Manifestazioni di protesta per la chiusura del quotidiano The Post a Lusaka

Lo Zambia sta vivendo uno dei periodi più bui per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani. Ad affermarlo è un rapporto di Amnesty International intitolato Ruling by fear and repression (Governare attraverso paura e repressione), diffuso il 28 giugno, a poco più di un mese dalle elezioni legislative e presidenziali del 12 agosto.

Il documento, inspiegabilmente non disponibile online, parla di un visibile peggioramento a partire dal 2011, con l’ascesa al potere del Fronte patriottico (Patriotic Front – PF) dell’allora presidente Michael Chilufya Sata, e di un inasprimento dal 2015, con la successione di Edgar Chagwa Lungu, l’attuale presidente.

Le preoccupazioni destate da Amnesty International sono documentate in un’analisi del periodo dal 2012 al 2020 che identifica quattro aree specifiche di violazioni: soppressione della libertà di espressione e di informazione, violazione del diritto di manifestare pacificamente, riduzione della libertà di associazione e violazione del diritto alla vita.

Soppressione della libertà d’espressione

La libertà di espressione nel paese ha subito un duro colpo nell’ultimo decennio di governo del Fronte patriottico, il cui governo ha riesumato una legge dell’era coloniale che punisce la calunnia e la diffamazione della figura del presidente.

Sono molti i casi in cui questa legge è stata applicata arbitrariamente per mettere a tacere voci critiche sull’operato del governo. Pratica che, attraverso la minaccia di ripercussioni, scoraggia chiunque voglia chiedere conto alla compagine ministeriale delle sue decisioni politiche e dell’utilizzo di fondi pubblici.

L’esecutivo è intervenuto duramente anche contro alcuni mezzi d’informazione. Il primo a farne le spese è stato The Post, un quotidiano fondato nel 1991 che da sempre rappresentava la voce critica dell’opposizione e che ha avuto un ruolo fondamentale nella vittoria dello stesso PF nel 2011.

Il quotidiano fu chiuso tre settimane prima delle elezioni del 2016, ufficialmente per problemi con il fisco. Nel 2020, il governo fece chiudere anche Prime TV, una stazione televisiva privata che nel tempo era diventata la voce critica del Paese, dando spazio a membri dell’opposizione e voci scomode della società civile. Le motivazioni della revoca della licenza di Prime TV non sono tuttora chiare.

Violazione del diritto di manifestare pacificamente

Anche in questo caso il governo, per giustificare le restrizioni attuate, fa uso del POA, ovvero il Public Order Act, altra legge dell’era coloniale che regolamenta le manifestazioni e raduni pubblici. La legge concede alla polizia l’autorità di concedere o negare il permesso di svolgere un evento pubblico.

Questo strumento, dal 2016 è stato usato ampiamente per reprimere il diritto di manifestare, attraverso la negazione di centinaia di richieste con motivazioni sempre simili: mancanza di personale per il controllo o la concomitanza con altri eventi nello stesso giorno. Contravvenire alla legge, comporta l’incarcerazione con l’accusa di raduno pubblico illegale. 

Riduzione delle libertà di associazione

Dal 2011, le autorità zambiane hanno adottato una serie di strumenti che minano il diritto di libertà di associazione. Per fare questo è utilizzato il Society Act che regola la registrazione e la cancellazione di associazioni e partiti politici in Zambia.

Questo strumento conferisce la facoltà al cancelliere di questo ufficio, che è sostanzialmente un pubblico ufficiale del ministero dell’interno, di cancellare tutte le associazioni che non presentano i requisiti di idoneità richiesti. Secondo Amnesty, l’abuso di questa normativa ha portato alla cancellazione di 14 partiti politici, dal suo primo utilizzo ad oggi.

Un altro strumento utilizzato per limitare la libertà di associazione è l’NGO Act, ovvero un registro delle organizzazioni non governative presenti nel Paese. Attraverso questa legge il governo può negare la legalità di una determinata associazione o addirittura imporne l’area geografica e il settore d’intervento. Ogni associazione è obbligata a registrarsi ogni 5 anni.

Anche questa pratica, secondo Amnesty, rappresenta una violazione dei diritti umani, in quanto la registrazione delle associazioni non deve essere burocraticamente complicata e discriminatoria. Nel report si sottolinea che prima dell’introduzione di questa legge, c’erano 10mila ong sul territorio, mentre oggi sono solo 550 quelle regolarmente registrate sotto l’ombrello della NGO Act.

Di recente, le forti proteste da parte delle organizzazioni, nazionali e internazionali, hanno portato il governo a riconsiderare le regole e lavorare per un nuovo NGO Act.

Violazione del diritto alla vita

Il diritto alla vita è sancito dall’articolo 12 della costituzione dello Zambia, diritto che in questi anni si è affievolito, attraverso un uso eccessivo della forza da parte del governo. 

Sono molti i casi di persone che hanno perso la vita per mano delle forze dell’ordine, come il Mapezi Chibulu, che nel 2016 fu ucciso da un colpo di arma da fuoco sparato da un poliziotto che cercava di disperdere un raduno di membri dell’opposizione. Vittima della polizia fu anche Vespers Shimuzhila, una studentessa universitaria soffocata da un lacrimogeno lanciato nella sua stanza durante una repressione di proteste studentesche, e Frank Mugala, un ragazzino di 14 anni ucciso mentre tornava da scuola, nel febbraio 2020, da un proiettile sparato da un agente. Anche in quel caso, le forze dell’ordine stavano cercando di disperdere delle proteste di residenti.

Nello stesso anno, ma a dicembre, altri due uomini persero la vita, Nsama Nsama e Joseph Kaunda, mentre la polizia cercava di scoraggiare alcuni sostenitori dell’opposizione che accompagnavano il loro leader, Hakainde Hichilema, in tribunale.

Tutti questi casi hanno una cosa in comune: l’impunità dei responsabili e una sorta di incitamento da parte di membri del governo, ad usare la forza per “ripristinare l’ordine”.

Questo report, pubblicato un mese prima delle elezioni, potrebbe rappresentare un duro colpo per il governo di Edgar Lungu. In realtà, la maggior parte della popolazione chiamata a votare il prossimo 12 agosto, difficilmente avrà accesso alle informazioni contenute nel documento di Amnesty International, e si baserà invece sulla propria esperienza, sul proprio vissuto e purtroppo anche sui condizionamenti dei partiti politici.

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