(Credit: unmissions.org)

Il Sud Sudan è nato grazie a prolungate e feroci guerre di liberazione, una la lotta durata più di 200 anni (l’autore comprende anche il periodo precoloniale, quando il sud era un bacino di schiavi per i mercanti del nord, ndr). Quando, nel 2011, il paese è diventato finalmente indipendente, quasi tutto il mondo ha esultato, soprattutto perché erano vivide e spaventose le immagini di sofferenza, fame e violenza genocida causate dal modo di condurre la guerra civile del governo sudanese.

Quasi tutti i Paesi sviluppati, dall’America settentrionale all’Europa, all’Australia, al Giappone, si impegnarono ad assistere il nuovo Paese nella costruzione di uno stato efficiente, in grado di proteggere i propri cittadini dalla violenza, dalla fame, dalla malattia e dall’ignoranza.

Questi Paesi sviluppati erano pronti a sostenere la creazione di istituzioni democratiche, a ricostruire le infrastrutture fatiscenti e in rovina a causa della guerra, a supportare l’organizzazione di una società dove ai cittadini fosse concessa la libertà di impresa in un clima favorevole agli affari.

Erano anche disponibili ad aiutare il Sud Sudan a consolidare la pace e a facilitare il ristabilirsi di relazioni intercomunitarie distrutte da molti decenni di conflitto. In altre parole, la comunità internazionale si è concentrata nel supporto alla formazione delle isitituzioni statali, una scelta davvero vitale. Ma hanno ignorato l’altra parte cruciale della ricostruzione: immaginare, sviluppare e promuovere l’idea di cittadinanza, il sentimento di appartenere ad un’unica nazione collettiva. O forse hanno dato per scontato che sarebbe stato fatto dalla leadership del nuovo Paese.

Sfortunatamente, questi leader non hanno fatto un uso corretto della buona volontà internazionale. Anzi, ne hanno abusato in modo, si direbbe, deliberato, con catastrofiche conseguenze per la possibilità stessa di sopravvivenza del Paese. Sembrano scollegati dalla realtà della sua storia. Non hanno tenuto in conto l’idea che un vero liberatore dovrebbe impegnarsi a ricompensare la gente per il tenace supporto alla lotta di liberazione, rimanendo consapevole, innanzitutto, delle ragioni per cui la popolazione ha voluto l’indipendenza.

Tutti coloro che sono vissuti nel territorio del Sud Sudan tra il 1956 (anno in cui il Sudan ebbe l’indipendenza, ndr) e il 2005 (anno in cui terminò la guerra civile tra il sud e il governo sudanese, ndr) sanno perché era necessaria l’autonomia o la separazione dal Sudan. Erano oppressi dalla sua dominazione. Sperimentavano esclusione economica, intolleranza religiosa, razzismo arabo sistemico e violenza di stato. Ma tutte queste pratiche, per estirpare le quali il sud ha combattuto la guerra civile, sono state velocemente riprodotte nel nuovo stato.

Oggi, 9 luglio 2021, è il decimo anniversario dell’indipendenza del Sud Sudan e c’è molto poco da celebrare dal momento che la grande maggioranza dei sudsudanesi sono sfollati, hanno cercato rifugio nei Paesi vicini o stanno affrontando fame e malattie. Molti sono orgogliosi di avere un posto che possono chiamare casa, ma c’è una diffusa delusione per il modo in cui il Paese è stato governato.

Anzi, alcuni mettono in dubbio il valore dell’indipendenza stessa a causa di quello che vi succede: furto di pubbliche risorse, tribalismo, nepotismo, guerra, violenza diffusa e fallimento nel dare protezione ai propri cittadini. C’è più violenza adesso che prima dell’indipendenza, sia “promossa” dallo stato che di genere diverso, e non ci sono sforzi significativi per contenerla. Non c’è stato un chiaro piano d’azione per la transizione alla democrazia.

Non ci sono state elezioni dal 2010. La costituzione e la legge sono scandalosamente ignorate in favore del governo di un uomo solo, il presidente Salva Kiir Mayardit. Attualmente, il presidente nomina ed esonera dall’incarico tutti i funzionari di grado più elevato, ad ogni livello, dal governo nazionale alle amministrazioni locali. Tutto questo avviene in modo arbitrario, in favore dei gruppi etnici più numerosi e influenti.

Sono spesso spazzate via, usando tutta la forza dello stato, le voci che chiedono riforme, provenienti sia dall’interno del partito di governo, il Movimento popolare per la liberazione del Sudan (Splm) sia dall’opposizione o da semplici cittadini. Il risultato è uno spazio di dibattito civico asfittico, cosa che porta a ribellioni incontrollabili.

Così il paese è arrivato ad una guerra civile senza senso, scoppiata nel dicembre del 2013, appena un anno e mezzo dopo essere diventato uno stato sovrano, e sotto la quale continua a dibattersi, nonostante un accordo di pace firmato nel 2018.

Perché sta avvenendo tutto ciò? I sudsudanesi si aspettavano che nel loro nuovo Paese sarebbe migliorata velocemente la qualità della loro vita, deprivata a causa degli sforzi per la liberazione. Speravano che avrebbero avuto accesso ai servizi di base che erano stati loro negati per decenni.

Ma, nonostante il fatto che si sapesse che l’impegno per la liberazione fosse alimentato dall’aspettativa di una vita migliore, libera e prospera, la leadership del paese ha dimostrato un interesse molto limitato ad assumersi gli impegni derivanti da queste grandi speranze. Sembra piuttosto che il Sud Sudan abbia ereditato pratiche corrotte, autocrazia, disprezzo per la costituzione e lo stato di diritto. Sembra che sia stata istituita una rete di “potere occulto”, uno stato di polizia dove i diritti di base sono violati impunemente.

Questa è la ragione per cui è improbabile che il Sud Sudan possa muoversi di un centimetro verso una società aperta dove è possibile godere delle libertà fondamentali. A meno che non siano fatte riforme politiche e istituzionali, compresa la revisione della costituzione, non siano organizzate le elezioni e non si separino nettamente i poteri. Per come stanno le cose ora, il presidente della repubblica detiene poteri insindacabili, compresa la sommatoria del potere giudiziario e legislativo.

Tra le più difficili prove che hanno smorzato l’euforia dell’indipendenza sono da annoverare questioni di governance quotidiana. Come passare dall’essere un mero stato, fondato cioè su un imperativo geografico e politico, a uno stato nazione? Come gestire la diversità e mantenere l’unità tra i suoi più di sessanta gruppi etnici? Si è rivelato un campo minato anche la transizione da un governo che ha gestito una lotta di liberazione a un Paese di diritto, in cui predomina la costituzione e il processo decisionale in politica è basato su pubbliche istituzioni.

Per quanto riguarda la governance, le questioni più pressanti sono quelle relative all’etnicità, alla divisione del Paese, alla mancanza di un sentimento di coesione nazionale e di cittadinanza collettiva. Nessuno di questi problemi è stato affrontato in modo adeguato, per mezzo di politiche ben ponderate. La sfida è in parte radicata nella questione “stato versus nazione”.

Al momento dell’indipendenza, una volta che il Sud Sudan era fatto, i leader del Paese non hanno compiuto il passo successivo, quello di pensare al “fare i sud sudanesi”, come disse Massimo d’Azeglio nel 19° secolo a proposito dell’identità nazionale degli italiani, una volta che l’Italia era emersa unendo diverse realtà.

In altre parole, che cosa serve per creare cittadini che considerino prioritaria la loro cittadinanza nazionale, in modo che l’appartenenza “tribale” sia percepita come secondaria? Se non si trova una soluzione a questa questione divisiva, la stabilità politica in Sud Sudan rimarrà con ogni probabilità un concetto vago.

In questo momento, quasi tutte le questioni riguardanti la violenza di stato, l’impiego nel settore pubblico, le dispute sulla terra e la collocazione della capitale del Paese sono basate sull’etnia, con i gruppi minoritari che si lamentano di essere esclusi e che la loro terra è invasa. Quasi tutte le frequenti ribellioni hanno radici in risentimenti etnici o settoriali.

Il Sud Sudan diventerà mai una nazione unificata, dove, ad esempio, l’appartenenza etnica non sarà più un elemento da considerare nelle interviste per un lavoro, dove non ci saranno più gruppi politico-militari fondati su base etnica, dove l’assegnazione di servizi, progetti di sviluppo, contratti pubblici non dipenderà dal gruppo etnico? Ora tutto questo è la norma e crea un contesto politico caratterizzato da sospetto e sfiducia.

Questi sentimenti sono prevalenti tra i cittadini della regione dell’Equatoria e quelli del Bahr el Gazal cioé tra i denka e gli equatoriani, tra i nuer  e i chollo, i denka e i murle. Per esempio, denka che viaggiavano sulla strada che da Juba porta al confine con l’Uganda sono stati individuati, trascinati fuori dai veicoli sui quali si trovavano e uccisi da membri del movimento ribelle della regione dell’Equatoria, il Fronte di salvezza nazionale (National Salvation Front), perché il presidente della repubblica è denka. Dunque si suppone che abbiano beneficiato del suo potere.

Ma una piccola speranza si intravvede. Nel 2018 è stato raggiunto un accordo di pace conosciuto come Accordo rivitalizzato per la risoluzione del conflitto in Sud Sudan (R-Arcis). Questo ha portato alla ricostituzione del governo di coalizione nazionale, conosciuto come Governo transitorio di unità nazionale rivitalizzato (R-TgoNU). L’implementazione dell’accordo continua ad essere una sfida. Tuttavia, offre un barlume di speranza perché dovrebbe offrire le basi per una nuova costituzione, per la riconciliazione e per le riforme che potrebbero dare al Paese un nuovo periodo di vita.
(Traduzione a cura di Bruna Sironi)

Al Sud Sudan nei dieci anni dall’indipendenza è dedicato il dossier del numero doppio di luglio e agosto di Nigrizia.

Note sull’autore (*)

Jok Madut Jok è sud sudanese. Ѐ nato nello stato di Warrap, regione del Bahr el Gazal, lo stesso di cui è originario il presidente Salva Kiir. Ha fatto i suoi primi studi in Sudan. Si è specializzato in antropologia, ottenendo anche un dottorato in antropologia della salute all’università della California, a Los Angeles. Ora insegna negli Stati Uniti, all’università di Syracuse. Ѐ membro del Rift Valley Institute, centro di ricerca sull’Africa orientale che ha sede a Nairobi. Ѐ tra i fondatori del centro di ricerca sud sudanese Suud Institute. Ѐ stato sottosegretario al ministero della cultura nel primo governo del Sud Sudan. Ѐ autore di diversi libri e altre pubblicazioni.

Una lotta condivisa. La gente e le culture del Sud Sudan

Nei giorni scorsi Jok Madut Jok ha messo a disposizione, attraverso la sua pagina Facebook, un libro sul Sud Sudan che illustra con splendide foto il Paese e la sua gente. Contiene inoltre contributi importanti per approfondirne la diversità etnica e culturale, e la storia.

L’ultimo capitolo disegna il percorso per lo sviluppo futuro del Paese attraverso la cultura: la valorizzazione delle diversità per la costruzione di un’identità nazionale collettiva. Il capitolo illustra in particolare un progetto di teatro, Roots (Radici), in cui persone delle diverse etnie potessero confrontarsi e dar vita insieme a prodotti teatrali che rispecchiassero istanze e sensibilità condivise.

Il libro, pensato dal ministero della cultura quando Jok Madut Jok ne era sottosegretario, è stato sponsorizzato dalla missione di pace delle Nazioni Unite, Unmiss. Hilde Johnson, la responsabile di allora, ne ha scritto l’introduzione. Jok Madut Jok vi ha contribuito con un capitolo sulla storia politica del Paese.

Il volume avrebbe dovuto essere presentato a Juba il 16 dicembre 2013. Il 15 è scoppiata la guerra civile che si è portata via, almeno per ora, il sogno di un Paese che aveva cominciato il percorso per diventare una nazione. Un percorso che molti sud sudanesi e tutti gli amici del Paese si augurano possa essere ripreso al più presto.

Copyright 2021 © Nigrizia - Tutti i diritti sono riservati