Il presidente sudsudanese Salva Kiir (destra) e il primo vicepresidente Riek Machar mentre partecipano alla cerimonia di giuramento presso la State House a Juba, il 22 febbraio 2020. (Credit: Alex McBride / AFP)

L’orizzonte è quello delle elezioni del 2023. Ma la via della transizione è ancora lunga e piena di insidie. Per cui anche la nascita di una nuova istituzione va presa con un certa cautela.

Sulla carta, significa che le istituzioni si stanno rafforzando. Sul terreno, quello che sta avvenendo è la ricerca di un complicato equilibrio della rappresentanza: i parlamentari sono 650 e sono nominati dai partiti di appartenenza, non eletti; 62 erano assenti e non hanno prestato giuramento perché in disaccordo con l’operato del governo di transizione creato nel febbraio 2020.

Ad avere in mano i numeri e il bandolo legislativo sono il Movimento di liberazione del popolo sudanese (Splm), il partito del presidente Salva Kiir che ha nominato di recente anche la presidente del parlamento, e il Movimento di liberazione del popolo del Sudan (Splm-io, che significa “in opposizione”), il partito del vicepresidente Riek Machar. È stata la contrapposizione tra i due uomini politici – Kiir di etnia denka, Machar di etnia nuer – ad aver scatenato nel 2013 la guerra civile che ha causato decine di migliaia di morti.

Ma nel paese, che quest’anno celebra i dieci anni di indipendenza dopo decenni di lotta contro il regime di Khartoum (Sudan), cresce il malcontento e il numero di cittadini che non si riconoscono in questo gruppo dirigente. Un movimento sorto nelle città, la Coalizione del popolo per l’azione civile, ha lanciato una campagna per incalzare i responsabili politici e indurli a cambiare passo.

È la prima volta che la società civile si fa sentire in maniera precisa. La reazione del governo non si è fatta attendere e nella capitale Juba sono finiti in carcere due esponenti di spicco della coalizione: l’ex governatore Kuel Aguer Kuel e l’analista politico Augustino Ting Mayai.

Il dossier di Nigrizia

Nigrizia ha dedicato al Sud Sudan il dossier del numero di luglio-agosto, che ha un titolo significativo: Enigma etnico. Si legge nell’introduzione: «Un’indipendenza inseguita per decenni. E una volta raggiunta, subito piegata all’imperativo dell’appartenenza etnica, funzionale al controllo delle istituzioni, delle risorse, del territorio. Ne deriva una guerra civile non del tutto ricomposta e un paese che ancora si sta cercando. Si guarda alle scadenze elettorali del 2023 e si confida in un rinnovamento della classe dirigente. Sempre che si riesca a sciogliere l’enigma… ».

Tra gli autori del dossier c’è un ricercatore sudsudanese, Luha Biong Deng Kuol, del Peace Research Institute Oslo che ritiene le radici della guerra civile e dell’instabilità non vadano cercate nella contrapposizione etnica ma piuttosto nel malgoverno e in una leadership inadeguata.

Un passaggio del suo articolo: «La narrativa che indica la diversità etnica come causa del conflitto ha indotto molti a credere che i problemi del paese dipendano dalla rivalità tra i due maggiori gruppi etnici, i denka e i nuer. Non è così. La diversità etnica costituisce piuttosto un valore nei processi di costruzione della pace. Diventa una disgrazia se è gestita malamente. (…) Per affrontare l’attuale caos politico serve un nuovo tipo di leadership con una visione strategica, capace di costruire e far crescere istituzioni inclusive e responsabili che promuovano coesione sociale e una forma di governo democratica». (R.Z.)

 

 

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