Senegal e il “Wadegate”
Da tre settimane Karim Wade, figlio dell’ex presidente senegalese Abdoulaye, è in prigione per sospetto arricchimento illecito per oltre un miliardo di euro. Il suo partito, il Pds, protesta per le vie di Dakar e accusa l’attuale presidente Macky Sall di vendetta politica.

Per giorni e giorni la sua fotografia è rimasta sulle prime pagine della stampa senegalese, accompagnata da titoli sensazionalistici. Dal 17 aprile scorso il 45enne Karim Wade, figlio dell’ex presidente senegalese Abdoulaye Wade, invece di trovarsi con il resto della sua famiglia in Francia o al Palazzo presidenziale senegalese come molti temevano se alle elezioni del marzo 2012 fosse stato riconfermato suo padre, passa le sue notti nel carcere più grande di Dakar. Il sospetto è di aver accumulato in modo illecito una ricchezza pari a più di un miliardo di euro. La sera dell’arresto molti furono i curiosi davanti alle porte della prigione di Rebeuss: qualcuno indignato, qualcun altro esultante, la maggioranza incredula. È la prima volta, infatti, che in Senegal si assiste all’incarcerazione di un uomo di tale calibro.

 “Ministro del cielo e della terra”. Era così che i senegalesi lo avevano soprannominato durante l’ultima parte del secondo mandato presidenziale di Abdoulaye Wade che, dopo la sconfitta di Karim alle elezioni municipali di Dakar, gli aveva affidato nel 2009 ben quattro ministeri rappresentanti il 20% del budget statale: energia, trasporti aerei, infrastrutture, cooperazione internazionale. Considerato dal padre un genio della finanza, dopo un’esperienza lavorativa in banche svizzere e inglesi, Karim sognava in grande, spesso anche oltre i suoi mezzi reali. Fin da subito si distinse per la capacità di trovare rapidamente finanziatori per realizzare alcune grandi opere, tra cui, per citarne solo due, il piano Takkal nel settore energetico (che con l’esorbitante costo di 707 milioni di euro era già al centro delle polemiche) e la creazione della compagnia aerea Senegal Airlines.

Già allora fu criticato, oltre che per il fatto di rivolgersi troppo alla ricerca di competenze estere invece di valorizzare quelle locali, per la cattiva e non trasparente gestione dei progetti: alcuni già falliti, altri in via di fallimento, altri ancora stagnanti. Come a dire che per essere veramente un bravo banchiere, non basta trovare i soldi, ma bisogna gestirli bene. «Non sono mai stato impressionato dalle qualità di Karim Wade nel ruolo di amministratore. Tuttavia ha certamente saputo far fruttare la sua fortuna, ma questo è un altro discorso», afferma Jean–Cristophe Rufin, ex ambasciatore di Francia in Senegal, in un’intervista su Rfi.

Dalle stelle alle stalle. Dopo una prima convocazione del 15 novembre, è proprio su questo che la Corte di Repressione di arricchimento illecito (Crei) lo ha chiamato a render conto il 15 marzo scorso, chiedendo a Karim Wade di mostrare di aver accumulato lecitamente la fortuna di cui dispone, calcolata per un totale di 694 miliardi di Cfca (1,05 miliardi di euro). La giustizia ha suddiviso tale patrimonio in quattro categorie: conti in banca, beni immobiliari, veicoli, società. Le principali polemiche si concentrano proprio intorno a due di queste: la Corte sospetta, infatti, l’ex super ministro di essere segretamente proprietario della Dp World SA, filiale senegalese della Dubai Ports World (terzo gruppo portuario mondiale) che utilizza il terminal dei container del porto di Dakar, e di diverse filiali della società off-shore Aviation Handling Service (Ahs) attraverso il prestanome di uno dei più potenti uomini d’affari libanesi in Senegal, Bibo Bourgi. «Altrimenti detto è lui (Karim Wade, ndr) che teneva finora in ostaggio i nostri due polmoni economici, il porto di Dakar con Dp World SA e l’aeroporto attraverso Ahs. Ed è proprio quello che ha voluto dire, in termini a malapena velati, il sostituto procuratore speciale presso la Crei, Antoine Félix Diome, durante il suo faccia a faccia con i giornalisti, indicando che dei settori chiave della nostra economia nazionale sono detenute da società off-shore», scrive uno dei settimanali più noti in Senegal, Nouvelle Horizone (n.868).

Il 15 aprile gli avvocati di Karim Wade hanno consegnato il rapporto in cui cercano di dimostrare che Karim non sia il proprietario reale delle due società. Di tutta risposta, il procuratore speciale, Alioune Ndao, ha ordinato il suo arresto due giorni dopo. Secondo la legge che ha istituito la Crei, nel 1981, che ha introdotto nella legislazione senegalese il reato di “arricchimeto illecito”, il procuratore speciale, se non convinto delle prove fornite dalla difesa, deve trasmettere il dossier alla Commissione istruzione. Questa ha sei mesi di tempo per esaminare il caso e pronunciarsi. Secondo la legge, la persona riconosciuta colpevole del reato di arricchimento illecito rischia la detenzione da 5 a 10 anni e un’ammenda uguale o doppia al montante della somma di cui si è indebitamente appropriato. Per gli avvocati di Karim e il Pds, partito dell’ex presidente, la sua incarcerazione preventiva è illegale e rappresenterebbe un modo gratuito per umiliarlo, risultando una vendetta politica del governo.

Per questo hanno sporto denuncia alla Corte di giustizia della Cedeao (Comunità economica degli stati dell’Africa Occidentale), che il 3 maggio si è dichiarata competente per il caso e ha rinviato l’affare al 17. La Cedeao era già intervenuta a febbraio scorso, quando aveva ordinato al governo senegalese di annullare il divieto di uscita dal territorio nazionale imposto ad alcuni esponenti del Pds membri del governo precedente in nome del rispetto della libertà di movimento. Lo stato senegalese ha ignorato la richiesta della Cedeao e il 29 marzo scorso ha bloccato all’aeroporto quattro ex ministri indiziati, tra cui lo stesso Karim, mentre si imbarcavano per un volo verso Abidjan.

Lotta all’impunità o vendetta politica?

Una delle prime iniziative intraprese dal governo una volta installatosi è infatti stato proprio quello di riattivare la Crei ad eseguire, al contrario di quanto accadeva con Wade, le convocazioni per indagare sull’origine del patrimonio di politici e funzionari. Per una parte dell’opinione pubblica tale provvedimento s’inquadra con successo nella lotta contro l’impunità. Per i liberali wadisti e i loro simpatizzanti, invece, non sarebbe altro che un modo per Macky Sall di vendicarsi del suo ex partito e del clan Wade. La maggior parte delle personalità finite nel mirino della macchina giudiziaria sono infatti proprio esponenti dell’ex governo. E per quello che riguarda Karim, la vicenda affonda le radici anni indietro. Nel 2007 infatti, quando Macky Sall ricopriva il ruolo di presidente dell’Assemblea Nazionale nel secondo governo Wade (2007-2012), aveva cercato di far convocare Karim, all’epoca presidente dell’Anoci (organizzazione della conferenza islamica). La cosa, mai andata in porto, era costata a Macky Sall il progressivo inasprimento delle relazioni con Abdoulaye Wade fino all’uscita dal Pds e alle dimissioni nel 2008.

Divenuto presidente quattro anni più tardi, Macky Sall ha fatto della caccia ai beni acquisiti illecitamente uno dei suoi cavalli di battaglia. In questo c’è chi legge non solo il saldamento di un antico conto, ma anche una strategia politica del governo mirante a decapitare e indebolire l’attuale opposizione. Che giustizia insomma sia fatta, tra vecchi e nuovi antagonismi.