Dom Luiz Fernando Lisboa (Vatican News)

Papa Francesco ‒ che nel 2013 aveva nominato il missionario passionista Luiz Fernando Lisboa vescovo della diocesi di Pemba, nel nord del Mozambico ‒, l’11 febbraio lo ha nominato a capo della diocesi di Cachoeiro de Itapemirim, nella parte meridionale dello stato di Espirito Santo (Brasile).

Dom Luiz Fernando Lisboa era giunto la prima volta in Mozambico all’inizio del 2001 come missionario ad Gentes. Per otto anni aveva lavorato nella diocesi di Pemba. Dopo il suo ritorno in Brasile nel 2009, era stato nominato vescovo di Pemba. In quel momento, non poteva di certo immaginare il conflitto che sarebbe scoppiato quattro anni dopo.

Così come non avrebbe mai potuto immaginare di diventare una delle vittime del conflitto: non è finito nel mirino del radicalismo islamico, bensì di quanti, imbevuti di “spirito patriottico”, volevano che la guerra a Cabo Delgado venisse raccontata nella sola narrazione che è quella ufficiale, del governo.

Il primo attacco terroristico a Cabo Delgado era avvenuto il 5 ottobre 2017. Obiettivi: i tre posti di polizia della città di Mocímboa da Praia. Bilancio: 5 morti. Le incursioni si sono poi estese ai distretti di Muidumbe, Macomia, Quissanga, Nangade e Ibo, causando più di 2mila morti e più di 500mila sfollati. Di questi, alcuni vivono nei centri di reinsediamento aperti appositamente nelle province di Cabo Delgado e Nampula, senza contare quei cittadini che si sono rifugiati in altre province del paese alla ricerca di sicurezza.

Le denunce di dom Luiz

Fin dall’inizio dell’insicurezza a Cabo Delgado, il governo mozambicano ha fatto di tutto per tenere nascosti sia l’identità degli aggressori che il conflitto stesso. All’inizio del 2020, il fenomeno che veniva definito «aggressori senza volto e senza voce» si è trasformato in una tragedia compiuta da gruppi jihadisti che terrorizzano, uccidono e bruciano i villaggi.

Così le Forze di difesa e sicurezza (Fds) hanno isolato la regione. Nessun giornalista che potesse entrare, vedere e raccontare. Solo le autorità governative rilasciavano dichiarazioni. E assicuravano che si trattava di banditismo tout court e che le Fds stavano lavorando per il ritorno alla normalità.

Fu allora che il vescovo di Pemba, dom Luiz Fernando Lisboa, osò alzare pubblicamente la voce per denunciare l’escalation della situazione: una marea di rifugiati in fuga dalle proprie case aveva invaso la capitale della provincia e aveva bisogno di aiuto immediato.

Dom Luiz più di una volta aveva fatto notare che la risposta data dalle autorità mozambicane alle popolazioni delle zone prese di mira dagli attacchi dei ribelli non era soddisfacente, e che se le dichiarazioni ufficiali assicuravano che tutto era sotto controllo, in realtà sotto controllo non c’era proprio nulla.

Il prelato aveva inoltre fatto notare che oltre al governo, anche le Fds erano venute meno al loro dovere di difendere la popolazione. Tra aprile e maggio 2020 c’erano state infatti delle denunce di un uso eccessivo della forza da parte del Fds. Il vescovo aveva lanciato un appello all’Fds perché nelle loro operazioni badassero alla loro missione primaria di difendere la popolazione, non di violarla.

Negli ultimi due anni (2019/2020), il vescovo Luiz si è distinto per i suoi sforzi per far conoscere il conflitto a livello nazionale e internazionale, e per i suoi appelli affinché il governo e l’Fds si facciano carico delle loro responsabilità per le atrocità commesse. A partire da allora, gli interventi del vescovo di Pemba circa gli attentati terroristici e il dramma umanitario a Cabo Delgado hanno cominciato a infastidire quanti non intendono muovere critiche al governo.

Così nell’ottobre 2019 sul settimanale Publico è apparso un articolo in cui si accusava il vescovo di incitare alla violenza, all’odio, alla discordia e al mancato rispetto dei simboli nazionali.

Il 14 agosto 2020, nel corso di una conferenza stampa nella città di Pemba, il presidente della repubblica, Filipe Jacinto Nyusi, alludendo al vescovo della città, si era detto dispiaciuto per quei mozambicani che «ben protetti, prendono alla leggera la sofferenza di coloro che li proteggono ‒ compresi certi stranieri che scelgono liberamente di vivere in Mozambico, ma che, camuffandosi dietro i “diritti umani”, non rispettano il sacrificio di coloro che tengono in piedi questa giovane patria, e garantiscono il loro soggiorno a Cabo Delgado e ovunque nel paese».

Questa dichiarazione aveva scatenato un’ondata di attacchi sui social media contro il vescovo di Pemba e il suo lavoro in favore dei diritti umani. I membri del famigerato gruppo G40, creato presumibilmente durante il governo dell’ex presidente Armando Emílio Guebuza per screditare gli oppositori del governo, hanno colto l’occasione per insultare dom Luiz e chiederne l’espulsione dal Mozambico.

In questo travagliato periodo per dom Luiz e la diocesi di Pemba ‒ oltre al sostegno e alla solidarietà dimostrata dal clero e dai religiosi della diocesi, dai vescovi della Conferenza episcopale del Mozambico (Cem) e da uomini e donne di buona volontà ‒, il 19 agosto 2020 papa Francesco aveva inviato un messaggio di sostegno all’allora vescovo di Pemba, esprimendo la sua solidarietà e comunione con lui e il popolo di Cabo Delgado. Il papa aveva inoltre espresso il suo sostegno e la sua comunione a dom Luiz ricevendolo in udienza, lo scorso dicembre, in Vaticano.

L’ostilità e la nomina

Data la natura missionaria della Chiesa, la nomina di dom Luiz alla testa della diocesi brasiliana di Cachoeiro non è del tutto una sorpresa. Eppure, gli episodi che hanno segnato il suo apostolato a Pemba, soprattutto negli ultimi tre anni, alimentano i sospetti di chi ritiene che il suo trasferimento dalla diocesi di Pemba abbia a che fare con i suoi interventi di natura sociopolitica che non sono tollerati dal governo del Mozambico.

E dato che in Mozambico si assiste a frequenti omicidi, anche in pieno giorno, di oppositori e di critici del regime, c’è chi ritiene che papa Francesco, nella sua lungimiranza e paventando una non impossibile tragica fine del vescovo brasiliano, abbia scelto di trasferirlo.

Indipendentemente dalle ragioni che hanno determinato il trasferimento di monsignor Luiz Fernando Lisboa, la sua partenza rappresenta una grossa perdita per la Chiesa mozambicana. Il suo allontanamento indebolisce la forza profetica della Cem che in lui aveva il suo punto di riferimento in materia di Giustizia e pace.

Ma, “come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia” (Is 55,10), così la presenza e l’apostolato di dom Luiz in Mozambico, sebbene interrotti, continueranno a produrre i loro effetti: i suoi insegnamenti continueranno a ispirare molti e a portare a riflettere su come, come cristiani cattolici, possiamo contribuire maggiormente e meglio a un Mozambico più giusto.