Molta della tensione tra Mogadiscio e Nairobi, acuitasi nelle ultime settimane, dipende dalla minaccia terroristica, rappresentata soprattutto dal gruppo qaedista al-Shabaab, che da anni devasta la Somalia e pende come una spada di Damocle anche sul Kenya dove ripetutamente si sono verificati sanguinosi e scioccanti attacchi.

Basti ricordare quelli al centro commerciale Westgate di Nairobi (21-24 settembre 2013, 71 morti e 175 feriti), all’università di Garissa (2 aprile 2015, 148 morti) e al complesso alberghiero DusitD2 (Nairobi 15 e 16 gennaio 2019, 22 morti e 27 feriti).

La minaccia costituita da al-Shabaab in Kenya è stata sottolineata da una lettera inviata il 12 gennaio da Ali Roba, governatore della contea di Mandera, al quotidiano The Standard, uno dei più autorevoli del paese. Il pezzo, intitolato Mandera is at risk of being under Shabaab (Mandera rischia di essere controllata da al-Shabaab), dice senza mezze parole che la sicurezza nel nord est del Kenya, e in particolare nel territorio di Mandera, è talmente grave che è necessario parlarne pubblicamente.

Il governatore prosegue descrivendo una situazione deterioratasi negli ultimi tre mesi e che rischia di andare fuori controllo. I miliziani di al-Shabaab si muovono indisturbati nella contea dove hanno occupato posizioni strategiche e controllano le vie di comunicazione.

Tormentano la popolazione con espropriazioni di bestiame e altri beni, mascherando le ruberie con la tassa – o donazione dovuta – islamica, conosciuta come Zakkat. Prosegue con la descrizione di azioni efferate, quali il sequestro e la distruzione di un’ambulanza che trasportava una partoriente all’ospedale o la decapitazione di un assistente capo che si era espresso duramente contro il gruppo, la cui testa, in un atto di estremo disprezzo, è stata poi buttata nella foresta.

Uno stillicidio quotidiano che mina la tenuta psicologica della popolazione e la stabilità dell’intera regione. Particolare preoccupazione desta il fatto che, in questa situazione, le scuole di ogni ordine e grado sono praticamente deserte. Ciò mette a rischio il futuro di un’intera generazione e le speranze di sviluppo di tutta la regione.

Il governatore sostiene testualmente che “il governo non ha saputo proteggere il Kenya settentrionale dal gruppo terroristico che ora controlla più del 50% del territorio”.

Affermazioni pesantissime sulla realtà, accompagnate da una altrettanto pesantissima analisi: “dobbiamo rivedere radicalmente e ridisegnare il nostro programma di sicurezza relativo alla lotta al terrorismo perché, evidentemente, stiamo miseramente fallendo”.

Dice di aver ricevuto supporto sia dal presidente Uhuru Kenyatta che dal governo e dalle forze di sicurezza, ma ribadisce che ci devono essere degli errori di strategia se la situazione è arrivata a questo punto. E conclude con una notazione drammatica “Ci rifiutiamo di essere governati da questa milizia nel Kenya indipendente”.

Secondo il governatore di Mandera, dunque, le autorità competenti avrebbero fatto la loro parte, ma le politiche messe in campo sono fallite. Nel suo accorato appello non propone però nessuna soluzione alternativa.

Ci sono però alcuni episodi che potrebbero servire a far luce sulla situazione e forse anche a indicare dove si annidano i problemi. Secondo la narrativa ufficiale, i terroristi somali riescono a esercitare impunemente le loro minacce in Kenya a causa di un fattore geografico e di uno demografico.

Kenya e Somalia condividono più di 700 chilometri di confine che corre in gran parte in zone remote e desertiche. Il territorio a cavallo della linea, disegnata con il righello sulla carta geografica in epoca coloniale, è abitato da popolazione somala, spesso appartenente allo stesso clan e con legami familiari profondi. Questo rende il confine praticamente impossibile da controllare.

E in effetti la zona, come ogni zona frontaliera, del resto, e non solo in Africa, è stata storicamente interessata dal contrabbando di beni di ogni genere, dallo zucchero alle armi. Ma ora è soprattutto la linea attraverso cui si muovono i miliziani di al-Shabaab che sferrano i loro attacchi e poi si mettono in salvo nel paese vicino, mentre è impossibile perfino distinguerli dalla popolazione locale, di cui condividono la lingua, i nomi, il lignaggio e spesso anche la storia familiare.

E, dunque, che cosa meglio di un muro potrebbe dividere i due paesi e proteggere il territorio del Kenya dai gruppi terroristici provenienti dalla Somalia? Non è un’idea sorprendente e neppure originale. Il mondo si è riempito di muri negli ultimi anni e anche il Kenya, nel 2014, in concomitanza con un’ondata di attacchi di al-Shabaab, dei quali quello al Westgate è solo il più conosciuto, ha deciso di costruire il suo.

Doveva partire dalla costa dell’Oceano Indiano, in prossimita di Lamu, e percorrere 708 chilometri, fino al confine con l’Etiopia. Doveva essere costituito da una serie di barriere in cemento armato, recinzioni, fossati e stazioni di sorveglianza dotate anche di videocamere. Un sistema complesso e invalicabile, almeno sulla carta.

La costruzione cominciò alla fine del 2015. Quattro anni dopo erano stati costruiti 10 chilometri di una recinzione di filo spinato al costo di 35 milioni di dollari, pari a più di 3 milioni di dollari a chilometro. Un vero e proprio scandalo, dibattuto aspramente in parlamento che decise di bloccare i lavori e di nominare una commissione d’inchiesta. Uno dei tanti scandali di questo genere nel paese, purtroppo.

Ma nel dibattito parlamentare ci fu anche chi contestò l’efficacia di un muro per contenere la minaccia terroristica. Secondo quanto riportato da un articolo della BBC del 14 marzo 2019, John Mbadi, leader della minoranza all’Assemblea nazionale, osservò che un la costruzione di un muro era uno spreco di fondi.

Il paese avrebbe dovuto piuttosto investire in tecnologia per raccogliere informazioni se voleva limitare gli attacchi di al-Shabaab in modo efficace. Alla fine del dibattito la costruzione del muro fu bloccata in attesa dei risultati della commissione d’inchiesta. Non risulta che la situazione sia stata sbloccata.

Il dibattito parlamentare mise dunque in luce un paio di aspetti su cui riflettere: la corruzione, per cui anche la lotta al terrorismo era diventata un’occasione per razziare risorse pubbliche e la rozzezza delle politiche di contenimento adottate.

Della rozzezza delle politiche fa parte anche l’esclusione sociale di vasti gruppi di popolazione, come i giovani che non trovano lavoro, gli evidenti squilibri nello svilupo economcico di intere regioni, come appunto quelle al confine con la Somalia, ma anche quelle del nord del paese, e altro ancora.  

Almeno su questi punti, dopo l’accorato appello del governatore di Mandera, il mondo politico del paese dovrebbe interrogarsi.

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