Il presidente congolese Felix Thisekedi (Credit: Flickr/Présidence RDC)

Nella Repubblica democratica del Congo parlare di “fedelissimi” del presidente è più che mai azzeccato. Da quando si è insediato alla guida del Paese nel gennaio del 2019, succedendo a Joseph Kabila, Félix Tshisekedi si è infatti attorniato di figure nelle quali ripone la massima fiducia, o sarebbe meglio dire una fede incondizionata.

Suoi fedeli consiglieri sono infatti tre pastori pentecostali molto influenti nel Paese, che Tshisekedi non solo considera come proprie guide spirituali ma a cui ha anche concesso ampi margini di manovra nelle decisioni diplomatiche e di politica economica del suo governo.

Quello di cui probabilmente si fida di più è Jacques Kangudia Mutambayi, da anni suo consigliere spirituale. Formatosi nella missione della Chiesa di Dio di Benin City, in Nigeria, Mutambayi conosce come le proprie tasche i centri del potere pentecostale sparsi in tutta l’Africa subsahariana. Prima di trasferirsi a Kinshasa, è stato infatti pastore in Benin e Burkina Faso.

Le conoscenze acquisite nel tempo e l’influenza maturata in più Paesi gli consente oggi di far arrivare i messaggi di Tshisekedi agli altri presidenti pentecostali che governano in Africa, come il capo di Stato etiopico Abiy Ahmed Ali – il cui Partito della prosperità prende il nome proprio da uno dei pilastri della teologia pentecostale -, o il presidente ugandese Yoweri Museveni, che pur essendo di credo anglicano coltiva da sempre stretti legami con le chiese evangeliche e pentacostali del suo Paese tramite la moglie Janet.

Negli ultimi tempi Mutambayi è diventato sempre più importante per il presidente Tshisekedi. Ha officiato il funerale di suo padre, Etienne Tshisekedi, il 30 maggio del 2019. E, tre mesi dopo, ha assunto, su sua nomina diretta, la direzione del Ccm (Coordination pour le changement des mentalités), un centro voluto da Tshisekedi per formare i funzionari congolesi nelle procedure anticorruzione e, più in generale, per una gestione più efficiente e “vicina” ai cittadini della farraginosa macchina burocratica del Paese.

Fervente oppositore della dilagante corruzione che pervade a ogni livello gli uffici amministrativi, Mutambayi supervisiona la vasta rete di ong, sia locali che straniere, impegnate su questo fronte. Sua è stata, tra le tante, la campagna condotta per impedire al governo di assegnare alla società belga Semlex una commessa per la produzione di passaporti congolesi.

In una delle nazioni più corrotte e disastrate al mondo sul piano amministrativo e burocratico, Mutambayi rappresenta per il presidente Tshisekedi un alleato indispensabile, anzitutto sul piano dell’immagine che può trasmettere di sé all’estero. 

In patria, invece, Mutambayi agisce in modo molto più diretto. Non perde infatti occasione per spostare verso il presidente le simpatie della vasta comunità pentecostale ed evangelica interna. Un pressing sull’opinione pubblica costante che si è rivelato decisivo per l’elezione a presidente del suo assistito. Mutambayi, d’altronde, sa come parlare alla sua gente.

E non lo fa solo dal pulpito della sua maestosa chiesa, ma anche attraverso le associazioni che controlla e i mezzi di comunicazione che remano dalla sua stessa parte. Sono non meno di sei le stazioni televisive su cui ha influenze, tra cui le più seguite sono Puissance, Dieu Vivant, Message de vie e Armée de l’Eternel.

 

Jacques Kangudia Mutambayi

Altrettanto influente al fianco del presidente è la figura di un altro pastore, Olivier Tshilumba Chekinah, il quale si divide tra il Canada, dove ha sede la sua parrocchia, l’Eglise Nouvelle Vie, e Kinshasa, dove ricopre il ruolo di consigliere presidenziale. Chekinah è l’uomo che in questi anni di mandato di Mutambayi si è occupato principalmente di mettere in buona luce il presidente agli occhi dell’amministrazione Usa, sfruttando gli ottimi rapporti che ha con Israele.

È stato lui a farlo partecipare alla conferenza annuale dell’American Israel Public Affairs Committe, tenutasi il 25 febbraio del 2020 a Washington. Una kermesse nel corso della quale Mutambayi ha annunciato il riconoscimento dello Stato di Israele da parte del governo congolese e l’avvio dei preparativi per l’apertura di un’ambasciata della Rd Congo a Tel Aviv e di un ufficio economico a Gerusalemme.

Nel tessere le sue trame diplomatiche, Chekinah bada anche ai suoi affari, tutelando gli interessi di diverse aziende canadesi che operano nei settori minerario e delle infrastrutture, tramite la sua società OL Consult. Stando a quanto riporta Africa Intelligence, è stato lui a presentare al presidente i vertici della società australiana Fortescue Metals Group, candidatasi per degli appalti per lo sviluppo della diga di Grand Inga che avrebbe poi ottenuto nel settembre del 2020.

Il presidente in preghiera circondato dai “suoi” pastori

Da tenere d’occhio, infine, è Roland Dalo, pastore del Centre Missionnaire Philadelphie a La Gombe e capo della Chiesa di Stato. Dalo è stato assistente del pastore pentecostale più noto in tutta la regione africana, l’evangelista svizzero Jacques Vernaud, che fondò la Chiesa evangelica pentecostale del Congo negli anni Sessanta e, successivamente, nel 1985, la prima grande chiesa di questo credo a Kinshasa, in grado di contenere fino a 15mila fedeli.

È lui il pastore a cui Mutambayi si affida per “fare pace” con chi in patria non lo sostiene. Compreso il suo più acerrimo sfidante alle presidenziali di fine 2018, Martin Fayulu. Il 3 febbraio 2019, pochi giorni dopo l’insediamento del presidente, fu proprio Dalo a officiare la messa a La Gombe a cui i due sfidanti erano stati invitati per riconciliarsi dopo la battaglia elettorale.

 

 

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