Impianti Total ad Afungi (Credit: Mitsui)

Quando si osserva il dibattito sul dramma di Cabo Delgado, l’enfasi posta sulle cause prevale quasi sempre. Atteggiamento comprensibile, anche se un po’ riduttivo. Fra i motivi principali degli attacchi (che durano da oltre tre anni) da parte di supposti terroristi islamisti, uno è piuttosto ricorrente: “la maledizione delle materie prime”, in particolare del gas, con esplicito riferimento all’investimento on-shore da parte della francese Total.

Di contro, prevalgono le preoccupazioni quando, come nel caso del sanguinoso attacco del 24 marzo a Palma, città portuale molto vicina ad Afungi, dove la Total ha costruito il suo campus-fortezza, la società francese minaccia di abbandonare l’investimento per ragioni di sicurezza.

Il passo per conciliare ideologia e interessi economici è grande, soprattutto per uno stato, quale quello mozambicano, indebitato fino al collo, anche grazie agli schemi di corruzione da parte della sua classe dirigente che portarono, nel 2016, alla scoperta di un debito pubblico occulto di 2,2 miliardi di dollari, che il paese non riesce a onorare.

L’investimento della Total avrebbe dovuto essere una delle àncore di salvezza per rimettere in sesto le finanze pubbliche mozambicane: l’investimento previsto è di 20 miliardi di dollari, il lucro di circa 60 miliardi, di cui circa 30 andrebbero allo stato mozambicano per 25 anni.

Secondo quanto annunciato dalla stessa Total, la decisione finale di investimento è stata presa nel giugno del 2019, e il progetto avrebbe dovuto entrare nella sua fase operativa, con produzione di utili, nel 2024. Una prospettiva, a oggi, ritenuta assai improbabile.

In ballo due aziende italiane

Oltre a questi impressionanti numeri economico-finanziari, l’investimento della Total prevede la creazione di migliaia di posti di lavoro, diretti e indiretti, oltre a significativi introiti per le ditte fornitrici, fra le quali le italiane Bonatti – in joint-venture con la pubblica Enhl – e Saipem.

Quest’ultima, in particolare, si era aggiudicata, nel giugno del 2019, il contratto con Total per la progettazione e costruzione della piattaforma on-shore di Gnl (rigassificatore: impianto che consente di riportare il gas allo stato liquido), per un valore di 8 miliardi di dollari, di cui 6 finanziati da Saipem, e 2 dai suoi partner, McDermott e Chiyoda Corporation.

Il governo di Maputo ha ben presente la strategicità dell’investimento della Total, che potrebbe farlo uscire dalla ormai storica posizione di uno dei dieci paesi più poveri al mondo. Fra Total e governo è stato a suo tempo sottoscritto un accordo per la protezione del campus di Afungi, prevedendo l’impiego di una forza militare di più di 1.000 uomini dell’esercito mozambicano, pagati con fondi Total.

Nonostante le ripetute minacce, tale contingente è riuscito a tenere a distanza i ribelli, giunti sino a una manciata di chilometri da Afungi. Una protezione che, purtroppo, non ha funzionato con le popolazioni civili in varie circostanze, non ultima quella dell’attacco a Palma del marzo scorso.

Sospensione per “forza maggiore”

La novità degli ultimi giorni è che la Total ha fatto appello a una clausola contrattuale e presente nel diritto internazionale, chiamata “forza maggiore”, che dà la possibilità alla società francese di sospendere o addirittura abbandonare l’investimento ad Afungi a causa di motivi di sicurezza, quali quelli che si stanno verificando in quell’area nel corso delle ultime settimane.

In concreto, la Total ha ritirato tutto il suo personale da Afungi, sospendendo (ma non annullando, come la stessa compagnia ha chiarito in un comunicato successivo) il progetto-Mozambico, e iniziando a identificare alternative per i servizi accessori all’estrazione di gas.

In primo luogo, dichiarazioni pubbliche di suoi dirigenti hanno identificato il nuovo porto di riferimento non più in territorio mozambicano (Palma), bensì nel sud della Tanzania (Mtwara). In secondo luogo, l’ospedale con requisiti internazionali che avrebbe dovuto essere costruito a Palma, sarà ubicato presso i possedimenti “ultramarini” francesi nel Canale di Mozambico – da sempre contestati da parte del Madagascar –, le Isole Mayotte.

Il quadro che si sta delineando, quindi, sembra far propendere per una rivisitazione sostanziale dell’investimento, con un teatro operazionale concentrato in Mozambico per ragioni oggettive (il gas si trova in territorio mozambicano), ma spostando i servizi accessori altrove, in terre ritenute maggiormente sicure.

Il danno economico, se ciò si verificherà, sarà elevatissimo, per il governo di Maputo: il Cta (la locale confindustria, da sempre vicina al governo), a seguito di un incontro con Total, alla presenza dell’ambasciata francese, ha calcolato che, a oggi, con la semplice sospensione delle attività, si sono persi 56mila posti di lavoro, con conseguenze dirette per 410 imprese, e una perdita pari a circa 95 milioni di dollari.

Inerzia del governo

In verità, appare assai improbabile che Total rinunci alle decine di miliardi di ricavi derivanti dall’investimento in Mozambico. La questione della sicurezza, però, è seria, e la sospensione delle attività non avrà esclusivamente un impatto economico negativo, ma anche la capacità di attrarre lo sguardo dell’opinione pubblica internazionale sulla situazione generale di Cabo Delgado e sulle ambiguità del governo mozambicano.

Una ambiguità che non potrà durare più molto a lungo, come la stessa Sadc (Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale, di cui il Mozambico fa parte) ha fatto capire, convocando pochi giorni fa proprio a Maputo la riunione del Dipartimento difesa e sicurezza, presieduta dal presidente del Botswana, superando l’inerzia del presidente di turno, Filipe Nyusi, il presidente del Mozambico.

La proposta emersa da quella riunione prevedrebbe l’invio di quasi 3mila militari, 12 elicotteri, 2 navi e un sottomarino, anche per sopperire al mancato rinnovo del contratto con la società privata di sicurezza Dag da parte del governo di Maputo, che assicurava almeno in parte la difesa di Cabo Delgado.

È probabile che anche la decisione della sospensione dell’investimento, da parte della Total, abbia messo ulteriore pressione sul governo mozambicano affinché questi assuma un atteggiamento maggiormente collaborativo coi partner internazionali, a partire da quelli regionali, al fine di creare le condizioni politico-militari per affrontare con decisione la questione della sicurezza a Cabo Delgado. I rapporti di potere e le convenienze economiche determineranno le decisioni future.

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