Sud Sudan
Governo e opposizione armata si accusano a vicenda di aver violato il cessate il fuoco. Un rapporto dell’International Crisis Group giudica insufficiente la mediazione dell’Igad e chiede un embargo sull’importazione delle armi.

Intensi combattimenti si sono scatenati ieri attorno alla città di Bentiu, capitale dello stato petrolifero di Unità, abitato in gran parte da nuer, l’etnia dell’ex vice presidente Riack Machar, originario della zona, ora capo dell’Splm-Io, l’opposizione armata al governo di Juba.

Alla fine della giornata l’Splm-Io ha dichiarato di avere il controllo della città e dintorni, cosa negata dall’esercito governativo (nella foto, soldato regolare). L’offensiva sarebbe partita dalla contea di Guit, feudo di Taban Deng Gai, capo mediatore nei negoziati di Addis Abeba, roccaforte dell’opposizione fin dall’inizio del conflitto.

L’Igad, l’organizzazione regionale che sta conducendo le trattative per trovare una soluzione politica alla guerra civile che ormai da dieci mesi insanguina il Sud Sudan, ha fortemente condannato l’offensiva, dichiarando che Splm-Io dimostra di non tener fede agli accordi finora raggiunti, che, per ben due volte, in gennaio e in maggio, impegnano i due contendenti ad un cessate il fuoco.

Il portavoce di Riack Machar ha ribattuto che l’ordine di attacco non è partito da Splm-Io, che anzi ha ribadito la necessità del cessate il fuoco anche ai comandanti sul campo, come Peter Gadet, anche lui originario dell’area e che aveva guidato una ribellione contro il governo di Juba già nel 2011 e 2012. Il portavoce ha però precisato che chi è attaccato ha il diritto/dovere di difendersi, suggerendo che l’attacco sia partito dall’esercito governativo e che ora sia in atto una controffensiva. Uno scaricabarile già visto in molte altre occasioni. In ogni caso, la voce delle armi sta prevalendo ancora una volta su quella della trattativa.

Molti osservatori avevano anticipato che, con la fine della stagione delle piogge, il rischio della ripresa dei combattimenti su larga scala era molto alto.

Proprio ieri l’International Crisis Group (Icg), l’autorevole centro di ricerca per lo studio e la prevenzione dei conflitti, ha diffuso un’allerta (Looming Military Offensives in South Sudan) in cui elenca gli elementi di criticità dell’attuale situazione sul campo. Il primo è certamente la proliferazione dei gruppi combattenti. L’Icg ne conta almeno una dozzina e osserva che molti, come la White Army Nuer che combatte al fianco di Machar (ma non solo), hanno legami molto elastici con i propri sponsor e dunque sono difficilmente controllabili. Senza dimenticare che generali molto potenti, di entrambe le parti, hanno dichiarato che non deporranno le armi, neanche nel caso si arrivi alla firma della pace.

Altro dato di fatto, dice il rapporto, è il rafforzamento militare dell’esercito governativo, con l’acquisto di decine di milioni di dollari di armamenti, un rinnovato patto con l’esercito ugandese e una campagna per il reclutamento, anche di bambini. Inoltre, la presenza di soldati ugandesi e l’appoggio dei gruppi armati ribelli sudanesi a fianco di dell’esercito sud sudanese potrebbe essere considerato una minaccia per il Sudan, che potrebbe essere trascinato nel conflitto, magari indirettamente. A questo proposito, voci di un appoggio di Khartoum a Machar circolano insistenti da parecchi mesi. Il rapporto raccomanda di istituire un embargo sull’importazione di armi, embargo per altro chiesto già mesi fa da molte organizzazioni della società civile, e uno stretto sistema di monitoraggio.

Per tutte queste considerazioni, l’Icg ritiene che la sola mediazione Igad ad Addis Abeba sia insufficiente a trovare un’adeguata e duratura soluzione alla crisi e raccomanda di coinvolgere tutti gli attori, e in particolare gli ormai numerosi gruppi armati, con iniziative anche in Sud Sudan e non solo all’estero. Raccomanda infine che sia data agibilità di partecipazione alle forze politiche di opposizione, facendo riferimento al fatto che spesso i rappresentanti del blocco di opposizione vengono trattenuti a Juba, cosa che impedisce loro di raggiungere il tavolo delle trattative.

Intanto si moltiplicano le iniziative volte a mettere in luce gli aspetti più drammatici del conflitto. Nei giorni scorsi molto si è parlato di violenza sessuale, a seguito della visita dell’inviata speciale dell’Onu sulle violenze durante i conflitti, Zaineb Bangura. La situazione dev’essere drammatica, se la Bangura ha ammonito a fare ogni sforzo per fermare la deriva, che potrebbe creare ferite indelebili anche negli anni futuri. È stata lanciata anche una campagna contro il reclutamento dei minori, a testimonianza dell’ampiezza del fenomeno sia nelle fila dell’esercito governativo che in quelle dell’opposizione.