Giovani soldati dell'esercito mozambicano (Credit: Lusa)

Il 24 marzo scorso, quando i ribelli di ispirazione islamista e di prevalente etnia kimwani e makhuwa sono penetrati nella cittadina di Palma, conquistandola per qualche giorno e facendo morti, feriti e distruzione, lo scenario politico-militare di Cabo Delgado (e di tutto il Mozambico) ha subito una ulteriore accelerazione. Da allora, nonostante le rassicuranti informazioni delle fonti ufficiali, il controllo di Palma è caratterizzato da un ping-pong ininterrotto fra forze dell’esercito regolare e dei ribelli.

Nel frattempo, Mocimboa da Praia è controllata ormai da mesi da questi ultimi, i quali stanno minacciando anche Mueda – la capitale del territorio Makonde e sede del comando del Teatro delle operazioni nord (Ton) – e soprattutto Afungi, dove si trova il campus della francese Total, la quale ha ridotto a circa 200 unità i propri effettivi, in seguito alla sospensione dei lavori per lo sfruttamento di gas naturale.

Dopo numerose pressioni nazionali e soprattutto internazionali, i tentennamenti dei governo di Filipe Nyusi hanno dovuto cedere all’evidenza che le truppe regolari mozambicane non sono in grado di combattere, da sole, gli attacchi dei ribelli, sia per incapacità oggettive (mancanza di mezzi moderni e un esercito largamente demotivato rispetto a una guerra di cui non si capisce la ratio) che per complicità interne che il nuovo capo di stato maggiore, Joaquim Mangrasse, ha esplicitamente ammesso.

In due sensi: da un lato, mandando a casa la guardia personale che gli era stata attribuita e prendendo per la propria sicurezza tre militari del corpo dei fucilieri (il corpo militare da cui lui stesso proviene), dall’altro, inviando vari ufficiali sul terreno di Cabo Delgado, togliendoli dal comando generale di Maputo. E, infine, esonerandone diversi altri (quasi tutti per raggiunti limiti di età o di servizio), come i capi dei settori finanza e logistica dell’esercito, e tutti i comandanti della polizia militare, così come della marina.

Aria nuova, insomma, all’interno, ma aria nuova anche negli aiuti internazionali che il livello politico ha deliberato, secondo i più in modo non trasparente né legale.

La “svolta rwandese”

Da diverse settimane un migliaio di uomini dell’esercito e della polizia del Rwanda si trovano, infatti, sul terreno di Cabo Delgado, inizialmente con missione di riconoscimento e conoscenza del terreno e dei colleghi mozambicani, e oggi sempre più direttamente coinvolti nelle operazioni di guerra.

La “svolta rwandese” trova la base in un memorandum di intesa firmato nel 2018 da Nyusi e Kagame, e concretizzatosi in due recenti incontri bilaterali fra i due capi di stato, di cui il primo svoltosi a Kigali, e il secondo a Parigi, alla presenza di Macron, parte interessata a causa della protezione che la Total esige da parte del governo mozambicano.

Tali incontri sembrano essere stati decisivi per due ragioni: la nota amicizia e stima reciproca fra Nyusi e Kagame, e la convenienza, per tutte e tre le parti coinvolte (Francia compresa) nel lanciare una operazione militare rwandese a Cabo Delgado, risparmiando così a Parigi l’invio di truppe del proprio esercito, cosa che avrebbe fatto gridare allo scandalo, accusando nuovamente l’Eliseo di politiche neo-coloniali.

Le truppe rwandesi hanno obiettivi ben precisi, che vanno ben al di là della generica protezione delle popolazioni vittime degli attacchi: garantire la sorveglianza di tre luoghi strategici, ossia Mueda, Afungi e Pemba. Se, infatti, Mueda, nonostante la sua posizione privilegiata in mezzo all’altopiano dei Makonde, sta iniziando a essere seriamente minacciata dai ribelli, ciò significa che la resistenza degli antichi combattenti Makonde (assai più che dell’esercito regolare) è vicina al collasso.

Occorre, quindi, una protezione militare adeguata, poiché la caduta di Mueda rappresenterebbe l’instaurazione di un vero stato nello stato, saldando Mocimboa da Praia, Palma e, appunto, Mueda.

Il secondo obiettivo è Afungi-Palma. Queste località costituiscono il cuore dell’investimento francese sul gas, e devono essere garantite a tutti i costi, pena l’abbandono definitivo dell’investimento da parte della società francese, e il collasso – questa volta economico – di uno stato, quello mozambicano, che ha da tempo messo in conto gli introiti milionari derivanti dalle royaltie per salvare le proprie finanze.

Infine, Pemba, la capitale di Cabo Delgado, base logistica soprattutto della forza aerea del Ton, la cui caduta rappresenterebbe, anch’essa, un ulteriore elemento di instabilità e simbolicamente la resa delle istituzioni mozambicane al potere dei ribelli.

(Credit: Medici senza frontiere)

Il disappunto di Sudafrica e Sadc

Il compito dei rwandesi è quindi assai puntuale e probabilmente aiuterà a contenere l’avanzata degli insorti. Tuttavia, questa scelta di cooperazione militare bilaterale ha fatto infuriare un po’ tutti, salvo gli alti quadri dello stato fedeli a Nyusi: sul piano internazionale, il ministro della difesa del Sudafrica, Nosiviwe Mapisa-Nqakula, ha manifestato tutto il suo disappunto rispetto all’operazione Rwanda, avvenuta in parallelo e senza la conoscenza ufficiale da parte della Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale (Sadc).

L’esercito sudafricano avrebbe dovuto comandare il contingente spedito a Cabo Delgado da parte della Sadc (in tutto circa 3mila unità), avendo come vice-comandante un ufficiale del Botswana. Al contrario, il Mozambico ha espresso una chiara preferenza per un comando a guida zimbabweana, a causa dell’esperienza storica di questo paese sul terreno e delle ottime relazioni bilaterali col Mozambico.

Il ministro della difesa di Maputo, Jaime Neto, ha timidamente provato a giustificare l’operazione Rwanda coi partners della Sadc, e soprattutto col potente vicino sudafricano, ammettendo una mancanza di comunicazione, ma ribadendo che il quadro ideale, per il suo paese, consiste nell’integrazione fra truppe Sadc e truppe rwandesi.

I malumori delle opposizioni

Sul piano nazionale, i leader delle principali opposizioni, primo fra tutti il presidente della Renamo, Ossufo Momade, hanno ribadito che l’invio delle truppe del Rwanda a Cabo Delgado non sarebbe costituzionale, poiché il parlamento non è stato mai informato di quanto stesse avvenendo, né del perché Nyusi abbia compiuto una scelta che sta mettendo a repentaglio i rapporti bilaterali sia con Pretoria – aggravati dal fatto che, pochi giorni fa, un piccolo contingente di uomini dell’intelligence sudafricana diretti a Cabo Delgado è stato scoperto e rispedito al mittente – che con la Sadc.

Il tutto mentre la situazione politica e relativa all’ordine pubblico in paesi chiave e vicini al Mozambico, come lo stesso Sudafrica e l’eSwatini, sta letteralmente scoppiando, in ragione di rivolte popolari di vario segno che renderanno assai più problematico l’invio di truppe verso Cabo Delgado rispetto a quanto inizialmente previsto.

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