Al coro dei rimproveri immediatamente lanciati dagli Usa e dall’Ue all’iniziativa della Camera Bassa della Somalia, dove lo scorso 12 aprile un gruppo di appena 152 deputati su 275 e col voto negativo della Camera Alta ha prorogato di due anni tutte le istituzioni centrali peraltro già scadute da mesi, si è aggiunto adesso lo schiaffo del dipartimento per la politica, la pace e la sicurezza dell’Unione africana (Ua) che ha accolto le tesi dell’opposizione.

Con un secco comunicato del 22 aprile, l’Ua esprime profonda preoccupazione per l’estensione dei mandati istituzionali perché mina: “…l’unità e la stabilità del paese, i nascenti processi democratici e costituzionali, minaccia la pace e la sicurezza nonché gli importanti progressi che la Somalia ha ottenuto nel corso degli anni con il sostegno dell’Ua e di altri partner con enormi sacrifici”.

Era stato lo stesso presidente uscente della Repubblica federale somala, Mohamed Abudullahi Mohamed, alias Farmajo, che all’inizio della settimana appena trascorsa era volato a Kinshasa per incontrare il suo omologo congolese Felix Tshisekedi, presidente di turno dell’Ua, chiedendogli di assumere un ruolo di mediazione con i governatori ribelli del Puntland, del Jubaland e con l’opposizione somala riunita nel National Salvation Forum che annovera tra i suoi membri anche il presidente della Camera Alta Abdi Hashi Abdullahi.

A sua volta il National Salvation Forum aveva chiesto al medesimo presidente dell’Ua di respingere l’illegale proroga delle istituzioni dichiarandosi disposto a tornare al tavolo delle trattative sulla base degli accordi già raggiunti lo scorso 17 settembre 2020 con la volontà di risolvere anche tutte le altre questioni in sospeso.

Dopo questa richiesta d’intervento bipartisan, la risposta data dall’Ua ha messo Farmajo all’angolo. Del resto lo confermano il moltiplicarsi dei segni d’instabilità nel paese e la situazione a Mogadiscio ormai alla deriva.

Nella stessa mattinata del 22 aprile ci sono stati addirittura tafferugli all’interno dell’aeroporto Aden Adde, considerato uno dei luoghi più sicuri della capitale, tra esponenti della polizia e gli addetti all’ufficio immigrazione.

Altri cortei si svolgono ogni notte, alla rottura del Ramadan, soprattutto nel quartiere Hodan dove si è rifugiato, con i militari a lui fedeli, Sadiq John, ex comandante della polizia della regione Benadir, in cui è sita Mogadiscio, che è stato licenziato in tronco da Farmajo per aver tentato di ostacolare la seduta parlamentare del 12 aprile scorso.

Alle manifestazioni partecipa anche quella parte della popolazione che parteggia per gli altri due candidati alla presidenza, Sharif Sheikh Ahmed e Hassan Sheikh Mohamud, rendendo così Mogadiscio una polveriera pronta a esplodere. Nel corso di un’audizione svoltasi al Senato degli Stati Uniti sempre il 22 aprile, il comandante generale di Africom (il comando militare americano in Africa), Steph Townsend, ha dichiarato che la più grande preoccupazione in Somalia, in questo momento, non è il gruppo terroristico Al-Shabaab, ma l’instabilità politica.

Il comunicato dell’Ua, oltre a prevedere la nomina di un proprio Inviato Speciale per le elezioni in Somalia, precisa anche che la sicurezza nel paese deve essere affidata alla missione Amisom (missione dell’Ua in Somalia) alla quale, in attesa dell’estensione del mandato, si chiede di monitorare il dispiegamento delle forze militari somale.

Il durissimo comunicato dell’Ua, che con grande chiarezza smentisce ogni tesi di Farmajo e finisce col commissariare un aspetto delicatissimo dell’autonomia somala come l’uso delle forze militari, ha immediatamente trovato il sostegno della Lega Araba, delle Nazioni Unite e degli Usa, dove il segretario di Stato Antony Blinken ha nominato, quale inviato speciale per il Corno d’Africa, Jeffrey Feltman: tutti sono d’accordo sulla necessità della ripresa del dialogo tra le parti sulla base degli accordi che erano stati raggiunti il 17 settembre 2020, nell’incontro tenutosi a Mogadiscio, e delle raccomandazioni del Comitato tecnico scientifico di Baidoa, città somala a nordovest di Mogadiscio, del 16-17 febbraio 2021.

Il punto della discordia verte sulla modalità delle elezioni. La proroga delle istituzioni per due anni è stata giustificata da Farmajo con la volontà di indire le prossime elezioni con la formula “un uomo un voto”, laddove l’accordo del 17 settembre 2020 prevedeva un’evoluzione del sistema clanico, già in uso nelle precedenti elezioni svoltesi dopo il 2012, denominato “4.5”. Un sistema, cioè, che riserva le maggiori cariche istituzionali ai quattro più grandi clan in cui si divide la popolazione somala (Dir, Darod, Hawiye e Rahanweyn) e una quota frazionata (0,5) ai clan minori.

Le modifiche più rilevanti della legge elettorale “4.5” discusse il 17 settembre 2020 riguardavano, da una parte, l’individuazione di 101 esponenti di ciascun clan, invece di 51, con lo scopo di arginare influenze esterne nella designazione dei parlamentari e, dall’altra, nella formazione di due collegi elettorali, invece di uno, per ciascuno Stato federale.

Quanto discusso tra le parti il 17 settembre 2020 era stato tradotto in una legge che il parlamento somalo aveva votato il successivo 26 settembre con larghissima maggioranza, ma poi i governatori di Puntland e Jubaland avevano accusato Farmajo di aver alterato gli equilibri delle votazioni. In particolare, è stata sollevata la questione dei trenta parlamentari attribuiti al Somaliland.

Questo Stato, sin dal 1991, allo scoppio della guerra civile, aveva rivendicato la propria indipendenza e, sebbene la comunità internazionale non lo abbia mai riconosciuto, ancora non rinuncia e non vuole partecipare alle elezioni statali invocando la propria piena autonomia.

Farmajo ha allora deciso di arrogare a Mogadiscio la scelta dei trenta parlamentari previsti per il Somaliland. Non solo, ma lo stesso presidente – accusano le opposizioni – ha anche consentito che la regione di Benadir, cui appartiene Mogadiscio, possa eleggere 13 parlamentari della Camera Alta: la goccia che ha fatto traboccare il vaso delle contestazioni.

Invocare elezioni a suffragio universale da indire entro i prossimi due anni aveva suscitato nelle opposizioni grandi proteste perché si contestava a Farmajo che questo era il compito che avrebbe dovuto adempiere durante i suoi quattro anni di regolare mandato e che invece aveva disatteso completamente.

Mancano – aggiunge l’opposizione – tutte le condizioni per una simile riforma elettorale: non esiste un’anagrafe dei somali, manca un ufficio elettorale indipendente da Villa Somalia, sede della presidenza e delle altre istituzioni somale centrali, e non vi sono neppure gli strumenti per un’individuazione antropometrica dei votanti.

Inoltre, vi è l’impossibilità di assicurare votazioni in sicurezza nelle vaste zone del Paese nelle mani dei terroristi di al-Shabaab mentre il sistema elettorale clanico può assicurare una rappresentanza anche a chi vive sotto il controllo degli islamisti.

Adesso il Comunicato dell’Ua smentisce platealmente Farmajo quando afferma che: … la Somalia non è in grado di attuare il suffragio universale per “una persona un voto’” e promuove, inoltre, diverse iniziative per portare presto lo stato del Corno d’Africa alle elezioni.

Farmajo ha sbagliato del tutto la porta a cui bussare perché l’elezione di Tshisekedi a Presidente della Repubblica democratica del Congo (Rd Congo) – prima di accedere alla presidenza dell’Ua nel 2021 – è avvenuta nelle contestatissime elezioni del dicembre 2018 proprio con le stesse modalità truffaldine che Farmajo vorrebbe adesso imporre alla Somalia: il glissement, lo scivolamento, per cui si resta al potere evitando che sia eletto un successore e procedendo alle elezioni solo quando si è sicuri di vincerle.

Mai se c’è il rischio di perderle. Ma già in occasione delle elezioni nella Rd Congo del 2018 le pressioni della società civile, delle Chiese e della comunità internazionale hanno fatto cambiare strategia e accelerato la preparazione del voto con controllo capillare sul territorio che, alla fine, ha permesso a Tshisekedi di accedere al potere contro ogni previsione e contro ogni tentativo dell’allora presidente Joseph Kabila di utilizzare a suo favore tutti gli strumenti dello stato, compresi gli organi di repressione, i media ufficiali e la commissione elettorale cosiddetta “indipendente”.

Se la storia, secondo Vico, si ripete, è diabolico, da parte di Farmajo, perseverare negli errori delle precedenti elezioni congolesi: non ha ancora perso le nuove elezioni in Somalia; di certo ha perduto la credibilità sul piano internazionale.

 

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