Marcia di protesta contro il progetto Prosavana in Mozambico

Qualcosa si muove, sotto il conturbato cielo dell’Africa sud-orientale. Se, infatti, fino a pochi anni fa le occupazioni di terra per sfruttare il potenziale agricolo e forestale di paesi come Mozambico, Tanzania e Uganda era relativamente limitato, oggi, soprattutto dalla “crisi alimentare” del 2008-2009, gli investimenti si sono moltiplicati.

Per questo diverse organizzazioni della società civile mozambicana e tanzaniana (come Adecru, Justiça Ambiental, Amigos da Terra, World Rainforesdt Movement, Ajocmew, Missão Tabita) hanno deciso, proprio il 21 settembre, giornata internazionale dedicata alla lotta contro le piantagioni industriali di alberi, di ritrovarsi virtualmente per riflettere su quanto accaduto e su quali nuovi fronti e tattiche di lotta aprire per portare avanti una battaglia che, per le comunità coinvolte, è semplicemente vitale.

Almeno due risultati, sul fronte mozambicano, devono essere sottolineati, entrambi ottenuti nel 2020 e, in parte, insperati: la chiusura del programma ProSavana, un gigantesco progetto relativo al nord del paese (al Corridoio di Nacala, in particolare, con la partecipazione del governo mozambicano e di quello brasiliano e giapponese) che avrebbe dovuto trasformare 11 milioni di ettari in monocolture di soia, riso e altre commodities, da esportare quasi interamente verso i famelici mercati asiatici, Cina e Giappone in primo luogo.

Dopo anni di lotte, minacce, divisioni del fronte di resistenza, il governo mozambicano ha annunciato la fine di questo programma. Motivo: il Giappone, che era lo sponsor principale, ha deciso di ritirarsi a causa dei crescenti conflitti di terra con le comunità locali. Ancora nel 2020, la Green Resource, una delle maggiori imprese mondiali di tipo agro-forestale, con sede in Norvegia, ha restituito 54mila ettari alle comunità di Sanga, Chimbonila, Ngaúma e Mandimbe (provincia di Niassa), di nuovo per intensi conflitti con le popolazioni del luogo.

Successi enormi, per chi conosce le dinamiche che stanno dietro a questi investimenti internazionali, che culminano in uno schema ormai noto: governi locali, come quelli del Mozambico e della Tanzania, schierati a favore dell’investitore straniero, comunicazione ingannevole verso le comunità locali toccate dall’investimento, processo accelerato di usurpazione delle loro terre.

Le quali, grazie anche a una legislazione che in apparenza tutela le popolazioni – secondo il principio della terra pubblica -, in realtà dà modo allo Stato di passare estensioni assai rilevanti di territorio, foreste comprese, a questo o quell’investitore, essendone il proprietario (quanto legittimo è tutto da dimostrare).

Nel corso dell’incontro sopra ricordato, varie testimonianze hanno sottolineato come i fronti di lotta aperti siano ancora molti, e tutti complessi. In Tanzania, per esempio, dal 2012 il governo (con l’allora ministra dell’ambiente Tereza Huvisa) ha pianificato la realizzazione, nel Southern Agriculture Growth Corridor of Tanzania (Sagcot), del lancio di una Green Economy che è passata attraverso l’espulsione di 5mila fra pastori e piccoli agricoltori della Kilombero Valley, con un massiccio intervento di 400 poliziotti, soldati dell’esercito e autorità governative.

Il beneficiario di questa operazione è stata, in larga misura, la Green Resource che, anche in Uganda, quasi nello stesso periodo, ha distrutto (secondo quanto scritto dalla locale National Association of Professional Environmentalists) fra gli 8mila e i 10mila ettari della foresta vergine di Bukalega, espellendo 8mila persone da 13 villaggi.

Nonostante narrative molto “green”, basate sul recupero di aree “degradate” o “marginali”, i risultati ottenuti in Mozambico, di cui si è detto sopra, non sono frutto del caso: certo, ci sono voluti anni di lotte, contatti, promozione di reti internazionali, instaurazione di un clima di reciproca fiducia, ma è ormai chiaro che i movimenti di resistenza, almeno nell’Africa Sud-Orientale, una cosa l’hanno capita.

Combattere da soli contro i governi locali è una partita persa; la soluzione, allora, è stata sfruttare, al contrario, proprio quei processi globali che hanno portato in questi paesi imprese norvegesi, portoghesi (la Portucel/The Navigator Company, una delle maggiori società di coltivazione di eucalipto), indiane (come la Mozambique Holdings), stringendo alleanze con la società civile e perfino con parlamentari di quei paesi, denunciando lì le continue e terribili violazioni di diritti umani perpetrate in Africa.

Lo stop al ProSavana e la restituzione dei 54mila ettari da parte della Green Resource sono il frutto di incontri e contatti fatti in Giappone e Norvegia, due paesi dalla tradizione democratica, i cui governi, messi al corrente dei conflitti con le comunità rurali, hanno deciso di abbandonare i rispettivi progetti, con buona pace del governo mozambicano e volendo preservare la propria immagine di nazioni dal volto pulito.

È questa la grande novità, presso le latitudini africane sud-orientali, evidenziata in occasione della giornata internazionale della lotta contro le piantagioni industriali di alberi: i successi, per il momento significativi ma limitati, sono il risultato della globalizzazione della lotta e dell’instaurazione di reti transnazionali che, dall’incontro del 21 settembre, escono rafforzate, con agende ancora più ambiziose e coordinate.

Al di fuori di una simile prospettiva lo strapotere delle imprese straniere, associato alla complicità dei governi nazionali, non lascia scampo a processi violenti di espulsione delle comunità locali e di crescente deforestazione di parti significative di foresta vergine da parte di chi intende promuovere interessi economici enormi, che non possono tollerare alcun tipo di resistenza locale.

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