“Serve un cambiamento nella società kenyana” - Nigrizia
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Kenya / Intervista al regista e produttore Sam Soko
“Serve un cambiamento nella società kenyana”
Con il documentario “Softie” Soko racconta, attraverso la vita dell’attivista politico Boniface Mwangi, un paese vittima di rivalità etniche figlie del colonialismo britannico. Un paese dominato da un’elite politica autoreferenziale e senza scrupoli che alimenta tribalismo e divisione
14 Aprile 2021
Articolo di Anna Jannello
Tempo di lettura 6 minuti
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Una dscena tratta dal documentario "Softie" del regista kenyano Sam Soko

C’è la storia recente del Kenya con i sanguinosi scontri post elettorali del 2007 e le violenze alle successive elezioni del 2013 e 2017, ma soprattutto c’è la vita pubblica e privata del fotoreporter e attivista politico Boniface Mwangi, 37 anni, nel documentario Softie, vincitore del concorso Finestre sul mondo (ex aequo con il cileno Lina from Lima) al 30° Festival del cinema africano, d’Asia e America Latina conclusosi da poco.

Il regista e produttore Sam Soko, cofondatore di LBx Africa, società di produzione kenyana, ha condiviso per oltre sei anni il percorso politico del protagonista. «Ho conosciuto Boniface nel 2012 e ho iniziato a filmarlo l’anno dopo: intendevo girare delle brevi clip da caricare su YouTube che illustrassero la forza e l’originalità delle sue proteste (esemplare quella in cui un branco di maiali è portato davanti al parlamento come simbolo dell’ingordigia dei parlamentari che volevano aumentarsi il già alto stipendio) e servissero d’esempio ad altri attivisti per organizzare eventi contro il potere».

Il regista e produttore Sam Soko

La scena dei maiali con la scritta in vernice MP (membri del parlamento) è poi finita in Softie. Quando ha deciso che sarebbe stato un lungometraggio?

Verso la fine del 2015, quando ho cominciato a filmare Boniface nel suo ambiente familiare. La moglie Njeri all’inizio non voleva che riprendessimo lei e i tre bambini, gli unici momenti girati a casa loro riguardavano l’organizzazione delle proteste. Con il 2016 è stato importante integrare la vita politica di Mwangi con quella privata: per esempio far vedere le reazioni dei figli quando fu ferito durante una manifestazione ed è tornato a casa sanguinante.

Ho spiegato a Njeri l’importanza di condividere la sua storia e quello che sentiva perché non si parla mai del ruolo delle famiglie nel sostenere attivisti e politici. Non sono eroi solitari, chi vive con loro è coinvolto nelle loro scelte. Fu d’accordo, e questo coincise con la decisione del marito di candidarsi per le elezioni dell’agosto 2017 nella circoscrizione di Starehe, nel centro di Nairobi, cuore amministrativo e finanziario della città.

La moglie viene a sapere della candidatura di Mwangi davanti alla telecamera?

Esattamente: lui sorride imbarazzato, lei è furiosa “È questo il modo di dirmelo?” lo apostrofa. Era riuscito a dissuaderlo dal presentarsi alle precedenti elezioni del 2013, ma questa volta Boniface decide da solo. Per le minacce di morte ricevute, Njeri e i tre bambini si trasferiscono per otto mesi negli Usa, in New Jersey.

Poco prima delle votazioni però le chiede di tornare a Nairobi, una scena molto toccante

Lui non la chiamava molto spesso, quel giorno – una domenica d’intensa campagna elettorale trascorsa insieme – ero a casa sua la sera, quando l’ha chiamata. Mi ha chiesto di non fare rumore perché lei non si accorgesse della mia presenza… è stata una lunga conversazione, quasi un’ora. La batteria della telecamera si stava esaurendo, aspettavo che si dicessero buonanotte, ma continuavano a parlare. Boniface le ha chiesto di rientrare in Kenya, lei ha detto “a questa condizione, voglio un altro bambino”.  Prima che la batteria si spegnesse, lui ha detto ok.

Boniface ha perso le elezioni contro l’altro candidato, il cantante pop Jaguar. Si ripresenterà nel 2022?

La sua posizione è “up and down”: se glielo chiedi, un giorno risponde sì, il giorno dopo no. Alla fine penso che si candiderà perché è quello che ogni uomo politico desidera fare, ma non sarei neanche troppo sorpreso se rinunciasse. Lo scopriremo all’ultimo minuto. Ha fondato il suo partito, Ukweli (la verità, in kiswahili) e si è battuto con meno mezzi dei suoi concorrenti – Jaguar girava in Range Rover, lui in moto -, soprattutto non si è piegato alla diffusissima pratica dell’acquisto dei voti.

In Softie è impressionante vedere la continua richiesta di soldi, tee-shirt, qualunque cosa in cambio del voto

In Kenya non vinci se non distribuisci denaro. Spero sia uno shock per i mie connazionali vedersi ripresi nel film mentre insistono a gran voce per avere banconote dai candidati. Magari qualcuno inizierà a interrogarsi e deciderà di smettere.

Nel documentario ci sono anche immagini di archivio in bianco e nero

Ho utilizzato gli archivi digitali della BBC come pure di Associated Press o Reuters. Siamo stati colonizzati dagli inglesi e per usare le immagini della storia di cui siamo stati protagonisti ho dovuto pagare. È importante mostrare ai giovani kenyani i punti che ci collegano con il passato, per esempio l’uso strumentale delle tribù fatto dai britannici. Certo, esistevano da prima, ma i colonizzatori hanno deciso che ruolo, che compito avesse ognuna di loro.

Hanno dato etichette in modo che ogni gruppo giudicasse l’altro, usando le tribù per dividere la popolazione. Il presidente Uhuru Kenyatta appartiene alla più numerosa, i kikuyu, come tre su quattro dei presidenti che si sono succeduti dal 1964, data dell’indipendenza. Ancora adesso l’appartenenza a una determinata tribù è usata come metodo di giudizio sulle persone, così niente cambia.  E le tribù avranno una grossa influenza anche nelle prossime elezioni.

Nel film si parla della società di consulenza Cambridge Analytica: che ruolo ha avuto nelle passate elezioni?

L’opinione pubblica era all’oscuro, non ne sapeva niente: lo abbiamo appreso da un video pubblicitario in cui la società inglese, per promuovere il suo lavoro presso nuovi clienti, si vantava di aver fatto vincere due elezioni in Kenya. Hanno usato una tattica divisiva e di avvelenamento del clima elettorale per sostenere Kenyatta, che li ha usati e pagati. Questo mentre molte persone delle opposizioni sono state arrestate, decine di attivisti hanno perso la vita e i loro partner, figli, famiglie hanno compiuto enormi sacrifici.

Alcune scene sono state girate all’interno di PAWA254, il centro culturale che Mwangi ha aperto con la moglie nel 2011. È ancora attivo?

Adesso è Njeri che lo conduce: è un hub per artisti, musicisti, fotografi, giornalisti… chiunque si batta per un cambiamento nella società. Un posto dove si coniugano arte e attivismo… trovarsi in una grande comunità per fare la differenza.

Softie ha vinto numerosi premi, fra cui quello per il miglior montaggio al Sundance film festival nel gennaio 2020. Come è stato accolto in Kenya?

Il film è stato classificato “solo per adulti”; dopo la prima a Nairobi il 16 ottobre scorso, è stato proiettato in alcuni teatri. Stiamo cercando di distribuirlo a un pubblico più vasto, anche su una tv locale. Portarlo a termine è stata una impresa impegnativa: adesso sono felice di averlo fatto e spero che faccia riflettere, non solo sulla storia del mio paese, ma abbia un significato universale.

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