Enormi sfide si affacciano alle finestre del mondo afro e del continente africano alle soglie del 2021. Si tratta di capire quanto resta di attesa per vedere veramente spiragli di speranza in un continente che, pur martoriato da una molteplicità di fattori concatenati, raddoppierà la sua popolazione da qui al 2050. Dentro al caos interno e minacciato da popoli stranieri alle porte, il popolo d’Israele chiede al profeta Isaia settecento anni circa prima della nascita di Cristo: “Sentinella, quanto resta della notte?” (Is 21,11).

Nelle Afriche di oggi, guardando oltre il guado, abbracciamo soltanto cinque di queste sfide, sempre più interconnesse, a partire dal fondamento della loro soluzione, il sogno di Dio e di Francesco nella Fratelli Tutti (FT 127): “Se si accetta il grande principio dei diritti che promanano dal solo fatto di possedere l’inalienabile dignità umana, è possibile accettare la sfida di sognare e pensare ad un’altra umanità”. Le chiese africane devono fare i conti con queste parole e questi aspetti della vita dei loro popoli se vogliono davvero incidere nella loro storia.

Il vaccino per quale virus?

Le Afriche sono nel pieno della seconda ondata Covid. Se fino ad ora hanno contenuto la pandemia con il 3% dei casi mondiali registrati, l’impennata delle ultime settimane in Sudafrica, Senegal, Niger, Mali e moltissimi altri paesi sembra incontenibile. Le misure di contenimento come coprifuochi, chiusure di attività commerciali, uso di mascherine, divieti di accessi alle spiagge, limitazione ai trasporti e agli spostamenti non riescono spesso a ridurre la diffusione del virus, in varie realtà addirittura negato o banalizzato, che ora attacca anche i più giovani come in Sudafrica dove è stata registrata anche una sua variante.

Dietro al Covid si fanno ben più minacciose nel frattempo le pandemie “fame” che portano al collasso le economie di Sudan, Sud Sudan, Somalia e Zimbabwe e quella “ombra” con aggressività e violenze sulle donne che si alzano in piedi e chiedono il rispetto dei loro diritti dalla Namibia, al Sudafrica, al Malawi.

Intanto partono le prime campagne per i vaccini dal Marocco alla Guinea. Fa ben sperare la piattaforma Covax nata da diversi partner che tentano di portare il vaccino alle popolazioni più impoverite dopo che le ong del settore hanno denunciato il rischio di vedere il 52% delle dosi in mano al solo 14% della popolazione mondiale, che ovviamente se lo può permettere. L’Africa non è però ancora pronta per la “più grande campagna di vaccinazione di sempre”, ha detto Matshidiso Moeti tra i responsabili dell’Organizzazione mondiale della sanità. 

Incognita elezioni

Le urne sono spesso momenti di grande tensione in vari paesi africani con manifestazioni, prima e dopo, represse nel sangue. Nel 2020 lo abbiamo registrato in Guinea, Costa d’Avorio, Ghana e nello scrutinio di fine anno nella Repubblica Centrafricana infestata dai ribelli. I brogli sono spesso una realtà come è accaduto in Togo nel febbraio scorso, dove la vittoria del candidato Agbeyomé Kodjo, sostenuto dal “patriarca della nazione”, il vescovo emerito di Lomé Philippe Fanoko Kpodzro, è stata letteralmente rubata.

Si preparano all’appuntamento con le urne l’Uganda dell’oppositore Bobi Wine, continuamente arrestato e ostacolato in mille modi nella corsa alla presidenza, l’Etiopia, il cui rinvio elettorale  a causa del Covid è stata la scintilla per aprire il fronte di guerra nel Tigray ancora in fiamme, il Benin del presidente Talon “tallonato” dall’ex presidente Boni Yayi forte del riconoscimento del suo nuovo partito, la Somalia terra di nessuno ai ferri corti con il Kenya, il Sud Sudan in preda ad una crisi economica che costringe alla fame certe sue aree, lo Zambia strangolato dal un debito estero senza precedenti, Capo Verde, il Ciad del trentennale presidente Idriss Deby che nega allo sfidante Succes Massra la possibilità di legittimamente presentarsi alle presidenziali di aprile e il Gambia che non è riuscito a voltare pagina dopo la partenza del dittatore Yahya Jammeh all’inizio del 2017.

 Lancio della più grande area di libero scambio del mondo 

Il primo giorno del 2021, le economie africane entreranno in una nuova era: il lancio ufficiale dell’Area di libero scambio continentale africana (AfCFTA), la più grande al mondo. Un passo molto importante per favorire le transazioni economiche interafricane e l’avvicinamento dei mercati nazionali ma che richiede di essere accompagnato da tutto un palinsesto di infrastrutture che ne sostengano l’ossatura.

Un enorme potenziale sulla carta, oggi minacciato nell’attuazione dal Covid, che può rappresentare un tassello verso la costruzione del mosaico dell’unione africana tanto sognata dai padri fondatori quanto contrastata dalle potenze economiche mondiali che sentono il proprio ruolo ridimensionato da una tale prospettiva. Le relazioni bilaterali fanno sempre più comodo, ai grandi, di quelle multilaterali.

A quando la cancellazione del debito?

Il G20 ha rinviato, nel corso del 2020, il pagamento del debito all’inizio della pandemia, ma non lo ha certo annullato. Il macigno è spostato alla seconda metà del prossimo anno quando i grandi del mondo e le istituzioni internazionali torneranno a batter cassa. Pagato uno e sotto un altro, in un vortice di debiti finanziari che letteralmente stanno mettendo in ginocchio le economie di paesi come lo Zambia e il Kenya.

Con enormi somme da ripagare per debiti e interessi questi paesi non sono più in grado di destinare fondi cospicui per la sanità, la scuola e interventi di soccorso sociale alle popolazioni più vulnerabili. Il segretario generale delle Nazioni Unite aveva chiesto a inizio 2020 una moratoria sul debito mentre diverse ong, istituzioni internazionali e attori della società civile mondiale chiedono da tempo un taglio completo del debito per attenuare le conseguenze umanitarie della pandemia e permettere ai paesi in crisi di destinare quelle risorse alla lotta anti-covid. Cosa che sempre non è avvenuta: lo dimostrano le denunce di malversazioni finanziarie di tali fondi sfociate poi in ingenti manifestazioni in Sudafrica, Tanzania, Kenya e Zimbabwe.

Ascolteremo il grido di Madre Terra Africa?

Siccità, desertificazione, scarsità d’acqua, locuste nel Corno d’Africa, inondazioni nel Sahel, temperature in aumento di 4-5° nelle aree dei grandi laghi: il 2020 ha spossato il continente e le previsioni non sono delle migliori se non si attuano politiche planetarie di contenimento dell’inquinamento atmosferico.

La ripresa dell’accordo di Parigi del 2015 da parte degli Usa lascia ben sperare ma c’è urgente bisogno di patti globali, la cui violazione sia sanzionata. La Conferenza mondiale sul clima di Edimburgo nel novembre 2021 sarà cruciale per determinare i nuovi impegni delle potenze planetarie. Intanto dal basso giovani attivisti africani come Vanessa Nakate, ugandese, (nella foto) stanno lottando contro i crimini ambientali delle multinazionali insieme alle tante organizzazioni della società civile sempre più sensibili ai temi dell’ecologia integrale.

La comunità di Kabwe in Zambia porta avanti una causa collettiva contro la Anglo American South Africa , impresa sudafricana che ha sfruttato per 50 anni i giacimenti di piombo della zona iniettandolo in dosi massicce nel sangue dei suoi abitanti. Mentre 15 famiglie della Repubblica Democratica del Congo si sono unite per far fronte comune, con una class action, contro i colossi del digitale che sfruttano le miniere nella regione dei grandi laghi.