Africa Orientale senz'acqua
Ancora una volta l’effetto de El Niño, associato al degrado ambientale, sta devastando vaste aree dell’Est e del Corno d’Africa. Il Kenya, uno dei paesi più colpiti dalla lunga assenza di piogge, ha dichiarato lo stato di calamità naturale. La minaccia di una nuova carestia appare sempre più concreta.

Gli allarmi sono ormai numerosi e sempre più preoccupanti: nell’Est e nel Corno d’Africa incombe un’altra terribile crisi alimentare. L’ultimo appello è stato lanciato dall’organizzazione regionale Igad (Inter government authority for development) la scorsa settimana: nella zona, 17 milioni di persone sono già in una situazione di emergenza, ad altissimo rischio fame. Particolarmente colpiti sono la maggior parte della Somalia, il sud est dell’Etiopia, le regioni del nord, dell’est e della costa in Kenya e il nord dell’Uganda. La causa scatenante è ancora una volta una prolungata siccità, provocata, a quanto dicono gli esperti, dal fenomeno atmosferico conosciuto come El Niño, ma anche da un sempre più preoccupante degrado ambientale, dovuto a cattive politiche di gestione del territorio e delle sue risorse.

In Kenya, uno dei paesi più duramente colpiti, il presidente Uhuru Kenyatta ha dichiarato nei giorni scorsi lo stato di calamità naturale, aspramente criticato dall’opposizione per l’inspiegabile ritardo con cui ha deciso il provvedimento, primo passo per la richiesta dell’aiuto internazionale. Da settimane, infatti, i mezzi di informazione diffondevano le solite tremende immagini di queste occasioni: scheletri e carcasse di animali ricoperte di polvere ed insetti, sparse in paesaggi lunari; vecchi rinsecchiti stesi sulla nuda terra ad aspettare la morte; bambini dagli occhi troppo grandi e dallo sguardo velato perso nel vuoto. 

La situazione è particolarmente critica in 22 contee, su un totale di 60, mentre, secondo le stime dell’Autorità nazionale per la gestione della siccità, le persone colpite sarebbero almeno 2 milioni e 700 mila. Il 20% della popolazione sarebbe in uno stato di malnutrizione molto serio nelle contee di Baringo, Mandera, Marsabit e Turkana. Ma la situazione è quasi altrettanto grave nelle contee del Pokot occidentale, di Garissa, Samburu, Tana River e Wajir. Cioè in tutta la zona abitata da popolazione somala e da quella che vive di allevamento brado, dove la convivenza tra i diversi gruppi etnici è difficile normalmente – nelle ultime settimane si sono registrati conflitti per i pascoli -, l’instabilità politica è endemica ed è accompagnata, nelle zone di religione musulmana, da una preoccupante radicalizzazione soprattutto tra i giovani.

In particolare desta preoccupazione la perdita di bestiame che sta portando alla disperazione le popolazioni seminomadi delle contee elencate sopra. Secondo Christopher Nakuleu, parlamentare rappresentante la contea di Turkana Nord, si sarebbero già registrati dei suicidi tra i pastori della sua zona. Secondo realistici rapporti, gli allevatori del nord del Kenya avrebbero già perso 300 milioni di scellini keniani (3 milioni di dollari) per la morte di almeno 10 mila capi di bestiame, mentre quello sopravvissuto vale molto meno sul mercato. Nella zona, un bovino che lo scorso novembre valeva 30 mila scellini, ne vale oggi 10 mila. La caduta del prezzo del bestiame è uno dei segni di un’imminente carestia, che potrebbe avere ricadute anche sulla sopravvivenza della popolazione stessa, che si trova a non avere cibo e nommeno le risorse per acquistarlo.

Ma anche le zone più umide del paese risentono della siccità. Nella della Rift Valley centrale – dove si produce la maggior parte del cibo del paese – perfino la foresta Mau, definita come foresta pluviale di alta montagna, è ricoperta di polvere e in crisi produttiva. Martin Lele, presidente di un’organizzazione locale specializzata nella produzione di miele, dice che quest’anno gli apicoltori locali hanno avuto una resa inferiore del 50% rispetto agli altri anni. Gli orti sono aridi e la normale produzione di ortaggi molto difficile.

La siccità si fa sentire fino nella capitale, Nairobi, dove in molti quartieri l’acqua è razionata. In alcuni arriva solo un paio di giorni alla settimana, così la gente è costretta ad acquistare il resto dai venditori ambulanti. Acqua non controllata al prezzo di 80 scellini per 20 litri, una cifra ragguardevole per i normali stipendi keniani. La diga Ndaka-ini, che dovrebbe garantire il rifornimento idrico della capitale anche durante i periodi siccitosi, è al 38% della sua capacità, afferma Mbaruku Vyakweli, manager del Nairobi city water and sewerage company, che gestisce il rifornimento idrico della città. Perciò i residenti di Nairobi, afferma, si devono preparare al razionamento e dunque a disporre di molta meno acqua, di peggiore qualità e ad un prezzo più alto.   

Foto grande: Siccità in Etiopia nel 2016 (Onu).

Foto piccola: Donne somale cercano l’acqua sul letto del fiume Scebeli (Reuters/ Feisal Omar).