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ActionAid: Cambia terra. Un report sullo sfruttamento delle donne in agricoltura
Il riscatto possibile delle braccianti invisibili
Una fotografia al femminile dello sfruttamento in agricoltura, l’ultimo report di ActionAid racconta la vita nei campi e nelle serre delle donne. Tante le migranti, oggetto di molestie, aggressioni e minacce. Una doppia vulnerabilità, quella della loro mancata regolarità, che può diventare matrice di un protagonismo
04 Maggio 2022
Articolo di Jessica Cugini
Tempo di lettura 4 minuti
Bracciante impegnata nella vendemmia in Puglia (Credit: ActionAid)

Un rapporto sullo sfruttamento in agricoltura che racconta le condizioni di vita e lavoro delle operaie agricole con un approccio di genere che mette in evidenza le forme di un sistema che aggrava lo sfruttamento in un settore di scarsa tutela come quello agricolo in cui le donne, più degli uomini, sono vulnerabili. Se poi straniere, doppiamente rispetto alle italiane.

Da subito, il report di ActionAid Cambia terra. Dall’invisibilità al protagonismo delle donne in agricoltura, sottolinea il suo approccio femminile e femminista al tema, con diverse finalità: restituire protagonismo alle lavoratrici, rafforzare il loro fare collettivo, progettare e implementare risposte ai bisogni delle operaie, chiedere la costruzione di soluzioni e politiche nazionali e locali.

Un rapporto corposo, che parte da un’analisi europea per stringersi all’Italia e all’Arco ionico, con dati, studi e interviste, che offrono un quadro dettagliato sulle condizioni di vita e lavoro delle lavoratrici rumene e bulgare, le più numerose in quest’area. Donne che raccolgono fragole, albicocche, arance; che iniziano prestissimo al mattino, per guadagnare in media (quando va bene) 38 euro al giorno per 8/10 ore di lavoro, 7 giorni su 7, senza pause né bagno.

Tra violenze e ricatti

Donne che sono spesso oggetto di molestie, aggressioni, minacce di cui non esistono numeri reali, statistiche. Perché, per paura di ritorsioni verso sé stesse o i propri familiari, non denunciano. Reagire, infatti, vuol dire finire nella “lista nera” delle piantagrane e non lavorare più. I caporali si conoscono tutti tra loro e, oltre allo scambio di manodopera, fanno passaparola dei nominativi di chi “crea problemi”. Come chi al mattino rifiuta il cornetto e il cappuccino, dopo essersi seduta davanti al furgone. Perché rifiutare la colazione ha un significato altro, tutt’altro che simbolico.

Tra le 120 donne intervistate nell’Arco ionico (Puglia, Basilicata, Calabria) tre su cinque hanno subìto violenza e non hanno fatto denuncia. Tutte le persone sanno, anche coloro che appaltano la ricerca di manodopera ai caporali per trovare operaie per le loro aziende agricole.

Così come si sa che, spesso, queste donne sono costrette a lasciare i propri figli e figlie appena nati in cassette di legno nelle serre, dove qualcuna, pagata dalle stesse madri, se ne prende cura. Non di rado, una volta svezzati, questi piccoli vengono mandati al proprio paese d’origine, perché le madri non riescono a occuparsene. Tra le braccianti c’è anche chi si è ribellata ed è diventata portavoce di ActionAid, mediatrice in quelli sportelli di consulenza dove si cerca di dare una mano, sostegno e coraggio.

In Europa

Nell’Unione europea sono circa 8,6 milioni le persone impiegate in agricoltura: un dato che, da solo, vale il 4,3% del totale dell’occupazione. Un’occupazione spesso migrante, sono infatti sempre di più i braccianti e le braccianti che si spostano a seconda delle stagioni, per offrire la loro manodopera. Italia, Spagna, Germania e Grecia sono i principali paesi di destinazione. Romania, Polonia e Bulgaria quelli di partenza europea. Mentre la manodopera extracomunitaria arriva per lo più da Africa e Asia.

Il 65% di chi lavora nelle campagne è rappresentato da uomini; tra questi, il 32% lavora in maniera irregolare, con bassi salari, per, in media, 10/15 ore al giorno, secondo l’European platform tackling undeclared work. Una percentuale, quella della irregolarità lavorativa, che invece l’Oil, Organizzazione internazionale del lavoro, stima quasi doppia rispetto al dato diffuso dalla piattaforma europea: 61,2%.

In Italia

Nel nostro paese la manodopera agricola ammontava, nel 2020, a 1,04 milioni di persone, per lo più di nazionalità italiana (81,5%). Il 18,5% straniero proviene dal Marocco per il 16,1%, dall’India per il 15,5% e dall’Albania, 15%. Tra i paesi europei: Romania, Polonia e Bulgaria. Nei campi lavorano più uomini (68,5%) che donne. Il ministero del lavoro e politiche sociali calcola che siano circa 160mila le persone irregolari che sfuggono alle statistiche, 180mila per la Flai-Cgil.

Nel comparto agricolo sarebbero irregolari il 39% dei rapporti di lavoro. Una fetta importante dell’economia che non solo sfugge alla regolarità ma che varrebbe oltre 5 miliardi di euro. Secondo l’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai-Cgil, sarebbero 330 le aree a rischio sfruttamento, per lo più nel meridione, tra Puglia, Campania e Sicilia.

In Italia, secondo l’Istat, sono 233mila le donne che lavorano in agricoltura, silvicoltura e pesca. Il 48,3% nel mezzogiorno. Per lo più stagionali, tra queste, circa 31mila sono di origine straniera. Alle 233mila occorre aggiungere le irregolari: tra le 51/57mila unità, secondo il report di ActionAid.

 

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