Blindato della polizia ivoriana di stanza nei pressi dell'abitazione dell'ex presidente Henri Konan Bedié ad Abidjan (Credit: african-journal.com)

Come liberarsi degli oppositori evitando di sporcarsi le mani. Alcuni leader africani (e speriamo che tale tendenza non si diffonda a macchia d’olio) stanno adottando la regola di impedire ai rivali di uscire di casa. Arresti domiciliari senza notifiche legali.  

È accaduto, per esempio in Guinea, dove per giorni il presidente uscente e rieletto, Alpha Condé, ha neutralizzato il candidato dell’opposizione, Cellou Dallein Diallo, facendo circondare la sua abitazione dalle forze di sicurezza. Le elezioni presidenziali del 18 ottobre hanno portato, come spesso accade, una scia di proteste. A cominciare, appunto, da quelle di Diallo, che da subito ha lanciato accuse di frode elettorale e fornito un conteggio che ha mostrato discrepanze nella conta dei voti.

E mentre sulle strade rimanevano 21 vittime a causa degli scontri all’indomani del voto, il presidente metteva praticamente sotto chiave il suo oppositore. Per mediare si sono messe in moto le organizzazioni internazionali: dalle Nazioni Unite all’Unione Africa all’Ecowas/Cedeao.  

Nel frattempo in Camerun il leader dell’opposizione, Maurice Kamto, è chiuso in casa (vale a dire gli viene impedito di uscire) da settembre. Aveva organizzato una protesta anti-governativa che gli è costata la libertà. Una costrizione arbitraria, senza dubbio, contro cui stanno lottando i suoi sostenitori.  

È da tempo che Kamto, a capo del Movimento di rinascita del Camerun (Mrc), dà filo da torcere al presidente Paul Biya, al potere ormai da 38 anni e per nulla intenzionato a lasciarlo.  Kamto, tra le altre cose, nelle recenti elezioni parlamentari di febbraio (tenutesi dopo un rinvio di due anni) ha lamentato – come fa da tempo – un sistema elettorale che favorisce il partito di governo e assegna pochissimi seggi alle opposizioni.  

Un altro periodo difficile si presenterà a dicembre, quando sono in programma le prime elezioni regionali del paese, incluse le due regioni a maggioranza anglofona, da quattro anni in conflitto con il potere centrale. Vorrebbe essere un passo verso la decentralizzazione del potere, inserita nella Costituzione ma mai implementata.

Intanto Biya tiene in gabbia Kamto, che non è nuovo alla detenzione. Lo scorso anno restò in carcere molto tempo insieme a 200 oppositori arrestati perché fortemente critici sull’esito delle presidenziali del 2018.  

Medesimo copione (arresti domiciliari decisi da un capo di Stato e non da un giudice) in Costa d’Avorio. Qui, all’indomani delle presidenziali che, come si attendeva, hanno visto vincitore il presidente uscente Alassane Ouattara, le forze di sicurezza hanno circondato le abitazioni di leader dell’opposizione che respingono il risultato del voto e chiedono un governo di transizione in attesa che si ricomponga la crisi. Una crisi aperta con la decisione di Ouattara di ricandidarsi per un terzo mandato.  

E mentre il ministro della Giustizia, Sansan Kambile, accusava l’opposizione di “azioni violente e di tramare contro l’autorità dello Stato” i militari cominciavano a presidiare la casa dell’86enne ex presidente e a lungo avversario di Ouattara, Henri Konan Bedié (è a lui che l’opposizione vorrebbe affidare la guida del governo di transizione), quella del deputato Maurice Kakou Guikahué e di Albert Abdallah Mabri Toikeusse del partito Udpci (Unione per la pace e la democrazia in Costa d’Avorio).  

Intanto, la stampa locale dà notizia della scomparsa di Pascal Affi N’Guessan, portavoce dell’opposizione ivoriana e presidente dell’Fpi (Fronte popolare ivoriano), partito fondato da Laurent Gbagbo. Arrestato nella notte tra venerdì e sabato scorsi di lui non si hanno notizie.  

Il timore è che non basterà impedire ai leader più attivi delle opposizioni di uscire di casa. Nei giorni che hanno preceduto il voto del 1 novembre, almeno 30 persone sono rimaste uccise in una serie di scontri.

Ed è sempre vivo il ricordo della crisi del 2010-2011, quando alcuni mesi di guerra civile scoppiata all’indomani delle elezioni che segnarono la contestatissima vittoria di Ouattara, provocarono almeno 3.000 morti. Le Nazioni Unite hanno informato che già oltre 3.200 ivoriani hanno passato il confine temendo lo scoppio della violenza e trovato rifugio in Liberia, Ghana e Togo.

Infine, non possiamo non citare il recente caso della Tanzania. Tundu Lissu, il candidato dell’opposizione alle presidenziali che si sono tenute le scorso 28 ottobre ha trovato rifugio nella residenza dell’ambasciatore tedesco. Subito dopo il voto, ha raccontato alla stampa, è stato raggiunto da minacce di morte. Anche in questo caso c’è chi sussurra che ci sarebbe lo zampino del contestato presidente John Magufuli, rieletto per un secondo mandato.

Il capo dello Stato ha assicurato che lavorerà con le opposizioni ma le sue parole non sembrano rassicurare Lissu che nel 2017 venne raggiunto da 16 colpi di arma da fuoco. Miracolosamente se la cavò e il caso è rimasto un mistero.

Che la situazione non sia tranquilla in Tanzania lo dimostra il fatto che altri politici dell’opposizione stanno cercando di lasciare il paese. Alcuni di loro cercano protezione nel vicino Kenya. E’ il caso dell’ex parlamentare Godbless Lema, attualmente in custodia con moglie e figli, dopo essere stato intercettato dalle autorità keniane mentre cercava di entrare nel paese. Cerca asilo politico, e per lui si è mossa anche Amnesty International. La sua vita è in pericolo, dicono.

Ieri un altro politico del Chadema è stato bloccato mentre cercava di passare il confine. Si tratta dell’ex ministro delle Risorse naturali e del Turismo, Lazaro Nyalandu. Anche lui è tra coloro che hanno contestato il risultato del voto del 28 ottobre.