Memorandum Italia-Libia
A pochi giorni dall'entrata in vigore del rinnovo dell’Accordo d’intesa Italia-Libia, un report delle Nazioni Unite denuncia ancora una volta la situazione di pericolo dei migranti che vivono nel paese africano cui abbiamo esternalizzato le frontiere. Situazione che accresce il numero delle partenze e dei respingimenti in mare.

A riportare all’attenzione dei media la situazione di precarietà e pericolo che vivono i 636mila migranti e rifugiati presenti in Libia è stato un rapporto di tredici pagine pubblicato il 27 gennaio dalla Missione di Sostegno delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL) e dall’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani.

Il report – che chiede ancora luce sull’attacco aereo avvenuto lo scorso luglio sul centro di detenzione Daman, a Tajoura, nel nord-ovest della Libia, dove morirono almeno 53 migranti – rilancia una nuova preoccupazione non solo per chi si trova a lavorare nel paese, ma soprattutto per chi è intrappolato in questi luoghi di detenzione.

A oggi, le fonti ufficiali parlano di circa 4.300 persone chiuse nei centri governativi e di alcune, non specificate, migliaia di migranti detenuti in quelli gestiti da diversi gruppi armati. Uomini, donne e bambini reclusi in luoghi vicini agli scontri a fuoco, che continuano nonostante l’accordo di tregua raggiunto a Berlino lo scorso 19 gennaio, e che sarebbero esposti, come accaduto all’attacco di luglio, a bombardamenti aerei mirati.

Il conflitto infatti, secondo Jeff Crisp, ricercatore del Refugee Studies Centre dell’Università di Oxford sentito da Al Jazeera, «sembra destinato a intensificarsi e a diventare più letale, rendendo la vita ancora più precaria per la popolazione di rifugiati e migranti del paese».

E più aumenta l’insicurezza e più crescono di numero le partenze. La conferma arriva da un twitter di Alarm Phone, che segnala chiamate da parte di nove imbarcazioni in questi ultimi cinque giorni. Secondo la linea telefonica di supporto al salvataggio in mare, sarebbero 650 le persone partite in questo lasso di tempo.

Una segnalazione preceduta, il 14 di gennaio, da un altro dato allarmante, quello diffuso dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM): nei primi 14 giorni del 2020 sono state 953 le persone partite dalla Libia e riportate indietro dalla guardia costiera del paese nordafricano.

A questi numeri se ne aggiungono ulteriori: i 403 migranti salvati dalla Ocean Viking, cui è stato finalmente assegnato un porto di sbarco, a Taranto; i 158 su Open Arms e le 79 persone sulla Alan Kurdi. Gente in fuga, partita dalla Libia. Quel paese con cui, dal prossimo 2 febbraio, si rinnova per altri tre anni il Memorandum d’intesa siglato con l’Italia nel novembre 2017. Quell’accordo, largamente finanziato, che sancisce per legge l’esternalizzazione delle frontiere e i respingimenti in mare.