Tunisia, proteste a Tataouine, 22 e 23 giugno 2020 (alkhaleejtoday.co)

Nella provincia sud-orientale di Tataouine i giovani disoccupati sono tornati in piazza il 22 e 23 giugno denunciando il mancato rispetto di un accordo siglato con il governo il 16 giugno 2017 che prevedeva l’assunzione di 3mila persone nella pubblica amministrazione e di altre 1.500 nella società petrolifera statale entro il 2020.

Un accordo con cui il governo si impegnava anche a investire 80 miliardi di dinari (circa 30 milioni di euro) nello sviluppo dell’intera provincia, come ricorda Redah Mechergui, presidente dell’Alleanza delle associazioni dei tunisini d’Italia.

Nel 2017, dopo due mesi di presidio permanente nella città di Kebili – sede dell’azienda petrolifera statale tunisina Entreprise tunisienne d’activités pétrolières (Etap) -, i giovani avevano ottenuto dal governo promesse che sono state mantenute solo in parte. Per questo, allo scadere dei tre anni, sono tornati a farsi sentire con proteste sedate con ingiustificata violenza dalla polizia.

I manifestanti hanno reagito con lanci di pietre. La battaglia si è conclusa con l’arresto di numerose persone, tra cui il coordinatore del presidio, Tarek Haddad. L’Unione dei lavoratori tunisini ha quindi programmato uno sciopero generale locale nei giorni scorsi chiedendo la liberazione dei giovani arrestati.

Una volta avvenuto il rilascio il presidio è stato sciolto ma la tensione resta alta non solo tra i giovani tunisini di Tataouine, ma anche nella diaspora. Tanto che in occasione della visita del presidente Kaïs Saïed in Francia il 22 e 23 giugno (in concomitanza, dunque, con le proteste di Tataouine), gruppi di tunisini originari del sud hanno manifestato a Parigi contro l’uso della forza da parte della polizia nel disperdere il presidio.

I giovani si sentono ingannati e la delusione, aggiunge Mechergui, riguarda anche l’atteggiamento del presidente della Repubblica che all’inizio del suo mandato, lo scorso ottobre, si era fatto garante del rispetto dell’accordo.

I disoccupati tunisini chiedono lavoro, sviluppo e una redistribuzione dei proventi delle risorse naturali del paese. Risorse che non mancano nella provincia di Tataouine che contribuisce al 40% della capacità petrolifera e al 20% dell’estrazione di gas a livello nazionale.

La speranza di un cambiamento l’ha data ieri il primo ministro Elyes Fakhfakh. Nel suo discorso al parlamento per un bilancio dei suoi primi 100 giorni di governo, si è rammaricato che quasi 1 milione di giovani di età compresa tra 15 e 29 anni (su una popolazione di quasi 12 milioni di abitanti) siano disoccupati e ha affermato che circa 250mila di loro saranno presto integrati nel mercato del lavoro, come parte di un programma di sviluppo incentrato sui giovani.

Fakhfakh ha anche affermato che lo stato non dovrebbe semplicemente fornire assistenza sociale, ma anche contribuire a offrire pari opportunità in materia di istruzione, alloggio, trasporti e salute. Parole nobili, alle quali, ci auguriamo, seguano presto anche i fatti.