Ballottaggio presidenziale in Niger (Photo-by-AMISOM-via-Iwaria)

Domenica 21 febbraio si svolge in Niger, paese classificato tra i più poveri al mondo, il secondo turno delle elezioni presidenziali. L’ormai ex presidente, Mahamadou Issoufou, rispettando la Costituzione, ha lasciato sgombro il campo.

Lo scrutinio vede quindi confrontarsi al ballottaggio il candidato del partito al potere, Mohamed Bazoum – giunto in testa al primo turno del 27 dicembre con il 39% dei voti circa ‒ e l’ex presidente, Mahamane Ousmane, con il 17% circa. Tra i due ci sono ben 22 punti di scarto. Eppure Ousmane ha l’aria di credere di poter risultare lui vincitore. Anche se, mentre scrivo queste righe ascolto il dibattito su Radio France Internationale che attribuisce una vittoria scontata a Bazoum.

Il Niger si trova a una svolta della sua storia e deve fare delle scelte non facili per i proprio futuro. Dieci anni fa, quando Mahamadou Issoufou venne investito come presidente, il 7 aprile 2011, migliaia di invitati e la folla che era alla festa al palazzo dello sport di Niamey credevano di assistere a una pagina nuova della storia del paese.

E che storia! In meno di due anni, il Niger aveva infatti vissuto: un colpo di stato istituzionale contro Mamadou Tandja (presidente dal 1999 al 2010, morto nel novembre scorso) che si era intestardito a ricandidarsi per un terzo mandato; un colpo di stato militare; una transizione politica.

In prima linea contro Tandja e sostenuto da una buona parte della classe politica e della società civile c’era Issoufou con il suo partito, il Pnds-Tarayya, il Partito nigerino per la democrazia e il socialismo. Si trattava di prendere di petto i problemi del paese: lotta al terrorismo jihadista, povertà, disoccupazione, criminalità, corruzione… Dieci anni dopo il bilancio rimane alquanto insoddisfacente.

A guardare dall’esterno, sembrerebbe, anche dando una semplice occhiata a quel che succede nei paesi vicini (vedi Alpha Condé in Guinea e Alassane Ouattara in Costa d’Avorio) che si vada a una elezione libera. Ma si dimentica che si era provveduto, prima di andare al primo turno, a eliminare il principale oppositore, Hama Amadou.

Certo, la decisione di Issoufou, 68 anni, di non ripresentarsi al termine dei due mandati è molto apprezzabile, quasi una eccezione in Africa. Ma è d’obbligo andar cauti nel presentare il Niger come esempio di democrazia.

Negli ultimi anni, infatti, si è visto l’arresto di numerosi sindacalisti, giornalisti, membri della società civile. Reporters sans frontières nel luglio scorso aveva denunciato «un importante passo indietro» della libertà di stampa in Niger, dopo che due giornalisti erano stati arrestati solo perché avevano scritto dello spinoso affaire delle sovrafatturazioni nell’acquisto di materiale militare.

A chi ritiene di essere di fronte a una vera alternanza, è giusto ricordare che tra i 30 candidati che si presentavano al primo turno – per raccogliere i voti di 7,4 milioni di elettori (sui 23 milioni di abitanti che conta il paese) – c’erano 2 ex presidenti e 7 ex ministri, con una media di età di più di 60 anni, in un paese in cui la popolazione è giovanissima.

Così, Bazoum, ex ministro degli interni e degli esteri, braccio destro del presidente uscente, era certo di vincere al primo turno, anche perché forte della schiacciante vittoria del suo partito alle elezioni locali con, dalla sua, la macchina elettorale del partito e dello stato, e sulle tracce di Issoufou, garantendo quindi la continuità.

Ma i nigerini hanno l’aria di essere delusi dalla politica perché vedono che non serve a cambiare realmente il loro vissuto (con i suoi 7,6 figli per donna, il Niger ha il record mondiale di fecondità. Quale avvenire per questa gioventù?). In molti si chiedono che cosa è realmente cambiato negli ultimi 10 anni con Issoufou. Il Niger nel 2018 era tra gli ultimi paesi nell’indice di sviluppo umano dell’Onu.

Così, più che alla politica, la gente sembra rivolgersi alla religione. Il Niger è un paese musulmano nella sua stragrande maggioranza, laico, certo, ma non insensibile alle tesi dell’islam wahhabita cioè all’islam politico. In certi ambienti si dice che Issoufou è alla testa di una repubblica islamica, ma senza saperlo…

Di fronte alla miseria e alla mancanza di speranza (secondo la Banca mondiale, nel 2019, il 42% circa dei nigerini viveva con meno di due dollari al giorno), una situazione aggravata dal Covid-19 (un quinto della popolazione necessita di aiuto umanitario), alle popolazioni sembra non rimanere che la religione.

La gente pratica l’islam malekita, il più diffuso nell’occidente africano, più tollerante del wahhabismo. Ma l’islam fondamentalista avanza. Di fronte al fallimento del sistema democratico, inteso come sistema dei bianchi, il riarmo morale si fa con l’islam che veicola valori sentiti come “nobili”, in opposizione alla corruzione e ai costumi “rilassati”, attribuiti al modello occidentale che è la democrazia.

Sotto Issoufou è peggiorata anche la sicurezza. Secondo l’Onu, nel 2019 il numero delle vittime civili con più di 250 morti e 250 rapimenti è il peggiore dall’inizio della crisi nel 2015. E l’esercito nigerino non arriva a “riconquistare” un paese caduto nella trappola jihadista, e questo nonostante la presenza sul territorio di basi francesi e americane.

Senza dimenticare il contingente italiano (alcune centinaia di uomini, ma pur sempre la più importante missione militare italiana in Africa sub-sahariana, attiva dal 2018, con il compito di formare le forze armate nigerine nel contrasto al terrorismo e nel controllo delle frontiere nell’ambito della sua partecipazione alla Forza congiunta del G5 Sahel).
Lo scorso anno circa il 15% del bilancio nazionale nigerino se n’è andato in spese per la sicurezza, cifra enorme per un paese tanto povero.

Certo, il Niger non è rimasto immobile negli ultimi anni e, in quanto a corruzione oggi occupa il 132° posto su 190 paesi secondo l’Onu, e il 120° posto su 198 paesi secondo l’indice della ong Transparency international, ma lo scandalo delle sovrafatturazioni all’esercito per decine di milioni di euro, ricorda che il paese rimane preda della corruzione. E ogni giorno si assiste a storni massicci di fondi a tutti i livelli e a nuovi scandali.

Non ci meraviglia quindi che l’esercito nigerino non disponga del materiale necessario per la sua lotta contro il jihadismo, presente in 3 delle 5 regioni del paese. Impotente, la gente assiste al deterioramento del settore educativo, sanitario, infrastrutturale…

La Francia (il Niger è una sua ex colonia) sostiene incondizionatamente il regime, ignorando però totalmente la società civile che sogna solo pace e sicurezza. I francesi non sono pronti ad abbandonare (almeno per ora) il Niger, lasciandolo solo nella lotta antijihadista.

Questa presenza però alimenta un diffuso sentimento antifrancese. E se la corruzione e i legami nigerini con i narcotrafficanti sono quelli che conosciamo, il Niger, qualunque sia il vincitore al ballottaggio di domenica, ha di certo di fronte a sé un cammino da percorrere tutto in salita.