Il tour africano del presidente Usa
Il paese è in festa ma, fatta eccezione per gli abitanti di Goree, i senegalesi hanno potuto vedere Obama solo in televisione. Prossima tappa: Sudafrica.

T-shirt a stelle e strisce, occhi da sognatore, un fremito eccitato nella voce: «sono qui per accogliere Obama, da africano che sono per me è un grande onore!», esclama Blaise Cabo dietro le inferriate delle aiuole dell’aeroporto di Dakar Leopold Sedar Senghor. È la sera del 26 giugno, data in cui il presidente degli Stati Uniti Barack Obama inizia la sua seconda visita in Africa, dopo quella del 2009 in Ghana durante il suo primo mandato. La differenza è che stavolta l’inquilino della Casa Bianca visiterà tre Paesi, di cui il primo, in esclusiva, un Paese francofono: dopo il Senegal infatti, Obama si recherà in Sudafrica e in Tanzania.

Manca un’ora alle 20.30, orario previsto per l’atterraggio di Obama, e all’aeroporto un centinaio di sostenitori arrivano alla spicciolata. Un uomo sulla cinquantina scende fiero dalla sua moto stile americano, bandierina Usa sullo specchietto retrovisore, figlioletto al fianco con una grande bandiera rossa e blu. Ma il primo ad arrivare è Ibrahima Camara, che si presenta serio in giacca e cravatta davanti all’unico cameraman che ha deciso di restare fuori dall’aeroporto: «sono il presidente del Movimento degli Studenti del Senegal per le Elezioni del presidente Obama. Il suo arrivo è motivo di orgoglio per i giovani senegalesi e per il nostro Paese».

Ben presto tuttavia l’euforia dei sostenitori lascerà il posto alla delusione quando le forze dell’ordine li sgombereranno e li costringeranno a guardare da lontano la sfilata dei 52 veicoli della delegazione presidenziale americana allontanarsi dall’aeroporto verso uno dei più lussuosi alberghi della capitale senegalese. Ibrahima e gli altri vedranno la notte stessa le immagini ritrasmesse dalla televisione di Stato senegalese (Rts) dell’arrivo della loro star: la discesa dalla passerella in compagnia della moglie Michelle e delle due figlie, il saluto del presidente senegalese Macky Sall, le strette di mano ai ministri, la pacca sulle spalle e la breve conversazione con il celebre cantante e ministro del turismo Youssou N’Dour che non passeranno inosservati a stampa e opinione pubblica senegalese. «Ho lasciatuto il mio lavoro per venire ad accogliere Obama, ci avevano detto di mobilitarci in massa, e ora ci sgomberano!», si lamenta Moustapha Sarr. «Lo impone il protocollo di sicurezza americano», gli rispondono gli agenti senegalesi.

L’aeroporto è infatti sorvegliato da polizia, gendarmi e militari senegalesi, che dal mattino hanno dispiegato dei tiratori scelti sul tetto. A dar loro manforte sono i servizi segreti americani. Le strade intorno alla struttura e le arterie principali del centro città sono per alcune ore chiuse al traffico, deserte. Le disposizioni in vigore in toto e in parte per tutte le 48 ore della durata della visita di Obama. Provvedimenti che se disturbano la quotidianità o il lavoro di alcuni abitanti locali, sono giustificati da altri: «I nostri telefoni sono controllati, ogni chiamata che facciamo è ascoltata, lo sappiamo bene! Il container di merci che ha inviato qui mio cugino emigrato in Italia è bloccato da due giorni al porto. Ma è normale, lo si fa anche per la nostra stessa sicurezza, Obama in qualità di presidente americano è un alto bersaglio!», commenta Penda Gaye, mentre cerca con difficoltà un mezzo che la porti dall’altro lato della città.

Tra i senegalesi sono tuttavia tanti anche quelli che hanno ancora vivida nella memoria l’umiliante vicenda della visita nel 2004 del presidente americano George Bush. Fu in tale occasione che gli abitanti di Goree, l’isola in cui si trova il museo della Casa degli Schiavi, furono cacciati dai gendarmi e dai loro cani dalle proprie stesse case e fatti restare in un terreno che di solito funge da campo da calcio per tutta la giornata. Quest’anno gli abitanti di Goree, che avevano già a loro tempo denunciato scandalizzati di aver subito quello che definirono una seconda schiavitù di una colonizzazione perenne, hanno protestato a priori affinchè una tale vergogna non si ripetesse. E hanno avuto la meglio. Al termine della visita di Obama all’indomani del suo arrivo in uno dei luoghi piu significativi e simbolici della tratta negriera adoperato dagli europei durante il XIX secolo, è stato il presidente americano stesso a violare il protocollo di sicurezza, avvicinarsi alla folla con la moglie e stringere le mani dei goreani euforici: gli unici, tra l’altro, ad aver avuto il piacere di aver visto Obama in carne e ossa.

Non hanno goduto infatti dello stesso privilegio la folla di uomini e donne che hanno inondato una delle principali vie della capitale per sostenere Obama e Macky Sall durante il loro passaggio verso il palazzo presidenziale: chi spontaneamente, chi in risposta all’appello del presidente senegalese e del suo partito (Apr, Alleanza per la Repubblica). Folclore, tam-tam, danze etniche e costumi tradizionali hanno accompagnato la limousine presidenziale americana fino alla sede del governo senegalese. «Abbiamo passato la notte qui perchè veniamo da lontano e ci tenevo a vedere Obama…speravo che almeno si mostrasse dalla sua auto!»,esclama deluso Diahkatè Diuof.

«La vostra visita riempie di orgoglio il popolo senegalese e il suo governo», dichiara Macky Sall all’inizio della conferenza stampa congiunta tra i due presidenti che si è tenuta al Palazzo Presidenziale. Il Capo di Stato senegalese, in qualità di presidente in esercizio del Comitato di Orientamento del Nuovo Partenariato per lo Sviluppo dell’Africa (Nepad), fa sapere alla stampa di aver scambiato alcune idee con il suo omologo americano riguardo agli «interessi comuni sul piano africano e internazionale» informandolo dei progetti sulle infrastrutture per il continente, di aver chiesto un contributo per lo sviluppo della regione meridionale senegalese della Casamance nell’ottica della risoluzione del conflitto che lo affligge, e di ridare rigore ai piani di investimento privati, al commercio e ai partenariati economici già esistenti.

Sall non si è risparmiato dal sottolineare il motivo della scelta di Obama di iniziare dal Senegal per la sua prima vera tournee africana, nell’ottica della decantata stabilità politica e tradizione democratica del Senegal: «gli Stati Uniti e il Senegal hanno una visione condivisa dei valori essenziali: la libertà, la democrazia, la coesistenza pacifica tra culture e religioni e la buona governance». Da parte sua, il presidente americano conferma: «Il Senegal è il solo Paese in Africa Occidentale che non ha registrato colpi di Stato e ha effettuato alternanze di potere pacifiche».

A fare più rumore sono state le dichiarazioni dei due presidenti sull’argomento spinoso della depenalizzazione dell’omosessualità, inevitabile da affrontare dopo la domanda di una giornalista nella sala. Se il Presidente americano ha potuto senza ambiguità esprimere il suo punto di vista individuale e la linea del governo americano a favore dell’uguaglianza di qualsiasi cittadino davanti alla legge nell’ottica della lotta della difesa dei diritti dell uomo di cui Obama si fa paladino in tutto il mondo, Macky Sall ha affrontato la patata bollente riconfermando la sua posizione in merito: «Il Senegal è un Paese tollerante, che non fa discriminazioni in termini di trattamento dei diritti inalienabili della persona (…), ma non è ancora pronto a depenalizzare l’omosessualità».

Il presidente Obama si sta recando in queste ore in Sudafrica, dove le gravi condizioni di salute di Nelson Mandela gli impediranno di incontrare uno dei suoi più grandi eroi. Non gli resta, forse, che la consapevolezza di essere lui stesso il mito di molti giovani africani con cui condivide le origini, ma purtroppo non il destino. «Obama è il primo presidente nero degli Stati Uniti, è il mio presidente!», esclama Modou Dieye mentre stacca un manifesto vicino all’aeroporto di Dakar raffigurante il volto del suo beniamino. Che, intanto, ha già lasciato questa terra.