Intervista (Da L’Osservatore Romano, 14 luglio 2011)
Anna Maria Gentili, docente di Storia e Istituzioni del paesi afro-asiatici all’Università di Bologna, delinea con l’Osservatore Romano i problemi che Sudan e Sud Sudan si trovano ad affrontare dopo la separazione.

La nascita, lo scorso 9 luglio, del Sud Sudan indipendente, ha lasciato molte questioni aperte, né si annuncia facile la composizione degli irrisolti contrasti con Khartoum. Ne abbiamo parlato con Anna Maria Gentili, docente di Storia e Istituzioni dei Paesi afro-asiatici alla facoltà di Scienze politiche dell’Università di Bologna, tra le maggiori studiose italiane di problemi legati alla storia e allo sviluppo politico e istituzionale dei Paesi africani.

 

Professoressa Gentili, l’indipendenza arriva dopo sei anni e mezzo dall’Accordo generale di pace firmato il 9 gennaio 2005 dal presidente sudanese Omar Hassam El-Bashir e dall’allora leader del Sudan People’s Liberation Army (Spla), John Garang. In questo periodo il Sud Sudan ha maturato politicamente la secessione – il che, tra l’altro, non era di per sé l’obiettivo di Garang, morto poco dopo quell’accordo – ma non sembra aver avviato né le condizioni di uno sviluppo sociale, né una prospettiva di pluralismo politico. Lei è d’accordo?

 

Sì. Bisogna ricordare che quella del Sud Sudan per l’autodeterminazione – non per la secessione – è una lotta pluridecennale e che la sua maggior componente, rappresentata proprio dal movimento di Garang, voleva creare un Sudan democratico, laico e unito. Del resto, il nazionalismo moderno, in Sudan, era nato con la rivolta del 1920 guidata dagli ufficiali dell’esercito del sud contro la politica di separazione tra nord e sud voluta dai colonialisti britannici. Garang aveva negoziato l’accordo, puntando sull’opzione dell’unità in un sistema federale. Ma questo avrebbe previsto una riforma fondamentale del sistema politico sudanese, in senso più inclusivo. Non era una speranza solo sua: quando Garang si recò a Khartoum dopo la firma dell’accordo, fu accolto da migliaia di persone entusiaste, non solo suoi sostenitori sud-sudanesi immigrati nella capitale, ma anche cittadini del nord e di altre regioni che avanzavano le stesse richieste di autonomia. La secessione è avvenuta anche in conseguenza delle mancate riforme, nel nord e nel sud, che hanno radicalizzato il consenso alla divisione.

 

La nascita del Sud Sudan è la prima violazione, dopo quella dell’Eritrea, del principio di inviolabilità dei confini dichiarato prima dall’Organizzazione dell’unità africana e poi dall’Unione africana. Potrebbe costituire un precedente per altre situazioni potenzialmente secessioniste? Penso, per esempio, al Somaliland o l’Ogaden nel Corno d’Africa, ma anche ad altri contesti sudanesi.

 

Per il Somaliland posso essere d’accordo: si rafforzerà una richiesta di riconoscimento internazionale dell’indipendenza. Invece, per le regioni sudanesi da tempo in conflitto, dal Darfur, alla regione di Abyei, al Kordofan Meridionale, al Nilo Azzurro, non vedo questa possibilità. Del resto, in tutte queste situazioni solo qualche minoranza ha messo la secessione tra i propri obiettivi. I diversi gruppi ribelli hanno, invece, sempre combattuto contro la mancanza di riforme del governo sudanese, soprattutto dopo la presa del potere da parte di El-Bashir. In risposta, questi ha accentuato la politica di divide et impera per mantenere il controllo, finanziando la corruzione economica e politica.

 

Secondo alcuni osservatori, il Sud Sudan potrebbe diventare il sesto stato della nuova Comunità dell’Africa Orientale formata da Burundi, Kenya, Rwanda, Tanzania e Uganda. Questo potrebbe accentuare la divisione tra l’Africa bianca e quella subsahariana e avere conseguenze su questioni regionali complesse, come, per esempio, quella della ripartizione delle acque del Nilo tra i paesi del bacino? Oppure resterà prevalente il rapporto con Khartoum, con i nodi cruciali delle risorse petrolifere e degli oleodotti?

 

Ci sarà certamente un rafforzamento dei rapporti tra il Sud Sudan e i paesi della regione. Tuttavia, per il nuovo stato la questione prioritaria resta quella dei rapporti con Khartoum, anche perché l’integrazione tra le popolazioni del nord e del sud del Sudan è molto maggiore di quanto di solito non si ritenga. Basti pensare alla presenza di rifugiati e di migranti in entrambe le parti. Questo rapporto stretto avrà influenza sul piano delle alleanze politiche, se non altro perché il cambiamento del Sud Sudan dipenderà anche da un analogo cambiamento – auspicabili, ma certo non in atto – del regime di Khartoum. Bisogna poi ricordare la questione dei confini, molto delicata non solo per il controllo delle risorse petrolifere e degli oleodotti, ma anche per la secolare presenza di popolazioni dedite alla pastorizia e che hanno relazioni complesse con le popolazioni sedentarie.

 

Parliamo di regioni ad alto rischio di instabilità, come dimostrano gli scontri armati ancora nell’ultimo periodo.


Sì. Ci sono state violenze sistematiche, anche su base etnica, intimidazioni, attacchi ai caschi blu dell’Onu. Sono state persino di nuovo minate le strade che erano state bonificate dagli ordigni dell’epoca della guerra civile. Questo dimostra che il problema principale da risolvere è quello dei rapporti con Khartoum, anche se non è negabile il rilievo di altre questione, come quella della ripartizione dell’acqua del Nilo alla quale lei faceva riferimento. Ancora più rilevante è la questione dei diritti dei cittadini. Di certo va impedito che si ripeta quanto accaduto all’epoca dell’indipendenza dell’Eritrea, accompagnata da vere e proprie deportazioni di migliaia di eritrei nati in Etiopia.

 

Sempre in riferimento ai rapporti con Khartoum, non sembrano da meno i problemi che il nuovo stato continua ad avere al suo interno.

 

Sì, a partire da quello del disarmo delle milizie – una dozzina solo nello Stato dell’Unità -, che sono appoggiate dai settori più radicali del governo di Khartoum. Certo, si tratta di milizie con proprie agende locali, ma sarebbe velleitario pensare di risolvere la questione senza un accordo con Khartoum.

 

A proposito di posizioni radicali: El-Bashir ha detto di voler imporre la shari’a, cioè la legge islamica, in tutto il Sudan. Quali rischi ci sono per le minoranze religiose?

 

Questa è la minaccia che incombe. Qualcuno sostiene che El-Bashir abbia ottenuto un vero e proprio scambio tra l’indipendenza del Sud Sudan e la possibilità di imporre in tutto il resto del paese una nuova costituzione radicalmente islamica, al posto di quella in vigore, che lascia almeno in parte autonomia alle diverse entità etniche e religiose. Oggi a Khartoum c’è un conflitto tra chi vuole la shari’a e chi no. Tra i primi, almeno stando alle dichiarazioni, c’è lo stesso El-Bashir, ma probabilmente anche in questo caso il presidente sudanese sta seguendo il suo solito schema di minacciare per poi arrivare ad accomodamenti da posizioni di forza. Si tratta, comunque, di una questione grave: in molte regioni sudanesi, accanto alla maggioranza musulmana – peraltro non tutta favorevole alla shari’a come legge dello stato – vivono minoranze cristiane che rischiano di ritrovarsi schiacciate dal regime.

 

Tornando in Sud Sudan, c’è l’impressione che le nuove autorità di Juba non si discostino da pratiche diffuse in molte parti dell’Africa e che sembrano configurare una sorta di neocolonialismo, per esempio il cosiddetto land grabbing, l’accaparramento di terre coltivabili da parte di stranieri.

 

Di forme di neocolonialismo in Africa, dopo le indipendenze, ce ne sono state tante. Lei ne sottolinea una meno nota di altre. Tutti si concentrano sul petrolio e pochi esaminano a fondo cosa accade sulla questione delle risorse nell’epoca della globalizzazione. Si è creata una capacità di distribuire potere ai propri clientes attraverso il finanziamento internazionale, in Sudan soprattutto della finanza islamica. In Sud Sudan ora sta accadendo lo stesso: vasti terreni sono dati in uso a imprese straniere, prevalentemente statunitensi, ma non solo, con la copertura di società locali assai poco trasparenti. È una politica cinica che, sotto il velo di un presunto sviluppo, priva le popolazioni contadine delle loro risorse, trasformandole in proletari senza diritti. Tra l’altro, è uno dei motivi dell’aumento dell’emigrazione. In questo la comunità internazionale ha molte responsabilità.

Pierluigi Natalia