Primo vertice Russia-Africa
Mosca è in ritardo rispetto ad altre potenze come la Cina, ma sta guadagnando terreno rapidamente, rafforzando la sua presenza economica, militare e diplomatica nel continente. Con alcune attività non proprio trasparenti, come quelle nella Repubblica Centrafricana.

Il 23 e il 24 ottobre, si tiene a Sochi, in Russia, il primo summit e forum economico Russia-Africa, cui sono stati invitati tutti i capi di stato dei paesi del continente. Una trentina hanno già confermato la loro presenza. Probabilmente ci sarà una partecipazione più numerosa di quella registrata in un recente analogo summit a Pechino, dicono diversi osservatori.

L’influenza della Russia in Africa è infatti in continuo aumento, dopo un paio di decenni di quasi assenza dalla scena del continente a seguito della crisi politica, economica e diplomatica, seguita alla caduta dell’Unione Sovietica. Alcuni osservatori sottolineano come la ripresa dell’attivismo russo in Africa sia un segnale del suo sforzo per riposizionarsi nel ruolo di grande potenza. Ma non sarebbero estranei neppure i provvedimenti di embargo economico imposti dall’Europa che hanno accelerato la ricerca di nuovi mercati.

La Russia ha avuto un rapidissimo successo nel continente. I commerci e gli investimenti sono cresciuti del 185% dal 2005 al 2015. Come la Cina, non pone precondizioni per i suoi rapporti economici e questo non può che essere ritenuto particolarmente interessante in paesi che si sentono costantemente sotto scrutinio da parte delle istituzioni finanziarie e degli altri partner internazionali.

Il vertice si propone di consolidare i legami tessuti negli ultimi anni in particolare nel settore militare ed economico e di sfidare non solo l’influenza e la presenza cinese, la più evidente ed ingombrante, ma anche quelle americana, europea e giapponese che pure continuano ad essere solide ed importanti. “Le compagnie russe sono pronte a offrire ai nostri partner africani i frutti del loro sviluppo scientifico e tecnologico e le loro esperienze nella modernizzazione di infrastrutture nei settori dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni”, si legge in una dichiarazione del presidente Vladimir Putin in preparazione al summit.

Energia e minerali

In Africa, la Russia investe soprattutto nel settore energetico. Sono parecchie ed importanti le compagnie russe del settore attive nel continente. Veri giganti statali o parastatali come Gazprom, Lukoil, Rostec e Rosatom hanno impegni nel settore petrolifero, nell’estrazione di gas, nel trasferimento di tecnologia d’avanguardia e nella costruzione di impianti per la produzione di energia nucleare. Un settore, quest’ultimo, di grande interesse per molti paesi africani che non producono sufficiente energia neppure per dare la luce a tutti i propri cittadini, ma anche particolarmente delicato per l’impatto ambientale, e soprattutto per quello più generalmente politico, in aree ancora instabili, ad alto tasso di corruzione e in gran parte interessate dal terrorismo.

Diversi sono i paesi che hanno già accordi o contratti attivi con compagnie russe per la costruzione di impianti nucleari per uso civile o per la ricerca nel settore. Kenya, Zambia, Ghana e Nigeria sono presto stati seguiti da Sudan, Uganda, Tanzania, Namibia, Egitto, per citarne alcuni. Ultimo il Rwanda, il cui parlamento ha approvato qualche giorno fa un accordo firmato lo scorso dicembre per la costruzione di un impianto per la produzione di energia nucleare entro il 2024.

L’altro settore di grande interesse economico per Mosca è quello minerario. In Zimbabwe sta sviluppando la produzione in un importante giacimento di metalli del gruppo platino (rutenio, rodio, palladio, osmio, iridio oltre al platino stesso) molto usati per la produzione di tecnologia avanzata e di precisione. In Namibia estrae uranio e diamanti in Angola. E sono solo pochi esempi.

Torbidi affari in Centrafrica

Crescenti anche gli affari nel settore minerario nella Repubblica Centrafricana, in cui la presenza di Mosca è iniziata con l’invio di un paio di centinaia di istruttori per la formazione dell’esercito e delle guardie presidenziali. L’indagine di un gruppo di giornalisti russi – tre sono stati assassinati l’anno scorso in una zona remota del paese – ha fatto emergere che appartenevano al gruppo Wagner, una milizia paramilitare attiva anche in Medio Oriente, che diversi esperti dicono essere vicina a Putin. Alcuni la classificano addirittura come l’esercito privato del presidente russo.

L’indagine, evidentemente particolarmente sensibile, ha fatto scoprire soprattutto che i russi nel paese non facevano solo gli istruttori ma si occupavano anche di altro. Probabilmente di creare una rete di rapporti con le numerose milizie ribelli, filogovernative o vicine al terrorismo islamico che si muovono nella fascia dell’Africa appena a sud del Sahara, ma forse anche di individuare risorse strategiche su cui mettere le mani.

Nei giorni scorsi, il direttore della testata online che sta portando avanti l’indagine ha dichiarato che i suoi reporter che investigano la questione sono stati ripetutamente minacciati e che hacker hanno tentato più volte di violare la loro posta elettronica e i loro profili social. Dunque in Centrafrica la presenza militare, seppur camuffata da impresa privata, si accompagna ad altri affari, che devono rimanere coperti.

Armi e accordi militari

In un unico settore Mosca è sempre stata ben presente nel continente, quello militare, tanto da essere considerata da tempo il maggior fornitore di armi ai paesi africani e, in qualche caso, anche di licenze di produzione o di assemblaggio. Anche in barba alle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu, di cui è un membro permanente.

È ben noto il caso del Sudan, la cui fiorente industria bellica produce una vasta gamma di armamenti, molti dei quali appunto su licenza russa (altre con licenze cinesi e iraniane). Il legame di Mosca con il Sudan del deposto regime del presidente Hassan El-Bashir è diventato evidente durante la repressione delle proteste popolari. Voci insistenti e continue parlavano di russi impiegati nelle operazioni più violente.

Un affiancamento che si è dimostrato perdente, ma dovuto, con ogni probabilità, alle promesse del deposto presidente di concedere a Mosca una base per l’aeronautica militare sul Mar Rosso e di rinnovare l’equipaggiamento dell’esercito acquistando sistemi d’arma russi più moderni, compresi i modernissimi jet da combattimento SU30. L’ultimo incontro di El-Bashir con un viceministro russo è del 16 marzo; il 9 aprile il presidente sudanese era costretto a rassegnare le dimissioni. Contatti per una presenza militare sarebbero in corso anche con l’Eritrea che pure controlla un lungo tratto di costa del Mar Rosso.

Diplomazia e mediazione

Il Sudan avrebbe dovuto essere anche la base per rafforzare l’influenza su tutta la caldissima area a cavallo del Mar Rosso e del golfo di Aden per poi, da Khartoum, consolidare i rapporti anche nell’Africa orientale e in quella sub-sahariana in genere. Quello politico-diplomatico è forse il più recente campo d’azione di Mosca nel continente ed è quello che, ultimamente, sta avendo, una certa visibilità, mentre gli altri settori di intervento sono ancora conosciuti in gran parte solo dagli addetti ai lavori.

Putin ha deciso, ad esempio, di prendere nelle sue mani una vera patata bollente che rischia di creare instabilità in una vasta e delicata area del continente. A latere dei lavori del summit, cercherà infatti di mediare tra Egitto ed Etiopia, ai ferri corti per l’invaso della GERD (Grand Ethiopian Renaissance Dam), la grande diga che Addis Abeba sta realizzando sul Nilo che stoccherebbe una notevole parte dell’acqua che altrimenti scorerebbe verso nord, raggiungendo l’Egitto che ne dipende per gli usi quotidiani della popolazione e per il suo sviluppo economico. Se dovesse riuscire a far fare passi avanti significativi al negoziato, da tempo in stallo, potrebbe consolidare il suo ruolo anche come mediatore in difficili trattative ed estendere la sua influenza nel continente.

Il summit dei prossimi giorni ci dirà quanto fitta è la tela tessuta da Mosca in Africa e quanto l’influenza del Cremlino è in grado di sfidare quella degli altri attori internazionali che da tempo hanno iniziato la corsa per posizionarsi al meglio nel continente, percepito ormai come quello emergente, nonostante le crisi e i ritardi nello sviluppo economico e tecnologico che ancora lo frenano.

Nella foto il presidente russo Vladimir Putin