Sei anni aspettando giustizia - Nigrizia
Conflitti e Terrorismo Rep. Centrafricana
Centrafrica / VI Giornata di commemorazione delle vittime del conflitto
Sei anni aspettando giustizia
Dal 2015 nella Repubblica Centrafricana l'11 maggio è dedicato alle vittime della crisi politico-militare. Che sono migliaia e continuano a vivere in condizioni estremamente precarie. E che aspettano disperatamente che sia fatta giustizia
22 Maggio 2021
Articolo di Steve Rolf Domia (da Bangui)
Tempo di lettura 4 minuti
Donne vittime di violenza
Donne vittime di violenza in Repubblica Centrafricana

Nella Repubblica Centrafricana gli scontri tra i gruppi armati si sono moltiplicati a partire dal 2013, in un conflitto incessante per accaparrarsi e controllare i ricchi giacimenti minerari. Il 2013 è stato l’anno più tragico. Il generale golpista François Bozizé, al potere dal 2003, è stato rovesciato dalla milizia Seleka (“Alleanza”), coalizione di gruppi ribelli che muovendosi dal nordest del Paese, in poche settimane ha raggiunto la capitale Bangui.

Da allora, la popolazione civile è stata vittima di violenze di massa e aggressioni che hanno causato la morte di centinaia di persone e altrettanti feriti. Più di un milione di centrafricani sono stati costretti a lasciare le loro case e le loro terre per sfuggire ai combattimenti e alle violenze, e trovare rifugio nei Paesi vicini – Camerun, Repubblica democratica del Congo, Ciad – o in località più sicure all’interno del Paese, tra cui campi di fortuna, campi per sfollati o quartieri ed edifici protetti da contingenti internazionali.

Un accordo politico per la riconciliazione e la pace (Appr) è stato firmato a Bangui tra governo e quattordici gruppi armati il 6 febbraio 2019, in seguito alle trattative svolte a Khartoum, in Sudan. Questo accordo si è tradotto in una calma molto relativa, poiché in realtà molti fatti di sangue hanno continuato a registrarsi in ogni parte del Paese, con ancora centinaia di persone massacrate, persino nei luoghi di culto.

Una recrudescenza delle violenze è stata poi registrata con l’approssimarsi delle elezioni presidenziali e legislative dello scorso 27 dicembre, quando le milizie della Coalizione dei patrioti per il cambiamento (Cpc) hanno tentato un colpo di Stato, provocando un nuovo spostamento di decine di migliaia di persone in fuga verso i Paesi confinanti.
Oggi, più della metà della popolazione centrafricana, circa 2,8 milioni di persone, continua a dipendere da aiuti umanitari per sopravvivere.

Le conseguenze sulla popolazione sono state disastrose. La gente è stata costretta a fuggire dopo aver visto le loro case saccheggiate e membri delle loro famiglie e comunità massacrati. Costrette a dormire all’aperto, queste persone in fuga sono maggiormente esposte ad ogni genere di malattia, senza possibilità di trovare cibo, cure, alloggio, protezione.

Il deterioramento del contesto securitario complica ancora di più l’accesso, già estremamente limitato, alle cure mediche di base, in un Paese in preda ad una situazione sanitaria d’emergenza cronica. Le violenze non hanno risparmiato nessuno: bambini, vecchi, donne e uomini sono stati regolarmente attaccati.

Seduta all’entrata della sua casa di mattoni diroccata, con il nipotino in braccio, incontro Julienne. Un’altra bambina, Charline, a torso e piedi nudi, con lo sguardo fisso nel vuoto, è accovacciata al suo fianco. Ѐ malata da tre settimane, ha perso molto peso e non riesce a recuperarlo.

Vittima delle violenze del 2014, Julienne racconta la sua vita: «Non posso smettere di pensare a quello che mi è successo. Avevo 78 anni. Sei uomini armati di fucili e machete hanno fatto irruzione nella mia casa a Bangui. Due di loro hanno puntato le loro armi contro mio marito, mentre gli altri mi hanno fatto stendere per terra. Poi questi quattro uomini mi hanno violentata per ore, uno dopo l’altro – continua piangendo – mio marito era nella stanza, ma non ha potuto fare nulla». Julienne non disponeva di abbastanza soldi per fare un test di screening per l’Aids e per ricevere cure.

Incontrando altre di loro a Bangui, nell’ottavo arrondissement, ci si rende conto che la vita quotidiana di questa gente non è cambiata, ed è fatta di traumi psicologici, incubi notturni e disperazione. Migliaia di donne e ragazze sono state vittime di stupri e abusi sessuali, senza la possibilità di usufruire di cure mediche. Solo un quinto di loro ha ricevuto assistenza psicologica e psichiatrica, dopo aver mostrato sintomi indicativi di depressione post traumatica, anche con tentativi di suicidio.

Interpellato dopo la sua investitura del 30 marzo scorso, il presidente Faustin-Archange Touadéra ha fatto molte promesse alle vittime centrafricane. «Non dobbiamo dimenticarle», ha dichiarato. «Oggi, dobbiamo ricordarci di loro, delle loro famiglie e di tutto quello che hanno vissuto durante gli accadimenti tragici della guerra. Attraverso questo gesto, il governo, e noi stessi, intendiamo dimostrare il nostro impegno nella giustizia e nella riparazione». Solo parole, per ora.

Alle quali le vittime rispondono chiedendo fatti concreti, in primis il lancio dei lavori della Commissione giustizia, verità, riparazione e riconciliazione (Cvjrr). «Chiediamo giustizia, riparazione e riconciliazione. Non abbiamo mai chiesto a questi uomini armati di venire a uccidere i nostri genitori e distruggere le nostre case. Alcuni dei nostri figli sono stati violentati e uccisi per ragioni politiche. Chiediamo giustizia e riparazione. Ecco tutto», ha detto Sonia, una delle tante vittime di questo conflitto infinito.

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