Cameruna, forze militari d'elite Bir (Credit: nairaland.com)

“Sono stato in Africa quattro volte negli ultimi due anni, questo vi deve ben dire qualcosa” dichiarò il premier israeliano Netanyahu durante un incontro con i leader dell’organizzazione degli ebrei americani, avvenuto nel febbraio dello scorso anno. Lo riporta il sito web indipendente The Times of Israel, fondato nel 2012, tra gli altri, dal giornalista anglo-israeliano David Horovitz, critico nei confronti del governo israeliano, che lo dirige tuttora.

Nello stesso incontro Netanyahu mostrò una diapositiva intitolata “Israele sta tornando in Africa” dalla quale risultava che Tel Aviv aveva 10 ambasciate (più una in via di apertura) e rapporti diplomatici con la maggior parte dei paesi africani, compresi alcuni musulmani, come il Ciad, la Somalia e Gibuti.

La mappa mostrava anche l’interesse a stringere rapporti con il Niger e il Mali. E con il Sudan, dopo la caduta del regime islamista del presidente El-Bashir. Scalpore, e aspre discussioni a Khartoum, destò lo scorso febbraio l’incontro in Uganda tra Netanyahu e il presidente del consiglio sovrano, generale Abdel Fattah al Burhan.

In un altro articolo, pubblicato alcuni giorni dopo l’incontro con i leader delle organizzazioni ebraiche americane citato, il sito afferma che le relazioni diplomatiche sono sostenute essenzialmente da training militari. Lo stretto rapporto tra diplomazia e supporto militare è stato raccontato al grande pubblico da un reportage trasmesso dalla rete televisiva israeliana Sunday Channel 13 nel marzo dello scorso anno.

Vi si vedono ufficiali israeliani che insegnano a militari tanzaniani, in Tanzania, il krav maga, una sorta di arte marziale per il combattimento e l’autodifesa, messa a punto negli anni Trenta nelle comunità ebraiche dell’Europa orientale per contrastare gli assalti antisemiti e adottata in seguito dall’esercito di Israele. Vi si racconta che è parte dell’addestramento anche la conduzione di combattimenti urbani, e dunque per la repressione dell’opposizione, e di operazioni per la liberazione di ostaggi.

Secondo il reportage, questo genere di supporto è fornito ad una dozzina di paesi africani, precisamente: Etiopia, Rwanda, Kenya, Tanzania, Malawi, Zambia, Sudafrica, Angola, Nigeria, Camerun, Togo, Costa d’Avorio e Ghana. Ed è gestito in modo coordinato dal ministero degli affari esteri, dall’esercito, dal Mossad e dal Shin Bet, l’agenzia di intelligenze per la sicurezza interna. A coordinare questo genere di rapporti in Africa, il colonnello Aviezer Segal, il primo addetto militare di Israele nel continente.

Mercenari e traffici di armi in Sud Sudan

Ma i rapporti nel settore militare di Israele in Africa vengono giocati anche su altri tavoli, molto meno ufficiali. Alcuni episodi in cui sono coinvolti ex militari israeliani sono venuti alla luce recentemente.

E’ ben nota la vicenda del generale maggiore in pensione Israel Ziv, sanzionato dagli Stati Uniti per gravi responsabilità nella guerra civile e nella crisi umanitaria sud sudanese. Ziv è accusato di aver venduto armi al governo di Juba, e anche alle forze di opposizione, per un valore di 150 milioni di dollari.

E’ inoltre sospettato di aver programmato attacchi di mercenari nelle zone petrolifere, allo scopo di provocare problemi di sicurezza tali da dover essere chiamato a risolverli per mezzo di suoi associati. Convocato dal ministero della difesa israeliano, ha negato ogni coinvolgimento in quel genere di affari, affermando che la sua compagnia, la Global CST, aveva lavorato in Sud Sudan per consulenze nel campo dello sviluppo agricolo.

Ci si chiede, però, perché un ormai semplice cittadino debba rispondere delle sue azioni al ministero della difesa, in un’operazione e con modalità che sembrano più di copertura delle responsabilità da fornire al governo americano che di verifica delle accuse.

Il caso Camerun

Meno nota è invece la vicenda oggetto di un’investigazione giornalistica del sito panafricano African Arguments, pubblicata il 23 giugno scorso con il titolo Making a killing: Israeli mercenaries in Cameroon (Compiere un omicidio: mercenari israeliani in Camerun). L’inchiesta afferma che cittadini israeliani da anni forniscono addestramento militare al famigerato Battaglione di intervento rapido (Bataillon d’intervention rapide – Bir), unità specializzata dell’esercito camerunese che opera sotto il diretto comando del presidente Paul Biya.

Gli oppositori del regime lo descrivono come una sorta di sua milizia privata, finanziata con fondi “neri”, cioè al di fuori del budget dello stato, provenienti direttamente dalle royalty pagate dalle compagnie straniere che hanno concessioni di sfruttamento delle risorse energetiche – petrolio e gas – di cui il paese è ricco.

Il Bir è famoso per aver accesso ad armi pesanti modernissime e soprattutto per agire al di fuori della stessa legge del paese, per torture, assassinii arbitrari ed extragiudiziali e altre gravissime violazioni dei diritti umani. L’unità si è macchiata di azioni particolarmente efferate durante la guerra civile – come documenta anche Cameroon burning: the unseen war, una video inchiesta di BBC Africa Eye realizzata nel 2018 – tanto da essere fortemente condannate dall’Onu e dall’Unione europea, mentre gli Usa, nel febbraio del 2019, hanno tagliato il tradizionale aiuto militare al paese.

Secondo l’inchiesta di African Arguments, Israele è direttamente coinvolto nella creazione stessa del Bir, organizzato da Abraham Avi Sivan, ex comandante di unità speciali dell’esercito, poi passato al settore privato.

Il coinvolgimento continua ora nell’addestramento – secondo testimonianze raccolte tra le reclute, arruolate periodicamente in gruppi di un paio di migliaia, la loro formazione è curata da un centinaio di istruttori, provenienti direttamente da Israele – nel comando e nella fornitura di armi, anche se non sono chiare le modalità. Alla morte di Sivan in un incidente aereo vicino ad Youndé, altri israeliani, apparente non più legati ad ambienti militari, l’hanno sostituito.

Secondo Eitay Mack, avvocato israeliano e attivista per la trasparenza nel settore del trasferimento di armi, sentito dai giornalisti di African Arguments, nessuno di loro avrebbe potuto dirigere un training militare senza una licenza specifica del governo israeliano. Eludere questo passaggio burocratico equivale ad alto tradimento ed espone a pene molto severe, dunque è molto improbabile che qualcuno l’abbia fatto.

Nel marzo del 2018 Mack ha presentato una petizione alla Corte Suprema perché vieti il trasferimento di armi e conoscenze al Bir. La Corte Suprema ha sentenziato, ma non ha reso pubblica la decisione.

Testimonianze interne al Bir dicono però che le ultime armi arrivate sono croate, non israeliane. Intanto Biya, presidente dal 1982 e considerato uno dei peggiori dittatori africani in carica, può certamente ringraziare Israele per il fattivo supporto al suo lughissimo e sanguinoso “regno”.