Mohamed Bazoum

Più di 7,4 milioni di nigerini (su una popolazione di 22 milioni) erano chiamati nuovamente alle urne domenica 21 febbraio per scegliere il successore del presidente uscente (giunto al termine del secondo mandato) Mahamadou Issoufou, tra il favorito Mohamed Bazoum, candidato del Partito nigerino per la democrazia e il socialismo (Pnds-Tarayya, al potere) e l’ex presidente Mahamane Ousmane del Rinnovamento democratico e repubblicano (Rdr Tchanji, opposizione). Bazoum partiva dal 39% dei voti ottenuti al primo turno e Ousmane dal 17%.

La Commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni) del Niger, contrariamente al primo turno quando la pubblicazione dei risultati aveva tardato ad arrivare, già domenica sera (la legge dà cinque giorni di tempo per farlo), a poche ore dalla chiusura dei seggi, dava i primi risultati parziali del secondo turno che lasciavano poco spazio alle attese dell’opposizione: Bazoum arrivava in testa.

E già martedì 23, verso sera, la Ceni proclamava i risultati globali provvisori che vedevano Mohamed Bazoum, il delfino del presidente uscente, vincere con il 55,75% dei voti. Mahamane Ousmane risultava sconfitto con il 44,25% dei voti. Sempre secondo la Ceni, la partecipazione allo scrutinio è stata del 62,91%.

Risultati “provvisori”, aveva sottolineato il presidente della Ceni, Issaka Souna, perché tocca alla Corte costituzionale proclamare i risultati definitivi ufficiali. Ma il popolo ha capito subito che la vittoria gli era stata rubata. Perché la Corte costituzionale è prona al potere, come un po’ ovunque in Africa.

Alla proclamazione dei risultati provvisori, subito sono iniziate le manifestazioni: non si accetta il risultato, si scene in strada, si bruciano pneumatici, si attaccano stazioni di servizio, si strappano i manifesti elettorali e tutto al grido di tchanji (cambiamento, in lingua haussa). Diverse case sono state incendiate. E tra queste anche quella dello storico corrispondente di Radio France Internationale, Moussa Kaka.

Le manifestazioni, quelle di giovedì 24 febbraio in particolare, hanno provocato la morte di due manifestanti (cifra ufficiale) e ci sono stati 468 arresti, tra cui dei politici. Tra gli arrestati c’è anche l’ex capo di stato maggiore dell’esercito, Moumouni Boureima, detto Tchanga, ora in pensione, vicino a Amadou Hama, ex primo ministro e grande oppositore del regime, che le autorità, il ministro degli interni Alkache Alhada in primis, accusano di essere all’origine dei “troubles” (disordini) post-elettorali.

Hama, il principale oppositore nigerino, è stato escluso dalle elezioni per via di una sua condanna nel 2017 che lui qualifica come “politica”. Il suo domicilio, mentre scriviamo, è accerchiato dalla polizia e dalle forze antiterrorismo.

Certo, il governo non aveva previsto questa reazione popolare, situazione inedita per il Niger. Del resto è la prima volta che Internet subisce interruzioni in seguito alla tensione politica. E dopo che Ousmane, il perdente, si è deciso a parlare ‒ denunciando brogli, rifiutando di accettare le cifre della Ceni e dicendosi in testa con il 50.3% dei voti, promettendo di usare tutti i mezzi legali per difendere la vittoria che rivendica – la transizione politica che si annunciava tra le più pacifiche sul continente africano, è segnata ormai dall’incertezza. Nonostante gli appelli al dialogo e alla calma di tutti gli osservatori e amici del Niger.

In 30 anni di vita della democrazia nigerina, comunque, è la prima volta che un presidente della repubblica lascia il potere al nuovo presidente eletto. E l’esempio nigerino, in un’Africa in cui i ritocchi retrogradi delle Costituzioni sono divenuti lo sport preferito di tanti dirigenti, il buon esempio nigerino merita di essere lodato.

Ma il nuovo presidente è il delfino del vecchio. Il popolo nigerino ha optato per la continuità? Uno degli slogan del vincitore non diceva “Scelta della continuità per un Niger migliore”? Ma allora sarà anche la continuità dei molteplici problemi cui il paese è confrontato da anni: problemi di insicurezza, di salute pubblica, di educazione/scuola e di corruzione.

Bazoum dovrà subito affrontare la gravissima sfida rappresentata dall’insicurezza che vede continui attacchi jihadisti che tengono in scacco il paese. Una prova, se ce ne fosse stato ancora bisogno, la si è avuta il mattino stesso delle elezioni (la giornata ha visto gli elettori votare in tutta calma) quando il veicolo su cui viaggiavano sei agenti elettorali è esploso, uccidendoli, saltando su una mina a Waraou, una località nel comune di Dargol, nella regione di Tillabéri (sudovest del paese, a un centinaio di km da Niamey, la capitale).

Quella è la famosa zona delle tre frontiere tra Niger, Mali e Burkina Faso. Regione regolarmente colpita da attacchi di gruppi jihadisti affiliati all’organizzazione dello stato islamico, così come i jihadisti nigeriani di Boko Haram colpiscono a sudest. A gennaio, nella stessa regione, dopo il primo turno delle presidenziali, cento persone erano state uccise nel corso di attacchi contro due villaggi, uno dei peggiori massacri di civili nel paese.

Il Niger non è condannato all’eterna povertà e gli organismi finanziari internazionali scommettono, per il post-Covid, in una sua crescita sostenuta. Il paese nutre anche ambizioni petrolifere e pensa all’oleodotto (2mila km verso il Benin) che potrebbe permettere al paese di passare da una produzione di 20mila a 500mila barili al giorno da qui al 2030. Il petrolio potrebbe sostenere il settore agricolo che rappresenta più del 40% del Pil e che occupa quasi l’80% della popolazione attiva, ma che resta vulnerabile ai cambiamenti climatici.

La lotta alla corruzione, altra immane sfida per il nuovo presidente, dovrà cominciare dal ministero della difesa, duramente colpito lo scorso anno dallo scandalo dei 76 miliardi di franchi Cfa (116 milioni di euro) che tra il 2013 e il 2016 sarebbero stati stornati in occasione di acquisti di materiale bellico. La gente si aspetta che i colpevoli siano realmente costretti a rispondere davanti ai tribunali.

Ai nigerini auguriamo solo pace e prosperità. Ma nulla è scontato.

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