Mali / Il massacro di 160 civili
Nella regione centrale maliana di Mopti da anni si sta assistendo a un conflitto tra le etnie peul e dogon. La prima accusata di sostenere i jhadisti. La seconda di essere il braccio armato di Bamako. Ma il massacro di peul di sabato scorso ha costretto il governo a fare marcia indietro e a sciogliere la milizia Dan Na Ambassagou.

Mali sotto shock dopo il massacro di almeno 160 persone, tra cui donne e bambini, commesso sabato scorso in un villaggio peul (o fulani), nella regione centrale di Mopti. L’attacco, in cui sono rimasti feriti altri 55 civili, è stato sferrato a Ogossagou da individui armati non identificati, ma per le autorità appartenenti al gruppo Dan Na Ambassagou, di etnia dogon. Un gruppo, quest’ultimo, nato nel 2016 per supplire, a loro dire, all’assenza dello stato quando i territori dogon era sotto attacco dei terroristi.

 

Ieri il governo ha rimosso i vertici delle forze armate e ha sciolto la milizia di autodifesa dogon, già accusata lo scorso anno da Human Rights Watch di prendere di mira i peul.

 

Nonostante le parole di compassione per le vittime e i tentativi di mettere una pezza a una situazione catastrofica, il governo maliano ha responsabilità ben precise su quanto sta accadendo nell’area centrale del paese.

 

Gli scontri tra cacciatori dogon e pastori fulani semi-nomadi si verificano molto spesso soprattutto per lo sfruttamento di terreni e acqua potabile. I dogon accusano i fulani di avere rapporti con gli estremisti islamici, mentre a loro volta i pastori fulani accusa l’esercito maliano di armare i dogon. Secondo le Nazioni Unite circa 600 persone, tra cui molte donne e bambini, sono state uccise nella regione di Mopti nell’ultimo anno.

 

L’attacco del 23 marzo è avvenuto mentre gli ambasciatori delle Nazioni Unite erano in Mali per discutere proprio la situazione di aumento della violenza nel paese. La missione del Consiglio di sicurezza ha incontrato il primo ministro Soumeylou Boubeye Maiga per parlare della crescente minaccia dei combattenti jihadisti nel Mali centrale.

 

Una storia di abbandono

Il centro del Mali è un’area immensa e abbandonata a sé stessa. Per lungo tempo è rimasto un territorio oscuro, sia per i colonizzatori francesi sia, dopo l’indipendenza ottenuta nel 1960, per l’amministrazione maliana.

La regione di Mopti era considerata nel 19° secolo l’«eldorado» del Mali, per usare le parole di Adam Thiam, un giornalista maliano. «Grazie alla sua agricoltura era una regione molto prospera. Nei primi anni dell’indipendenza, se ne parlava come il cuore economico del paese. Rappresentava oltre il 30% dei suoi proventi derivanti dall’esportazione. Poi, le ondate di siccità degli anni ’70 hanno duramente colpito l’economia dell’area, che nel 1985 è stata classificata come una zona con un alto livello di insicurezza alimentare. E già nel 1986, un rapporto evocava il rischio di una ribellione, se le autorità pubbliche non fossero intervenute».

 

Le politiche di sviluppo dell’agricoltura sedentaria decise a Bamako hanno mandato all’aria gli equilibri locali, già fragili, tra allevatori (per lo più fulani o tuareg), agricoltori/cacciatori (bambara o dogon) e pescatori (Bozo).

 

Smantellata la convivenza ancestrale

I frequenti conflitti, in alcuni casi anche violenti, venivano risolti rapidamente dai notabili locali. Ma nel corso degli anni, lo stato ha smantellato questa forma di convivenza ancestrale in nome della modernizzazione. Le gerarchie sono state sconvolte. Nel 1995, ancor prima che il nord divenisse un’area insicura, la regione di Mopti era già la più povera del Mali. Quattro anni fa, aveva i tassi più bassi di elettrificazione domestica (il 7,1% rispetto al 22,9% della media nazionale) e di scolarizzazione (il 41,9% relativamente al primo ciclo contro il 72,3%).

 

Quando è scoppiata la guerra nel nord, questa regione già abbandonata a sé stessa, è stata ulteriormente trascurata. E quando lo stato ha assunto nuovamente il controllo dell’area, nel 2013, ha fatto come se nulla fosse accaduto.

 

Giocare sulle rivalità

Per anni l’esercito e il governo sono stati accusati di giocare sulle rivalità tra le comunità per vincere la «guerra al terrorismo». In un rapporto pubblicato nell’aprile 2018, il Centro Simon Skjodt per la prevenzione dei genocidi evocava anche la possibilità che questi conflitti intercomunitari sfociassero in «atrocità di massa».

 

Diversi personaggi vicini al presidente Ibrahim Boubacar Keita o allo stato maggiore sono sospettati di aver armato le milizie dozo (cacciatori tradizionali) nel centro del paese per braccare i «jihadisti». Nel marzo 2018, circa trenta persone sono state uccise nel territorio dei dogon durante degli scontri che vedevano dei fulani opporsi ad alcuni dogon riuniti in un gruppo di autodifesa munito di armi da guerra.

 

Nella sola regione centrale di Mopti, dove negli ultimi anni è attiva Ansar Addin Sud (costola a maggioranza peul di Al Qaida nel Maghreb Islamico), sono state centinaia le vittime, nel 2018, degli scontri inter-comunitari e decine di migliaia i nuovi sfollati interni con decine di villaggi dati alle fiamme.

 

Oggi i vertici della milizia di autodifesa Dan Nan Ambassagou, di cui fanno parte numerosi cacciatori di etnia dogon, hanno negato la responsabilità del massacro di 135 pastori fulani. La certezza, tuttavia, è che quell’area sarà sempre più al centro di tensioni e conflitti anche a causa delle gravi responsabilità governative.