Tunisia / Inquinamento

Non è solo la plastica a minacciare il mare nostrum. In Tunisia solo un quarto delle acque reflue industriali e domestiche viene depurato, il resto, circa 247 milioni di metri cubi all’anno, è scaricato direttamente nel mare, dove i livelli di sostanze nocive come nitrati, particelle di manganese, fosfato, coliformi fecali e streptococchi, sono in aumento.

Ma anche quella parte che dovrebbe essere depurata prima di essere immessa nell’ambiente non viene trattata in modo adeguato.

Un reportage del quotidiano britannico The Guardian documenta le denunce degli ambientalisti, che da tempo sostengono, analisi alla mano, che le acque in entrata e in uscita dai tre impianti di depurazione del paese abbiano sostanzialmente gli stessi contenuti di inquinanti.

Questo perché, dicono, l’azienda che gestisce il trattamento, finanziata da organismi come la Banca Mondiale, l’Unione europea e la Banca di sviluppo tedesca, dipende dal ministero dell’Ambiente, la stessa istituzione che dovrebbe anche testarne l’efficacia.

Le zone più inquinate sono il Golfo di Tunisi e le aree intorno alle città industriali di Sfax e Gabes, ma anche molte zone dell’entroterra, lambite da canali d’irrigazione e da vie navigabili interessate dall’industria pesante. Qui, dicono gli ambientalisti, non viene fatto alcun controllo.
A Gabes l’impianto statale di lavorazione del fosfato pompa in mare ogni giorno 14mila tonnellate di fosfogesso radiattivo.

Nel mare intanto, i pesci muoiono e quei pochi che sopravvivono, fanno notare i pescatori, vengono rigettati in acqua perché hanno le branchie completamente nere. (The Guardian)