È il Rwanda il partner militare che il Mozambico sembra ormai aver scelto per debellare la ribellione (di matrice jiadista ma non solo) che dal 5 ottobre 2017 sta distruggendo vite e strutture a Cabo Delgado, provincia settentrionale al confine con la Tanzania.

Due incontri, tenuti rigorosamente riservati, fra Felipe Nyusi, il presidente mozambicano, e Paul Kagame, il suo omologo rwandese, si sono svolti rispettivamente a Kigali e a Parigi (quest’ultimo alla presenza di Macron, in occasione del recente vertice franco-africano) nel giro di circa un mese, portando a conclusioni che stanno sorprendendo (e non certo positivamente) la comunità internazionale e soprattutto i partners africani del Mozambico riuniti nella Comunità degli stati dell’Africa australe (Sadc), di cui il Mozambico ha la presidenza provvisoria.

Militari rwandesi hanno visitato Cabo Delgado, iniziando a conoscere le dinamiche di una guerriglia che continua a mietere vittime fra le popolazioni civili, con un bilancio provvisorio di 2500-3000 vittime e circa 800mila rifugiati nelle limitrofe province di Nampula e Niassa, nella capitale di Cabo Delgado, Pemba, e in parte in Tanzania, dove però non sono accolti.

La vicenda di un aiuto militare al Mozambico per fronteggiare una ribellione che ha sorpreso il governo locale è piuttosto lunga, complessa e oscura: dopo una prima fase di sottovalutazione del fenomeno, i vertici politico-militari mozambicani hanno ammesso la gravità degli attacchi, alcuni dei quali, anche se sporadicamente, dal 2019 hanno iniziato a essere rivendicati dal gruppo Stato islamico dell’Africa centrale. Da subito si è compreso che l’esercito – impreparato e con mezzi insufficienti – non era in condizioni di combattere una guerra che non sentiva come propria.

I giovani mandati a morire al fronte leggono il conflitto come una sorta di affare privato fra popolazioni di etnia kimwani e makhuwa – da sempre, seppure maggioritarie e in prevalenza musulmane, escluse da qualsiasi tipo di beneficio economico e politico – e la potente minoranza makonde, di cui anche l’attuale presidente fa parte, identificata col governo di Maputo e con istituzioni formali percepite come nemiche e, quindi, da combattere.

La tecnica del rinvio

Nonostante la tragedia umanitaria di enormi proporzioni e la sospensione, da parte della Total, delle operazioni legate all’estrazione di gas naurale di cui è ricco il territorio (una rinuncia definitiva costerebbe al Mozambico una ventina di miliardi di dollari di investimenti), il governo ha continuato a nicchiare. Facendo orecchie da mercante alle numerose richieste di aiuto militare provenienti da Portogallo, Francia, Unione europea e soprattutto dalla Sadc che recentemente ha deliberato l’invio di circa 3.000 uomini per aiutare l’esercito mozambicano.

Nyusi, secondo la migliore tradizione diplomatica mozambicana, non ha mai negato queste offerte, salvo adottare una tattica dilatoria che ne sta depotenziando l’efficacia. La soluzione, allora, è stata accogliere squadre di formatori: ve ne sono una sessantina di portoghesi, e anche i sudafricani stanno facendo la loro parte. Ma di militari stranieri sul terreno neanche l’ombra, almeno fino a oggi.

Il dibattito interno e internazionale si è a lungo soffermato sulle ragioni di questo implicito ma chiaro diniego. Alcuni osservatori spiegano questa scelta con la volontà del governo nel voler preservare la sovranità nazionale. Joseph Hanlon, americano oggi professore a Londra e profondo conoscitore della politica mozambicana, ha per esempio ipotizzato che una internazionalizzazione del conflitto porterebbe a un ulteriore aggravamento della guerriglia, facendo del Mozambico un nuovo Afghanistan.

Nella comunità internazionale, invece, la pressione per un intervento militare oscilla fra la preoccupazione umanitaria e la tutela di interessi economici enormi, primi fra tutti quello della francese Total. Nel contempo i paesi vicini, Sudafrica in primo luogo, temono che una estensione del conflitto coinvolga i loro territori.

Gas strategico e operazioni illecite

Quindi non si può dire con certezza perché il governo mozambicano stia negando l’aiuto di eserciti stranieri. Quel che è certo è che sono stati spesi fiumi di soldi – con risultati non del tutto soddisfacenti – per assoldare società private di sicurezza, prima la russa Wagner, legata indirettamente a Putin, e poi, quando questa ha deciso di abbandonare il terreno, la sudafricana Dag, che poi non si è vista rinnovare il contratto. E ora, a meno di clamorose retromarcia, le truppe rwandesi.

L’impressione è che il governo di Maputo, e soprattutto il gruppo di etnia makonde, intenda nascondere una serie di operazioni poco lecite che riguarderebbero possibili complicità politico-militari (per non parlare di coinvolgimento in altri traffici, al momento senza prove evidenti) tendenti a sfruttare la situazione di guerra per arricchimenti personali.

Sono già apparse sulla stampa locale notizie sulla questione degli equipaggiamenti al personale di stanza a Cabo Delgado, sulla gestione delle ingenti cifre (che sarebbero state gestite con scarsa trasparenza) che la Total aveva pattuito con l’esercito mozambicano per la protezione del suo Campus ad Afungi. Ed è stato chiamato in causa più volte l’ex ministro della difesa, il makonde Mtumuke, sulla gestione dei caduti nel conflitto e delle indennità da passare alle loro famiglie.

Insomma, una opacità diffusa che avrebbe fatto propendere il governo mozambicano per accettare soltanto partner militari che non chiedessero conto della regolarità di tutti questi meccanismi e non mettessero il becco anche su altre questioni ancora più delicate, come il rispetto per i diritti umani e il diritto all’informazione, entrambi costantemente violati.

L’opzione rwandese confermerebbe tale scelta. Innanzitutto, sull’operazione vi sarebbe la benedizione di Macron, per il quale l’investimento della Total è strategico, non si fida dell’esercito mozambicano, ma non ha neanche troppa voglia di inviare proprie truppe.

La tentazione di una operazione militare diretta, a partire dai vicini possedimenti d’oltremare esiste: le Isole Sparse e le Mayotte, dove la Francia ha un contingente di uomini e soprattutto una base navale che controlla gran parte dell’Oceano Indiano sono assai vicine alla costa mozambicana. Ma una scelta di questo tipo non farebbe che attirare ulteriori accuse di neocolonialismo a una Francia che, invece, il 27 maggio scorso, proprio a Kigali, ha ammesso anche sue responsabilità nel genocidio del 1994.

Un Macron, quindi, che ha sicuramente favorito la felice conclusione delle trattative fra Kagame e Nyusi proprio nel recente incontro a tre svoltosi a Parigi, e i cui effetti si stanno osservando in questi giorni a Maputo. La condizione che Kagame avrebbe messo sul piatto della trattativa con Nyusi sarebbe infatti la consegna dei numerosi dissidenti politici rwandesi residenti in Mozambico, con statuto di rifugiati, alle locali autorità del Rwanda.

Lo scambio

Questo patto ha portato, nei giorni scorsi, all’arresto del trentasettenne giornalista rwandese, residente a Inhaca (una piccola isola di fronte a Maputo) dal 2017, Ntamuhanga Cassien, che sarebbe stato già consegnato all’ambasciata rwandese a Maputo e, probabilmente, portato a Kigali, dove dovrà scontare una pena di 25 anni di carcere per motivi politici. Nel frattempo, l’avvocato di Cassien ha già denunciato l’arresto alla Procura generale della repubblica, per il momento senza alcun risultato.

Cassien non sarà l’ultimo rwandese a essere arrestato dalla polizia mozambicana e consegnato alle autorità di Kigali: gran parte di quella comunità residente in Mozambico è in subbuglio, visto che molti rwandesi sono rifugiati politici.

Ma l’arresto di Cassien deve essere letto – oltre che come una grave violazione di un diritto umano fondamentale, a cui il Mozambico mai, prima di ora, aveva contravvenuto – anche come un segnale: da un lato, a Kagame, che adesso si sentirà ancora più invogliato a inviare truppe preparate e ben equipaggiate a Cabo Delgado, vista l’affidabilità di Maputo; dall’altro a Macron, che starà dormendo, insieme alla Total, sonni più tranquilli, visto l’imminente arrivo di truppe rwandesi in difesa dell’investimento francese; e, infine, alla comunità internazionale, che ha ormai compreso come la collaborazione di Maputo con Kigali sia seria, e che non vale la pena di insistere su altre operazioni che il governo di Nyusi non desidera autorizzare.

Il governo di Maputo ha quindi tutti i vantaggi dall’aver accettato il Rwanda come partner militare: stessa logica che aveva caratterizzato le azioni di Wagner e Dag, ma senza spendere tutti quei soldi, al modico prezzo della consegna di un manipolo di rifugiati politici nemici di Kagame. Uno scenario che non farà altro che esaltare il ruolo del Rwanda come potenza regionale e, di riflesso, della Francia come paese maggiormente egemone nell’area.

 

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