Iran e Turchia: i turchi si sarebbero occupati della città per separare i jihadisti di al-Qaida dalle milizie dell’opposizione siriana “moderata”, per poi negoziare una soluzione politica tra Damasco e i suoi oppositori armati.

La Turchia invece ha rafforzato la sua presenza nella provincia e protetto le milizie, compresa quella di Hayat Tahrir al-Sham, ex al Nusra/al-Qaida. Ciò ha spinto la Siria, con il consenso della Russia, a optare per la soluzione militare. E ciò ha fatto infuriare Ankara, che in seguito ha rafforzato ulteriormente la sua presenza nella provincia con centinaia di carri armati e di soldati, e minacciato rappresaglie contro l’esercito siriano. Mosca ha accusato la Turchia di non rispettare la sovranità territoriale della Siria.

I due paesi si erano avvicinati nel 2016, quando avvenne il fallito colpo di stato contro Erdogan, orchestrato dalla Cia. I servizi segreti russi informarono quelli turchi dell’imminente golpe. Da allora i rapporti tra Mosca e Ankara si sono evoluti facendo irritare Washington. La Russia ha fornito alla Turchia – membro della Nato – gli S-400, il sistema di difesa antiaerea più sofisticato del mondo (più dei Patriot americani). È stato inaugurato il gasdotto russo TurkStream, che attraversa la Turchia. Inoltre, Mosca ha garantito ad Ankara collaborazione nel campo dell’energia nucleare avviando la costruzione della centrale atomica di Akkuyu.

Ma l’imprevedibile Erdogan sta guastando questi rapporti. La sua spinta neocoloniale ottomana è più forte di lui. Egli considera ancora la provincia di Idlib – e anche quella di Aleppo – come parte del suo territorio. Motivo per il quale ha contribuito in questi nove anni a destabilizzare la Siria.

Anche nella crisi libica, i due paesi si trovano su due fronti opposti. La Turchia sostiene il governo di Tripoli, guidato da Fayez al-Sarraj e controllato dai Fratelli musulmani vicini ad Ankara. Erdogan ha già mandato in Libia centinaia di soldati e più di 2000 jihadisti provenienti dalla Siria, oltre che armi pesanti a Tripoli e a Misurata (dove c’è una storica comunità turcomanna che combatte a fianco di al-Sarraj). Ankara considera Haftar un terrorista. Mentre Mosca mantiene ottimi rapporti con il generale e nel contempo dialoga anche con al-Sarraj per trovare una soluzione politica.

Divergenze anche sul dossier Ucraina, nervo scoperto dei russi. Il 3 febbraio Erdogan, in visita ufficiale a Kiev, ha ribadito che il suo paese non riconosce l’annessione della Crimea alla Russia. E ha promesso 32 milioni di dollari come sostegno alle forze armate ucraine.

Insomma, sembra che la Turchia si stia allontanando dalla Russia per tornare all’ovile della Nato, che però non si fida di Erdogan. Dove porterà la fuga in avanti del “sultano”?

Nato
Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord, istituita il 4 aprile 1949 a Washinton, è un’alleanza militare incardinata al criterio di difesa collettiva. 12 gli stati fondatori: Belgio, Canada, Danimarca, Francia, Islanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito e Stati Uniti. Oggi vi aderiscono 26 stati.