L’iniziativa dei comitati cittadini
In Sudan continuano a scarseggiare farina e pane che, sovvenzionati dallo Stato, vengono anche venduti sul mercato nero. Dai comitati di resistenza parte la proposta di sorveglianza civile.

Un anno e mezzo di manifestazioni e un colpo di Stato dopo, le interminabili code fuori dalle panetterie sudanesi non si riducono, e la carenza della farina e del pane, oltre a quella del carburante, mantengono vivo il clima di protesta.

Il governo di transizione in Sudan, che ha iniziato il suo operato da solo sei mesi, stava ponderando la decisione di aumentare il prezzo di questi generi alimentari di base, ma ha poi preferito ritirare la proposta.

Ad aprile però – ha annunciato il ministro del commercio e dell’industria Madani Abbas Madani, responsabile della definizione della politica del pane e figura di spicco nel movimento contro l’ex presidente Omar El-Bashir – aumenterà il numero di luoghi in cui il pane potrà essere venuto a un prezzo maggiore.

E mentre continuano le rimostranze della popolazione, ancora costretta a dipendere da quanto fornito per sussistenza dal governo (pochissima farina e pagnotte la cui dimensione verrà ridotta da 70 a 42/48 grammi), e a passare intere giornate in coda, i comitati di resistenza organizzano a Khartoum la sorveglianza del commercio per combattere il contrabbando.

Guardiani volontari contro il mercato nero

Fanno da sentinelle fuori dagli esercizi commerciali, si addormentano sui sacchi di farina, sorvegliano carichi di pane non facendosi sfuggire nemmeno un’unità: sono i volontari, membri dei comitati di resistenza che avevano fatto da capofila durante le proteste del 2018 e 2019, che hanno costituito nuclei di controllo contro il traffico illegale praticato da diversi rivenditori di pane che smerciano parte del prodotto sul mercato nero.

Monitorano la quantità della farina in entrata nelle panetterie e poi la quantità del pane che ne esce, gli orari e l’identità degli acquirenti. Questo per evitare il verificarsi di eventi come la vendita del pane destinato a chi ha difficoltà economiche (sovvenzionato dallo stato) a prezzo maggiorato.

Recenti, ad esempio, i casi di 2mila panini venduti a tre volte il loro prezzo fuori da Khartoum, o di prodotto maggiorato del 20% ai ristoranti. Ancora, alcuni guardiani hanno sorpreso i contrabbandieri rubare sacchi di grano dai forni. Circa il 75% della farina spedita a forni di tutto il Sudan, infatti, non arriverebbe a destinazione perché sottratta abusivamente.

L’applicazione pilota

Tutti i dati raccolti durante il monitoraggio (orari di apertura e chiusura dei panifici, quantità di farina in entrata e numero di panini in uscita, luoghi di destinazioni dei carichi, eventuali operazioni di contrabbando sventate), vengono inseriti in un’applicazione sperimentale elaborata da uno dei volontari, Mohamed Nimer, 31 anni, ingegnere informatico. Tra gli obbiettivi delle squadre di “vigilantes”, c’è quello di arrivare a registrare anche i dati relativi ai mulini e alle reti di distribuzione, per poter gestire in modo capillare le rotte di approvvigionamento e combattere gli illeciti.

Complimenti ai guardiani per il loro operato sono arrivati dallo stesso ministro Madani che su Twitter ha voluto ri-condividere le foto dei ragazzi al lavoro (soprattutto in orario notturno) ringraziandoli e commentando che “i comitati di quartiere e le figlie e i figli di questo paese erano e sono tuttora la vera rivoluzione e ricchezza del Sudan”.

Ma il governo cosa fa?

Non tutti si sono mostrati d’accordo con la costituzione dei comitati di sorveglianza autonomi. In particolare c’è chi dice che ad agire concretamente dovrebbe essere il governo e non un gruppo di cittadini volontari.

Il ministro Madani aveva dichiarato negli scorsi mesi che si sarebbe impegnato a mettere fine alla crisi del pane e alle code davanti ai panettieri nel giro di tre settimane, e per farlo ha ben pensato di chiamare a raccolta i “rivoluzionari”, appaltando a loro il compito di controllare la situazione.

Civili che operano perorando la causa del popolo sudanese, ma che non sono investiti di alcuna autorità ufficiale. Un meccanismo questo che porterebbe il popolo ad autoconvincersi che il compito di sorveglianza non spetti al governo del paese ma a ciascun cittadino. Un messaggio sicuramente nobile ma che non aiuta a far pressione sulle autorità affinché davvero si impegnino a risolvere un problema che non è più trascurabile.