Giufà – ottobre 2014
Gad Lerner

La propaganda dello Stato Islamico, macabra nell’esaltazione della morte e raffinata nel volgere a proprio vantaggio tutti gli stereotipi occidentali sull’Islam, richiede una doppia chiave di lettura.
Certamente essa mira a intimidire le nazioni coalizzate per fermare l’espansione dell’area d’influenza del califfato, tra Siria e Iraq. Il sacrificio umano degli ostaggi, le esecuzioni di massa dei prigionieri, perfino le crocifissioni di chi è accusato d’apostasia fanno il paio con immagini di marchio hollywoodhiano su una guerra che l’America e i suoi alleati sarebbero destinati a perdere.
Ma resto convinto che sia la seconda lettura della propaganda jihadista, quella che per loro conta di più: riscuotere ammirazione, consenso e sottomissione tra le schiere dei fedeli musulmani. Imporre loro l’autoproclamata eredità di un Califfo inventato senza alcun diritto a Mosul, Abu Bakr al-Baghdadi, come espressione di un Islam autentico che subentra a chiunque lo precedesse. Il nuovo califfato usa la forza, la violenza, la crudeltà come risposta alla corruzione degli stati semi-feudali del Golfo che custodiscono i luoghi santi del Corano; ma contesta pure la moderazione dei Fratelli Musulmani e di tutte le altre forme di tradizionalismo islamico che pure hanno assunto sul piano culturale la terminologia jihadista, senza però spingersi all’azione violenta conseguente.
Per questo lo Stato Islamico suscita, purtroppo, un consenso rilevante, benché minoritario, nelle seconde generazioni dei musulmani immigrati o nati in Europa. La percentuale dei francesi, inglesi, americani, italiani partiti volontari per combattere in Siria si aggira sul 10% del totale dei miliziani. Una cifra di tutto rispetto, anche se la forza militare dello SI e la sua capacità di creare consenso sociale nei territori che occupa restano limitati. Soprattutto una cifra che indica la difficoltà sofferta dai portavoce più rappresentativi dell’Islam europeo e italiano nel lanciare una sfida pubblica efficace contro i reclutatori dello Stato Islamico.
Tale sfida è resa ostica dal linguaggio comune, dal riconoscersi entro categorie retoriche ambigue su questioni cruciali come il martirio, la violenza, il pluralismo religioso. Reticenza e omertà vengono poi alimentate da chi demonizza tutto l’Islam nel suo insieme, senza distinzioni, dando luogo a campagne islamofobe e a un allarmismo che sfocia nel ridicolo quando, addirittura, si insinua che i guerriglieri del Califfo raggiungerebbero le nostre coste sui barconi attraverso il Canale di Sicilia. Così chi scappa dai tagliagole viene confuso con lo stesso tagliagole.
Essenziale, determinante, imprescindibile è che in tale drammatica situazione si levi forte e chiara in pubblico la voce plurale di un Islam che rifiuta di farsi sottomettere dalla nuova falsa ortodossia.

 

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I sostenitori del califfato puntano al consenso tra le schiere dei fedeli musulmani. E lo riscuotono, anche se in parte, nelle seconde generazioni degli immigrati. Per questo serve che si alzi forte il richiamo di chi non vuole farsi sottomettere alla nuova ortodossia.