Non solo Amazzonia

Deforestazione, inquinamento e sfruttamento intensivo e illegale delle risorse naturali sono problemi che non riguardano solo la foresta amazzonica. Attorno al fiume Congo si sviluppa il secondo polmone ecologico del pianeta, anch’esso minacciato. Nigrizia ha incontrato Richard Appora Ngalanibe, vescovo centrafricano rappresentante della Rete ecclesiale della foresta del Bacino del Congo.

Con 230 milioni di ettari, pari al 6% delle foreste nel mondo, il bacino del Congo costituisce il secondo polmone ecologico del pianeta e la principale risorsa forestale del continente africano. Ma oggi anche queste terre, come tante dell’Amazzonia, sono minacciate dalla deforestazione e dall’inquinamento delle industria estrattiva.

«È necessario che la comunità internazionale e le popolazioni prendano coscienza dell’importanza di tutelare questo secondo grande polmone verde del pianeta», avverte monsignor Richard Appora Ngalanibe, vescovo della diocesi di Bambari, nella Repubblica Centrafricana. Insieme ad altri vescovi è arrivato a Roma in rappresentanza della Rete ecclesiale della foresta del Bacino del Congo (Rebac), nata sul modello della pioniera Rete ecclesiale Panamazzonica (Repam) per un lavoro congiunto che superi le frontiere nazionali e guardi anche al post-Sinodo.

Nigrizia l’ha intervistato per conoscere i dettagli di questa collaborazione e raccogliere le sue riflessioni sulle problematiche attuali e sulle opportunità future del continente africano.

La Rete ecclesiale per il bacino del fiume Congo è nata sull’esempio della Rete ecclesiale pan-amazzonica Repam. Come vede la collaborazione tra queste due realtà?

Le due reti perseguono il medesimo scopo: salvaguardare la nostra Casa Comune. Come ha sottolineato il Papa nella sua enciclica Laudato Si’, è importante sensibilizzare sull’importanza di preservare questo bacino ecologico che abbonda in tante potenzialità e biodiversità. Sicuramente, l’esperienza della Repam ci offre l’occasione di vedere, già a partire da questo Sinodo, come poter lavorare al meglio per la protezione dell’ambiente che troppo spesso è minacciato anche nei nostri paesi.

Tante problematiche presenti in Amazzonia sono analoghe alle nostre. Ad esempio, le violazioni dei diritti delle popolazioni autoctone e la devastazione abusiva delle foreste e delle ricchezze naturali. È pur vero che ci troviamo di fronte a due realtà differenti. Magari ci sarà un Sinodo specifico ma sicuramente questo sarà a discrezione di Papa Francesco. A noi, invece, spetta il compito di far prendere coscienza alla comunità internazionale e alle popolazioni dell’importanza che bisogna dare anche a questo secondo polmone ecologico del mondo. Ed è anche il tempo di porsi la domanda su come poter contribuire in tal senso come Chiesa.

Ci sono molte risorse naturali nel bacino del Congo ma la popolazione locale non ne trae benefici. A suo avviso, cosa bisognerebbe fare e cosa può fare innanzitutto la Chiesa?

Il nostro ruolo come Chiesa è quello “interpellare”, e sottolineo questa parola, la coscienza dei nostri dirigenti politici sia a livello nazionale, sia a livello internazionale, per mettere in piedi una regolamentazione che tenga conto dell’ambiente e che faccia sì che tutte le popolazioni possano beneficiare delle ricchezze della nostra terra. Non è normale che nella maggior parte dei paesi che fanno parte del bacino del Congo il tasso di povertà sia così alto.

Se pensiamo alle scuole, come poter immaginare che in un continente così ricco di legno, i bambini non abbiano la possibilità di sedersi su dei banchi? Spesso parliamo di scandalo ecologico ma anche questo è uno scandalo: che le società che ogni giorno sfruttano il nostro legno non possano almeno aiutare le scuole presenti in quelle regioni ad essere in buone condizioni, ad avere almeno dei banchi e delle lavagne!

Se invece parliamo del petrolio, a chi vanno i dividendi di questo petrolio? Ai politici e alle multinazionali! E ancora, se affrontiamo il caso dello sfruttamento dell’oro, come non vedere che queste miniere ci costano caro in termini di problemi ambientali perché le nostre acque vengono inquinate dai metalli pesanti necessari alla lavorazione?

Come può proseguire l’opera di evangelizzazione in paesi devastati anche dalla guerra civile?

L’evangelizzazione deve sempre essere possibile. Quando ci sono uomini da qualche parte, la Chiesa deve interessarsi a questi uomini. Come pastori della Chiesa, ci viene affidato questo ruolo. Forse in Europa non si capisce bene la problematica dei gruppi armati presenti nei nostri paesi. Ci viene chiesto: dove sta l’esercito? Ebbene, ad esempio nella Repubblica Centrafricana, quando le forze ribelli sono giunte al potere nel 2013 l’esercito regolare è stato sciolto e ne è stato formato uno nuovo dai ribelli e dai mercenari.

Ora siamo nella fase di restaurazione dell’autorità dello Stato che deve passare dalla riforma dell’esercito. Ma è necessario ancora del tempo perché questa diventi effettiva e non possiamo aspettare. Bisogna continuare ad annunciare il Vangelo e convivere con il rischio che questo comporta. Spesso mi è capitato di cadere nell’imboscata di questi gruppi di ribelli e ho avuto dei sacerdoti che sono stati uccisi: solo nel 2018 ho perso due sacerdoti.

Quello che è capitato a loro, può capire anche a me o a qualcuno altro. Non cerchiamo il martirio ma è nostro dovere annunciare la parola di Dio. Come dice l’apostolo Paolo “la parola di Dio non è incatenata”. E per rendere possibile ciò, è necessario che uomini e donne si impegnino su questa via. Grazie a Dio, ci sono ancora suore e preti che sono lì, che hanno ancora il coraggio di vivere con le popolazioni povere per annunciargli la Parola di Dio, consolarle e aiutarle a semplicemente a rimanere umane.

Come dovrebbe essere affrontata la questione delle migrazioni?

La questione delle migrazioni si pone anche da noi nella Repubblica Centrafricana. Quando ci sono conflitti tra i gruppi armati, le popolazioni si spostano. E spesso ci siamo ritrovati a dover accogliere profughi in tante nostre parrocchie e comunità religiose. Io stesso ho avuto modo di lavorare in questo campo anche molto prima che diventassi vescovo.

Poi ci sono le migrazioni verso altri paesi dell’Africa: tanti centrafricani si trovano nei paesi vicini: in Camerun, in Ciad, in Sudan e nella Repubblica democratica del Congo. Non bisogna vedere solo gli africani che prendono le barche per attraversare il mare ma considerare la questione in maniera più ampia e osservare come anche localmente, a livello interno, facciamo esperienza di queste difficoltà.

La sfida è quella di accompagnare questa gente che ha bisogno di essere vestita e nutrita. Perché quando sentono degli spari e si trovano a dover lasciare la propria casa non portano nulla con loro. Alcuni fuggono solo con una t-shirt e un pantaloncino. Cosa fare allora? È necessario restare uniti per poter creare delle condizioni di vita dignitose per noi e per questi nostri fratelli e sorelle. Solo aiutandoci gli uni con gli altri, e soprattutto con all’aiuto di Dio, saremo in grado di rispondere alle loro necessità.

Nella foto volontari di Greenpeace espongono un manifesto contro la deforestazione provocata dall’industria del legname a Matadi, nella Repubblica democratica del Congo. (Credit: Pierre Gleizes e Kevin McElvaney per True Africa Greenpeace)