Il futuro delle donne e degli uomini del Sahel dipende da troppi elementi esterni su cui essi, di fatto, non hanno controllo: le decisioni dei leader, l’influenza delle potenze straniere, il cambiamento climatico, l’insicurezza alimentare, conflitti che li coinvolgono come soggetti passivi soggiogati da violenze, comprese quelle jihadiste.

Quella del Sahel è un’area molto estesa, una striscia che taglia il continente tra il deserto del Sahara e la savana e che dal Senegal arriva all’Eritrea. Zona essenziale per i trasporti, gli scambi, le relazioni commerciali e culturali. È sempre stata un luogo strategico ma da qualche anno l’area centrale del Sahel è diventata un groviglio di crisi da cui sembra sempre più difficile uscire.

Parlano chiaro gli ultimi dati dell’Ocha, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa del coordinamento degli affari umanitari: 13.4 milioni di persone solo in Burkina Faso, Mali, Niger occidentale, hanno bisogno di assistenza umanitaria. In meno di due anni è aumentato di venti volte il numero degli sfollati interni, da 70mila a 1.4 milioni.

Il costante aumento la crisi alimentare

Inoltre, rispetto allo scorso anno, il numero di persone in stato di grave insicurezza alimentare è quasi quintuplicato in Burkina Faso, quasi raddoppiato in Mali e aumentato del 77% in Niger, portando il numero totale di persone che nella regione affrontano la fame a 6,6 milioni. Cifre che sono destinate ad aumentare a causa degli effetti socioeconomici del Covid-19.

La situazione più grave rimane quella del Burkina Faso. Secondo i nuovi dati dell’Unicef oltre 535.500 bambini al di sotto dei 5 anni soffrono di malnutrizione acuta. Va ricordato che del milione di sfollati interni del Burkina, il 60% sono bambini. Inoltre, almeno 4.660 persone, solo nei primi sei mesi del 2020, sono rimaste vittime dell’ondata di violenza estremista che non accenna a placarsi.

E stiamo parlando solo dell’area centrale del Sahel. Le violenze di Boko Haram in Nigeria e Camerun, l’instabilità di paesi come Sudan e Sud Sudan contribuiscono ad aumentare i numeri della crisi. A cui si aggiungono le violente inondazioni delle ultime settimane, almeno 750mila le persone che ne hanno subito gli effetti.

L’Onu stima che adesso circa l’80% dei terreni agricoli del Sahel sia inutilizzabile, in queste condizioni la produzione alimentare è sempre più minacciata. Solo in Nigeria sono stati danneggiati 500mila ettari di campi coltivati, ma la situazione più grave si è verificata in Sudan, dove dal mese di luglio si sono verificate piogge torrenziali che hanno portato alla rottura degli argini del Nilo.

Quasi 100 morti, una cinquantina di feriti, 100mila case distrutte, mezzo milione di sudanesi sommersi dall’acqua, ed è ancora il bilancio provvisorio. Una situazione che ha spinto il governo di transizione a dichiarare lo stato di emergenza per i prossimi tre mesi. Difficile la situazione anche in Sud Sudan dove le piogge insistenti hanno già provocato da luglio danni immensi: 600mila sfollati, un centinaio di morti e l’aumento della fame.

Il ritardo della Grande muraglia verde

Se continua così arriverà troppo tardi il Great green wall (Ggw) e i benefici attesi da questa Grande muraglia verde, iniziativa avviata nel 2007 (cui Nigrizia ha dedicato il dossier di febbraio, ndr) con l’obiettivo di costruire un mosaico di alberi, vegetazione e piante: 8mila km di lunghezza e 15 km di larghezza, lungo la punta meridionale del deserto sahariano.

Una volta completato, il Ggw sarà la più grande struttura vivente del pianeta, tre volte la dimensione della grande barriera corallina. Proprio pochi giorni fa è stato lanciato lo step successivo con risultati da raggiungere entro il 2030. Tra questi il ripristino di 100 milioni di ettari di terra coltivabile, l’assimilazione di 250 milioni di tonnellate di carbonio e 10 milioni di posti di lavoro.

All’emergenza climatica – fatta di mescolanza di alluvioni e desertificazione – si aggiunge quella militare e legata alla sicurezza. Il recente colpo di stato in Mali che ha avuto come principale obiettivo liberarsi del presidente, Ibrahim Boubacar Keïta, ha di fatto aggiunto un altro punto interrogativo ai tanti che circondano il futuro di questo paese, la cui instabilità si riversa – come in tutti gli altri casi – nell’intera regione.

Si attendono gli sviluppo futuri anche per capire se si uscirà da quella che alcuni osservatori internazionali hanno definito la “forever war” (guerra per sempre) della Francia nel Sahel. Il Mali è un paese strategico non solo per l’ex potenza coloniale.

Anche i leader dei diversi paesi della regione saheliana (e quelli confinanti) temono che il colpo di Stato possa costituire un pericoloso precedente in Africa occidentale e minare la lotta in Mali e nei paesi vicini alla regione del Sahel contro i militanti islamisti legati ad al-Qaeda e allo Stato islamico.

La presenza militare straniera

Ma un ruolo forte nel quadro delle tante incertezze che caratterizzano quest’area del continente lo giocano le potenze straniere. In primis Francia, Usa, Cina e Russia. Proprio l’ascesa di questi due paesi, Cina e Russia, è la maggiore fonte di preoccupazione per gli Stati Uniti che in Africa contano tra 6mila e 7mila soldati, per la maggior parte di stanza nella regione saheliana.

In realtà da tempo il governo statunitense programma un ritiro da quella zona, limitando quindi il sostegno alla Francia e alle sue missioni nell’area e concentrando l’attenzione sulle potenze rivali.

Con il primo meeting tra Russia e Africa, dello scorso anno a Sochi – Putin ha ospitato 40 capi di stato africani – si è aperta una nuova pagina delle relazioni tra i paesi africani e l’ex Unione Sovietica, dopo quella del periodo della guerra fredda. Anche oggi i rapporti si giocano soprattutto sulla dimensione militare. Solo che l’obiettivo non è più l’appoggio a leader e governi socialisti.

Secondo i dati del Sipri nel periodo 2015-2019, l’Africa ha importato il 49% del suo equipaggiamento militare dalla Russia, quasi il doppio del volume di quello acquistato dagli altri maggiori fornitori, Stati Uniti (14%) e Cina (13%). Almeno 13 potenze straniere hanno loro avamposti in Africa, compresa l’Italia, in Niger, Libia, Gibuti.

Le principali sono la Turchia, con l’importante base militare in Somalia, la Cina a Gibuti e poi, appunto, la Russia (che ha aperto anche una base nella Repubblica Centrafricana) e le forze statunitensi e francesi. Tra le principali motivazioni c’è quella della lotta al terrorismo, al-Shabaab in paesi dell’Africa orientale e Boko Haram e al-Qaeda in Africa occidentale e nel Sahel.

In realtà, anni di missioni militari, come quelle in Mali, non hanno fatto che incancrenire la situazione mentre i gruppi jihadisti hanno continuato a seminare terrore e ad incrementare le proprie fila. A pagare resta la gente del Sahel. Quelli che sono già morti e quelli che non sanno più dove andare nè cosa aspettarsi.