Il Primo Ministro somalo Mohamed Hussein Roble, consapevole del successo ottenuto attraverso i suoi negoziati con le opposizioni che lo hanno recentemente visto il vero protagonista della vita politica del suo paese, ha presieduto la cerimonia indetta per festeggiare la firma dell’accordo per l’indizione delle elezioni generali in Somalia presso il Centro Congressi Halane, nel compound dell’Aeroporto Aden Abdulle di Mogadiscio. Nell’occasione ha scandito “Oggi, 27 maggio 2021, è un momento storico che segna una pagina d’oro nella storia della costruzione e della governance dello Stato in Somalia”.

Alla firma dell’accordo, con Roble, sono confluiti i presidenti federali Ahmed Madobe del Jubaland, Said Abdullahi Deni del Puntland, Ali Hussein Gudlawe di Hirshabelle, Mohamed Laftagaren del Sud Ovest e Ahmed Karie del Galmudug assieme a Omar Filish, sindaco di Mogadiscio e governatore della Regione di Benadir, che comprende la capitale. Erano presenti anche i Presidenti dei due rami del Parlamento, esponenti della società civile, dell’ONU, dell’AMISOM (La missione di pace dell’Unione africana in Somalia), dell’UE, della Lega degli Stati arabi, dell’Organizzazione per la cooperazione islamica e, nonostante i dubbi della vigilia, anche lo stesso Presidente Mohamed Abdullahi Mohamed detto Farmajo.

Il Primo Ministro Roble aveva ben ragione di esprimersi con enfasi perché, per la prima volta, l’accordo dimostra alla comunità internazionale la raggiunta capacità dei somali di gestire da soli le loro crisi interne.

In concreto l’accordo attua quello del precedente 17 settembre 2020 varato come legge dal Parlamento somalo il successivo giorno 26, salvo poi accantonarlo con la famigerata delibera del 12 aprile scorso.

Le elezioni si svolgeranno dunque in forma indiretta, con gli Anziani dei vari subclan che nomineranno, tra i rispettivi appartenenti, i 101 delegati speciali che, a loro volta, sceglieranno, a maggioranz,a un deputato o un senatore. Questi ultimi, in seduta comune, eleggeranno il Presidente della Repubblica Federale il quale, successivamente, nominerà il Primo Ministro che dovrà comparire dinanzi al Parlamento per il voto di fiducia. L’accordo del 27 maggio prevede che la nomina dei delegati speciali da parte degli Anziani avvenga sotto la supervisione degli organi di gestione elettorale sia del governo federale che degli Stati federati nell’intento di moralizzare le nomine.

Le discussioni fra le parti proseguiranno adesso nell’ambito del Forum consultivo nazionale per arrivare ad indire finalmente le elezioni. In ciascuno Stato federale saranno allestite due sedi di voto per ricevere i delegati speciali dei vari subclan affidandone la sicurezza alle truppe di AMISOM ed alle forze di sicurezza locali.

L’accordo dedica particolare attenzione alla partecipazione delle donne alla vita politica. I Saggi dei clan sono prevalentemente maschi. La “quota rosa” del 30% in Parlamento è stata prevista sin dal 2012, ma non è mai stata completamente attuata. Applicarla sul serio significa che la Somalia deve far entrare in Parlamento almeno 115 donne, cosa che non ha fatto in passato. Nelle ultime elezioni del 2016, sono state selezionate 80 donne per il Parlamento, realizzando solo il 24% dei 329 seggi nelle Camere Alta e Bassa riunite.

Tra i problemi superati c’è stato anche quello del modello elettorale per la scelta dei rappresentanti dello Stato del Somaliland. Il presidente della Camera alta Abdi Hashi, un politico di spicco della regione separatista del nord, aveva litigato col primo ministro Roble su come selezionare i delegati speciali. È stata necessaria la visita di una delegazione di politici a casa sua per convincerlo a partecipare alla cerimonia della firma.

Resta da definire il problema della Regione di Gedo, posta al centro dell’area meridionale e confinante con l’Etiopia, dove le truppe dell’esercito nazionale si scontrano pressoché quotidianamente con le milizie del Jubaland. In base all’accordo, Roble presiederà un comitato per la sicurezza composto da nove membri in cui siederanno i rappresentanti degli Stati federali, dell’AMISOM e dei capi della sicurezza in Somalia.

L’accordo prevede inoltre che le elezioni dovranno tenersi entro sessanta giorni, ma agli osservatori appare un traguardo impossibile in quanto nessuno riuscirà ad essere pronto per agosto. L’epoca considerata più ragionevole si colloca tra ottobre e inizio novembre. Tuttavia, il problema non è la data esatta delle consultazioni generali quanto, piuttosto, che non si aprano conflitti tra le fazioni in campo e che tutti i problemi, che inevitabilmente sorgeranno, vengano gestiti con equilibrio, pacatezza e senza colpi di testa, come quello che lo scorso 12 aprile portò 152 deputati della Camera Bassa, in assenza degli altri allontanatisi dalla sede parlamentare per l’inizio del Ramadan e con l’opposizione della Camera Alta, a deliberare la proroga di due anni di tutte le cariche istituzionali, inclusa quella del Presidente Farmajo, il cui mandato era scaduto lo scorso 8 febbraio. Di fronte alla contrarietà dell’intera comunità internazionale, Farmajo è stato costretto a chiedere al Parlamento di annullare la proroga e permettere a Roble di avviare i colloqui di pacificazione.

L’accordo del 27 maggio, che ritorna sostanzialmente, dopo otto mesi persi, a quello del 17 settembre, ha fatto emergere la figura di equilibrio di Mohamed Hussein Roble ed ha indebolito quella dei litiganti, in particolare del Presidente Farmajo e dei governatori dell’opposizione Deni del Puntland e Madobe del Jubaland.

Tra i tre, tuttavia, chi ha perduto di più è il Presidente Farmajo che in poche settimane ha bruciato il suo capitale politico e ha perso terreno sul piano internazionale: é stato incapace di raggiungere un accordo tra le opposte fazioni per l’attuazione dell’accordo del 17 settembre, ha comemsso un errore strategico micidiale prorogando di due anni, lo scorso 12 aprile, le cariche istituzionali centrali con un colpo di mano; ha portato nuovamente le truppe a scontrarsi nel centro di Mogadiscio con decine di migliaia di civili in fuga dalle loro case per paura della nuova esplosione di una guerra civile. 

 

 

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