Ribelli sudanesi fanno irruzione nell’est del Ciad
Violenti combattimenti a est del Ciad tra l’esercito e le truppe di ribelli rifugiati in Sudan. Domenica i due governi si erano impegnati a risolvere pacificamente i conflitti che da anni li contrappongono: si accusano reciprocamente di sostenere i rispettivi ribelli.

Non sono servite a nulla le firme di domenica 3 maggio, quando i governi di Ciad e Sudan, al termine di un vertice a Doha in Qatar, si sono impegnati formalmente a non usare la violenza per risolvere i loro contrasti: da decenni i due paesi si accusano di aiutare e ospitare i rispettivi gruppi ribelli.

Ad appena 24 ore dalla firma degli accordi, lunedì 4 maggio, il governo del Ciad ha denunciato movimenti dei ribelli sudanesi a est del paese. I gruppi armati dell’Unione delle forze della resistenza (Ufr) sono entrati in Ciad con l’obiettivo finale, secondo le fonti interne alla ribellione, di conquistare la capitale N’Djamena.
Poco più di un anno fa gli stessi ribelli avevano tentato di rovesciare il regime dittatoriale del presidente Idriss Deby Itno.

Sono le stesse autorità di N’Djamena a dare oggi notizia di numerosi e violenti scontri nei pressi della frontiera tra Ciad e la regione sudanese del Darfur. Le fonti ufficiali ciadiane parlano già di 100 ribelli uccisi dai soldati. La situazione però rimane molto confusa, i siti web vicini ai ribelli parlano infatti di “pesante sconfitta per il governo”.
Adom Younusumi, ministro delle infrastrutture del Ciad, ha invitato la popolazione a restare calma e a continuare le proprie attività spiegando che gli scontri stanno avvenendo lontano dalle zone abitate.

La battaglia si starebbe svolgendo nei pressi di Am Dam a circa 100 km da Abeche, dove ieri si sono registrati ulteriori scontri che hanno causato la morte di almeno 146 persone, 125 ribelli e 21 militari. Le due città accolgono la maggior parte della ONG che lavorano nell’est del paese per aiutare gli oltre 450 mila profughi – la maggior parte di nazionalità sudanese – dislocati nella regione. Le organizzazioni umanitarie avrebbero ritirato il proprio personale dai campi nelle zone più a rischio come Kerfi, Am Timane e Koukou, lasciando gli sfollati senza assistenza.
Da Addis Abeba è giunta la condanna dell’Unione Africana (UA) che ha espresso dissenso “per gli attacchi dei ribelli, che hanno causato la perdita di vite umane” , riconfermando la condanna di “ogni azione volta a destabilizzare o invertire l’ordine costituzionale”. Sulla stessa linea l’Unione europea che, oltre a condannare gli atti di violenza dei gruppi armati, invita i ribelli a negoziare con il governo di N’Djamena. L’Onu  intanto ha confermato che la Minurcat, missione dei caschi blu che opera nella zona, si impegnerà a proteggere i civili dagli attacchi dei gruppi armati. Un impegno che finora si è rivelato difficile da mantenere.